Lockdown: aspettative v. realta’ pandemiche

Una compilation di aspettative e realta’ da un anno di pandemia.
Pensavo che alcune delle mie aspettative sarebbero appartenute solo all’inizio della pandemia, poi pero’ le ho riviste ripresentarsi ai vari lockdown -e io che pensavo di non essere un’illusa… La realta’ invece e’ sempre quella, sempre ingloriosa e underwhelming.

ATTIVITA’ CREATIVE
Expectation: mi dedichero’ ai lavori creativi come se non ci fosse un domani. Posso finalmente finire il maglione all’uncinetto, la mia sciarpa ai ferri, la tenda per il mobile in bagno. Posso iniziare a dipingere su tela, anche se e’ per la prima volta, sara’ un’avventura! Posso completare il libro ‘Disegnare con la parte destra del cervello’ – dando finalmente senso a un acquisto di 8 anni fa. E’ una vita che aspetto questo momento!

Reality: Il maglione all’uncinetto l’ho iniziato (disfatto e ricominciato almeno tre volte) e accantonato, il tutto accompagnato dalla visione de The Durrells. Ogni lavoro a mano ha bisogno del suo sottofondo fidato, non una prima visione, ma decisamente un re-watch disimpegnato. Qualche giorno fa ho ripreso a lavorarlo e non faccio altro che notare come i punti mi stiano venendo diversi. La domanda e’: ho cambiato uncinetto o e’ cambiata la mia mano? Prevedo di disfare le ultime 10 file di lavoro per rifarle con un uncinetto piu’ piccolo -che sara’ forse quello che avevo usato in partenza. Manco a dirlo una manica, o il principio di una di esse, e’ stata disfatta almeno 3 volte.
La sciarpa e’ stata disfatta solo un paio di volte – l’ultima volta che e’ successo era quasi finita ma era troppo corta. L’ho quindi disfatta per farne una piu’ stretta e piu’ lunga – tipo Gilmore Girls, tipo primi anni 2000, tipo qualcosa che non protegge dal freddo, ma e’ tanto caruccia.
La tenda per il mobile in bagno mi ha tenuta occupata per qualche giorno e ne ho completata forse meta’. Ora e’ abbandonata da quasi tre mesi. Onestamente? Non mi va di mettermici. Per riprenderla gia’ so che dovro’ avere piu’ di qualche giornata, il monocamera e Netflix tutti per me.
Le tele prendono polvere da quando le ho comprate quasi un anno fa. Scegliere quale soggetto rappresentare e’ molto piu’ sconfortante del vederle ancora incellofanate.
‘Disegnare con la parte destra del cervello’ non l’ho manco preso in mano.

LETTURE
Expectation:
leggero’ il mondo!

Reality: i libri che non ho sono sempre piu’ attraenti di quelli che gia’ ho da leggere. Oltre a questo dettaglio su cui si puo’ lavorare, perche’ ho sempre una scorta importante e qulcosa trovo, la mia capacita’ di concentrazione (che e’ sempre stata una farfallona) e’ in vacanza dal primo lockdown. Forse e’ una reazione di difesa all’immensita’ di informazioni, opinioni e terrorismo psicologico a cui siamo esposti, della serie: se non mi ci concentro, non puo’ farmi male.
Ora sto leggendo libri di racconti, al ritmo di un racconto ogni due giorni. Sono ben lontana del leggere il mondo.

LAVORI DOMESTICI
Expectation:
adesso si’ che ho il tempo di tenere la casa in ordine. Non mi sfuggira’ nulla! Potro’ finlamente prendermi cura dei mobili, spolverare, passare l’olio sul legno, pulire vetri e vetrine. Dominero’ i cicli della lavatrice e avro’ la meglio sulla mia trascuratezza informale.

Reality: Credo che i miei ragni di casa pensino di essere morti e di aver raggiunto il paradiso dei ragni, nessuno gli da’ fastidio e nulla cambia di posto.
Il mio credo domestico si riassume in:
– sono una persona riuscita se piego e metto a posto i miei vestiti prima di mettermi a letto -mica cotica;
– la casa e’ a posto una volta che il divano e’ in ordine;
– meglio che non mi metta a spolverare perche’ oramai potrei sollevare una quantita’ di polvere letale – e non e’ il caso di rischiare di farsi un viaggio al pronto soccorso.

FINANZE
Expectation:
risparmiero’ tanti di quei soldi…!

Reality: qualcosa ho risparmiato. Comunque, cosi’ come ci si abitua alle situazioni, cosi’ si trovano modi per spendere che sono diversi da quelli pre-pandemia. Ora sto cercando di riprendere le redini delle mie finanze, perche’ tra straordinari che non faccio, regali che spedisco ai familiari in Italia e piccole spese per coccolarsi, fumarsi la mensilita’ e’ un attimo.

SESSO
Expectation:
con tutto questo tempo a disposizione, vuoi che non…? Eh!

Reality: no.

PASTI
Expectation:
dato che non andiamo a lavoro, riduciamo i pasti a due al giorno: colazione (anche salata) e cena anticipata. Questo ci aiutera’ sicuramente a limitare i chili che metteremo su.

Reality: saper concentrare le stesse calorie (e molte di piu’) di tre pasti in due e’ un mio talento innato. Non solo abbiamo perso tono muscolare, ma abbiamo messo su peso e non ne vogliamo sapere di saltare il dolce, nemmeno per un giorno! Se qualcuno dovesse provare a togliercelo da davanti, siamo pronti a mordere.

ESERCIZIO FISICO
Expectation:
pratichero’ giornalmente dell’esercizio fisico! Viva il pilates!

Reality: Si’, ok, vabbe’, ma chi me lo fa fare? Dopo qualche settimana di pilates giornaliero – in cui l’istruttrice parlava di muscoli e tensioni che non sentivo proprio- il pilates e’ andato a farsi benedire.

ESERCIZIO FISICO II
Expectation:
Ok, pero’ andro’ a fare una passeggiata lunga tutti i giorni!

Reality: more like una passeggiata lunga due volte a settimana.

ESERCIZIO FISICO III
Expectation:
Allora, no. Usciro’ tutti i giorni, anche per tratte brevi, ma tutti i giorni pero’! Anche con la pioggia, basta coprirsi!

Reality: Ho tutto cio’ che mi serve a casa, cosa esco a fare? E’ arrivato il freddo, perche’ uscire?
Piove? Ma che stai fuori?!?

di film demmerda

sottotitolo: Dopo Breaking Bad, il nulla

Pardon my French. Appunto, scusate il titolo truce, ma non c’era altro modo di definire un paio di film che ho visto di recente. Dopo aver finito il re-watch di Breaking Bad e concluso per davvero la storia con El Camino, io sarei anche passata al re-watch di Better Call Saul (spin-off di Breaking Bad), ma il fidanzato si e’ rifiutato per prendersi una pausa da Walter White e dalla malavita di Albuquerque.
Il problema e’ stato che, per riprendersi dalla cupezza degli ultimi episodi della serie, ci siamo buttati su film leggeri, ma leggeri in senso becero. Una volta preso questo filone, anche allontanandoci dai film leggeri, siamo comunque, involontariamente, rimasti nella categoria dei film beceri. Due delle nostre scelte recenti non mi vanno giu’: Behind Her Eyes (che poi e’ una miniserie) e Siberia. Entrambi sono su Netflix, almeno qua in UK.

So, where do we begin?

Spoilers senza pieta’ a seguire!

Behind Her Eyes e’ una miniserie di 6 episodi tratta dal romanzo di Sarah Pinborough. Non ero a conoscenza della storia ne’ del romanzo prima della visione, altrimenti forse l’avrei evitata. Una volta che inizio la visione di qualcosa, di solito la porto a termine per vedere dove vada a parare. C’e’ chi lo chiama autolesionismo, e c’ha ragione, c’ha!
La miniserie e’ classificata come thriller psicologico – perche’ ‘thriller campato in aria’ pareva brutto. Scusate, il pubblico sembra adorare questa serie, mentre io non le vedo ‘sta gran ragione d’essere e quindi le trovo tutti i difetti. Infatti secondo me: ci si poteva fare un film (invece di sei episodi da 50 minuti, anche se il film lo avrei perculato comunque) e l’uso del paranormale nei thriller e’ di un paraculo che levate!


Dunque, in Behind Her Eyes, David e’ uno psichiatra (professione ricorrente nei thriller, soprattutto quando gli stessi hanno zero insight) che si trasferisce a Londra con la moglie. Una notte esce a bere qualcosa da solo e incontra Louise, madre single bidonata dall’amica la stessa sera. I due si piacciono all’istante, bevono insieme (la misantropa in me annuiva scettica) e concludono la serata con un bacio. Il giorno dopo (o poco dopo) Louise scopre che David e’ il nuovo psichiatra assunto nello studio nel quale lei lavora da segretaria – do you smell the cliche’ yet? I know I do.
Riducendo la storia in poche righe: Louise finisce per diventare amica di Adele (moglie di David) e ovviamente David e Louise finiscono ripetutamente a letto -ma anche sulla di lui scrivania dello studio, se e’ per quello. Si crea quindi questo triangolo tra David, Adele e Louise. Si capisce che qualcosa non torna nel rapporto matrimoniale e, a turno, i due si comportano in modo ambiguo, per poi contendersi lo scettro della vittima. I due coniugi sembrano costantemente far riferimento a ‘qualcosa’ successo nel passato e che non deve ripetersi -la solita tiritera dei segreti nei thriller, quando non c’e’ migliore segreto di quello a cui non si fa costantemente riferimento.
Si scopre poi che la coppia si e’ trasferita a Londra a causa di un presunto tradimento di David. Le corna si rivelano poi semplicemente uno scambio di chiacchiere al bar, davanti alla colazione:
barista – David, sembri infelice
David – Io e mia moglie abbiamo dei problemi
barista – Pensi che il tuo matrimonio meriti la pena che tu sia infelice?
A causa di questo, la povera barista viene pesantemente minacciata da Adele – ma roba da violazione di domicilio e danno arrecato a cose – e che non le venga in mente di immischiarsi nel suo matrimonio ne’ di chiamare la polizia! Due chiacchiere, al bar, che generano uno dei precedenti/segreti dei due personaggi… Tensione a palate, proprio!
Comunque, tra i segreti che appartengono al loro passato, aleggia la possibilita’ di un assassinio – forse i genitori morti in un incendio dal quale, guarda caso, David salva Adele? Ma sarebbe troppo facile – e troppo interessante. Tra le scene del passato di Adele, si vedono anche scene di quando era in una comunita’ di recupero e stringe una stretta amicizia con un certo Rob.

Tornando alla Londra del presente, Louise soffre di terrori notturni -con immagini ricorrenti che non vengono minimamente indagate e analizzate nella serie: che abbiano intenzione di farne una seconda stagione? Ossignur!
Adele, che ha sofferto degli stessi terrori, la aiuta a superarli attraverso delle tecniche che, all’insaputa di Louise, la introducono poi ai viaggi astrali – I know, right? WTF! Adele sa compiere proiezioni astrali e cioe’, uscendo dal suo corpo, puo’ visitare luoghi che gia’ conosce e assistere a cio’ che vi sta succedendo senza essere vista. Confesso che non so se sto descrivendo bene questo fenomeno, proiezioni/viaggi astrali, ma il tema e’ di cosi’ poco interesse per me che manco mi sto mettendo a controllare su internet, datevi pazienza.
Quindi, a un certo punto, Louise capisce cosa sta succedendo. Cosi’, purtroppo, ci ritroviamo con una Louise paladina della giustizia che si scontra con Adele – e giu’ di “cioe’ si,’ sono finita a letto con tuo marito, ma tu sei una manipolatrice”. Dall’alto del tuo piedistallo di rettitudine, Louise, facci sognare! Quando Louise inizia le sue indagini e si arriva a questo momento, e’ effettivamente iniziato il mio scazzo con la miniserie e i suoi personaggetti. Confesso di avere un problema con il momento in cui, in tutti i thriller, il personaggio che ha capito, affronta da solo il cattivo. La goffaggine teatrale di questo momento mi provoca sempre disagio e imbarazzo, sia nei film che nei romanzi. Lo trovo irreale (sei da solo -complimenti! – davanti a un criminale e gli dici “so cosa hai fatto e lo diro’ alla polizia”… Ma sei cretino? Dillo che vuoi morire!) e spesso tirato per le lunghe -come quando il cattivo e’ armato, la pistola e’ puntata pero’ si prende il tempo di spiegare il suo movente e i dettagli del suo modus operandi… Ma prendersi un break e parlarne davanti a una pinta, no?
Comunque Louise, madre single, lavoratrice indefessa e paladina della giustizia, non puo’ essere una brutta persona – ti si scopa il marito, ma poi non ti vuole male se te la prendi! Quando riceve degli sms di addio di Adele -che appare sopraffatta dagli ultimi eventi, tra cui il fatto che David vada dalla polizia (in Scozia, perche’ a Londra non ce n’e’, evidentemente)- Louise, pensando possa togliersi la vita, cosa fa? Ma va a salvarle la vita, no? Non e’ che chiama la polizia e un’ambulanza e se ne sta a casa -perche’ e’ da sola, ha un figlio minore e deve proteggersi. No, corre trafelata a salvare la vita a quella che ai suoi occhi e’ un’assassina pazza da legare.
Una volta arrivata sul posto, come salva la sua miglore amica di sempre? Ma con le loro tanto care proiezioni astrali! I loro spiriti (anime, persone interiori? whatever) si incontrano, MA si scambiano. Adele entra nel corpo di Louise e fa fuori Louise nel suo corpo rivelando che tutto cio’ rientrava nei suoi piani.
Nel colpo di scena finale, plot twist che non avevo previsto, scopriamo che lo spirito di Adele (anima, persona interiore, whatever) non e’ davvero il suo, ma quello di Rob. Rob aveva tempo addietro scambiato la sua anima con quella di Adele. Una volta nel corpo di lei, aveva ucciso e occultato il corpo di Rob -con l’anima di Adele dentro. Ai tempi post rehab, si era creato un triangolo tra Rob, David e Adele e si intuisce che Rob nutra dell’interesse per il fidanzato dell’amica. Quello scimunito di David accetta per amore di Adele di tenere occultato il corpo di Rob (morto per overdose, secondo quanto gli viene detto) e se la sposa pure, come se dal fidanzamento al matrimonio non fosse successo nulla nulla che potesse fargli cambiare idea. Scusate se qui sfodero la mia furia saccente, ma i personaggi maschili tormentati, ma passivi e sprovveduti proprio non li digerisco, e’ stata una piccola soddisfazione personale vedere David sposarsi e risposarsi Rob, eccheccazz!
Rob, a proposito, qualcuno te lo deve dire: ti stai scopando uno a cui sta bene che il tuo cadavere sia nascosto e abbandonato in un pozzo? How is that working for you?

Detto questo, credo che siamo tutti d’accordo che un thriller debba avere una struttura granitica, in cui ogni elemento e’ necessario e ben inserito, i personaggi sono ambigui ma con moventi chiari e coerenti e le dinamiche sono ben intrecciate. Se proprio volessimo la luna (e noi la vogliamo), direi anche che la storia dovrebbe saper evitare i cliche’. Un’analisi approfondita dei personaggi dovrebbe bastare per evitare luoghi comuni triti, tipo la moglie trascurata che tradisce il marito col primo che trova, la paziente che finisce a letto con il suo psichiatra, il marito che va letto con la segretaria, per dire. Rob/Adele vuole stare con David ed e’ pronta a tutto per riuscirci, e ok -e’ una pazza scatenata, ma ok. Louise e’ innamorata di David, viene coinvolta nel suo matrimonio e si sente in colpa verso Adele, ok. David? David si sposa una che ritiene che occultare un cadavere sia una cosa accettabile, poi guarda caso, il matrimonio non funziona. Secondo me David e’ davvero debole come personaggio, ma forse ci sono piu’ elementi che verranno analizzati nella seconda stagione?
Quindi ricapitolando: viaggi astrali (ma vero?), tradimenti (cliche’ alarm: dingdingding!), scene di sesso in abbondanza (perche’ senno’ pare che non valga la pena girare un film), Louise e’ l’eroina, David rimane bamboccione, Adele e’ Rob.
Questa e’ una delle poche volte che mi trovo d’accordo con la critica -che e’ stronza per natura e io sono evidentemente inacidita dall’ennesimo lockdown. The Guardian si e’ pronunciato con “who knew threesomes could be so boring” e mai parole furono piu’ calzanti!
Leggendo invece i pareri del pubblico, e’ evidente che non ci ho capito molto. Tutti sembrano aver previsto il plot twist (ignorante io) e tutti sembrano aver colto indizi e suggerimenti fin dalla prima puntata, macche’, dal trailer!

Ricapitolando gli elementi che mi rimangono indigesti:
– Adele, che poi e’ Rob, non mi torna proprio. Rob vive in una casa popolare con la sorella e il di lei fidanzato nella periferia di Glasgow. Il personaggio non e’ di estrazione sociale alta, sfoggia un linguaggio colorito, un accento inconfondibile ed e’ molto informale, quando non e’ strafottente. Adele e’ di una famiglia probabilmente nobile, ricca sfondata, con un castello e una tenuta da fiaba. I due hanno due vissuti chiaramente distinti. Non appena Rob diventa Adele, Adele non tradisce nulla della persona che e’ realmente… Really? Adele aleggia algida, con abiti sofisticati, trucco, manicure e capelli perfetti – pure piu’ perfetti di quando Adele era Adele- e prepara piatti raffinatissimi in cucina -come nella migliore tradizione della periferia di council houses di Glasgow… Come no! Poi secondo il pubblico, no, assolutamente, Adele ricorda palesemente Rob, col caschetto ordinatissimo e in pigiama di seta senza una grinza. Anzi, e’ proprio questa sua estrema sofisticatezza che ci fa capire che in realta’ e’ Rob.
?
Evidentemente non so cogliere le sottigliezze.
– il paranormale in un thriller puo’ risolvere qualsiasi situazione. Può far viaggiare i personaggi nel tempo, può fargli leggere i pensieri, può farli tornare dal regno dei morti e farli volare, ma come si inseriscono questi elementi in una storia con personaggi e dinamiche ancorate alla realta’? Vuoi usare cose strambe? Vai di fantascienza, vai di distopia, le soluzioni ci sono, autori, usatele!
– la moda delle madri single che diventano le eroine delle storie contorte in cui si trovano coinvolte, mi sembra diventare sempre piu’ un nuovo cliche’ – perche’ poi single? Le mogli non hanno una personalita’ propria? Le single sono piu’ in balia degli ormoni? (Biased much?) Le single sono piu’ indifese? Molte delle madri single rappresentate sono nere: ci sono ragioni dietro a questo? Conviene indagarle o e’ meglio non sapere?
E’ vero che e’ innegabile che il women empowerment ultimamente trasuda da molti film e romanzi. E’ interessante come cambiamento dal passato, ma si dovrebbe anche fare attenzione a non farlo diventare una moda superficiale. Affidare il ruolo centrale a una donna puo’ essere interessante, ma non e’ tutto. Se la donna poi viene descritta come un cliche’, allora non e’ piu’ empowerment, e’ solo un’espediente degli sceneggiatori per metterla in balia di situazioni trite e stereotipate. E questo non riguarda solo i personaggi femminili. Non so se sono solo io, ma in questa tendenza a celebrare le donne (poi analizzate poco e male), si e’ arrivati a rappresentare personaggi maschili che sono solo opachi e insulsi (David, si’, sto parlando di te) quando non violenti e riprovevoli. Possiamo creare dei personaggi sfaccettati, solidi e interessanti? Sia donne che uomini che LGBTQ+, grazie; basta co’ ‘ste supereroine in un mondo di maschi inetti, gay estroversi e sopra le righe e lesbiche mascoline e seriose.
Ops, forse mi sono allontanata dal tema, ma il mondo doveva sapere il mio punto di vista! Prego.

Tornando a noi, film demmerda number ciu’

Siberia
Se una sera doveste avere bisogno di un film brutto, Siberia non delude. Questo, mi duole dirlo, e’ piu’ demmerda della miniserie, perche’ due cose dalla miniserie le avrei pure salvate (il plot twist e la fine che fa David), ma questo film proprio non riesce a redimersi.
Mi duole essere cosi’ inviperita con questo film perche’ c’e’ Keanu Reeves – che tra l’altro l’ha anche prodotto.


In poche parole, Lucas (Keanu Reeves) e’ un commerciante di diamanti che viaggia in Russia per una vendita importante e si ritrova in una situazione piu’ grande di lui. Il suo contatto a Mosca, Piotr, e’ sparito con i diamanti e il gangster che li vuole acquistare da’ a Lucas 24 ore per consegnargli le pietre preziose. Nella speranza di rintracciare il suo contatto locale, Lucas viaggia a una localita’ in Siberia, in cui non trova Piotr, ma si bomba la barista perche’ si’. Come wikipedia spiega tutto cio’ e’ ancora meglio: “he (Lucas) goes to a cafe and starts a fight with two men and the cafe owner Katya saves him. Later, her brother Ivan suspects her of sleeping with Lucas. So she asks him to sleep with her.” Di una logica disarmante, no? Lucas poi incontra il gangster a Mosca il quale, com’e’ da tradizione, propone a Lucas di scambiarsi le donne (Katya era con Lucas) per farsi fare una fellatio e stringere cosi’ (?) un’alleanza piu’ solida (?) in vista della consegna dell’intera partita di diamanti.

Let that sink in.
Qui wikipedia non sbaglia quando riassume l’incontro dicendo che Katya is raped. Costringere qualcuno a fare sesso orale e’ stupro, quindi grazie wikipedia per chiamare cio’ che succede per quello che realmente e’, perche’ il film lo usa quasi come un espediente per rafforzare l’amore tra Lucas e Katya. Sceneggiatori, ma sarete scemi?
Qua e’ quando ho sperato che alla fine sarebbero poi comparse piu’ ramificazioni nascoste a questa storia inutile. Speravo di scoprire che Katya fosse il braccio destro del gangster e che Lucas fosse vittima di una trappola ancora piu’ complessa. Ho anche sperato che Katya fosse della polizia e che buttasse sia il malavitoso che Lucas in carcere, a vita. Ho sperato che Katya facesse fuori Lucas con le sue mani o che almeno almeno scatenasse (in piena tradizione mediterranea, non c’entra nulla, vabbe’) i suoi fratelli contro Lucas. Che almeno pretendesse meta’ dei soldi per i diamanti, visto che il gangster se lo era subito lei. Ma sono un’illusa!
In breve, i diamanti veri non compaiono da nessuna parte, Lucas rintraccia Piotr morto in mezzo al nulla e decide di non tornare negli Stati Uniti, ma di morire in Russia da uomo d’onore quale e’. E qua mi sentirei di ricordare a Lucas che e’ un commerciante di diamanti che fa affari con gangster senza scrupoli… Quale onore, di grazia?

A meta’ film ho detto al fidanzato che mi ero distratta e che avevo perso il filo (come mi succede spesso), ma mi ha risposto che non c’era ne’ filo ne’ senso.
In sunto, riassumerei la storia come un’accozzaglia imbarazzante di brutture gratuite, stereotipi negativi sulla Russia e banalita’ sull’amore che manco il buonismo più bieco. La contrapposizione tra matrimonio stabile, ma senza amore (perche’ Lucas è sposato) e passione travolgente, ma senza futuro e’ di una banalita’ allucinante. L’uomo che non si sottrae al suo destino quando le cose si mettono male e’ presentato come un esempio di coraggio e onore, anche quando quel destino se lo e’ bello che creato, pezzetto per pezzetto, senza traccia di etica.

Riconosco che Reeves non e’ l’attore piu’ intenso sul mercato e il pathos lo scansa spesso abbastanza bene, eppure mi e’ sempre piaciuto per le scelte lavorative originali che ha fatto – cioe’, Matrix? Ci sono attori dalla recitazione piu’ nuanced che hanno fatto film meno interessanti, per dire.
Pero’, davvero, Keanu, perche’? Perche’ fare un film cosi’ brutto?

di svegliarsi bene e ricordarsi che no

immagine dalla rete

A volte mi sveglio bene. La giornata inizia ok -purtroppo tardi -ma comunque inizia bene.
Poi mi ricordo che mi girano e allora mi agito da 0 a 100 in tre secondi netti.
E’ come se riprendessi il filo del mio rimuginio da dove l’avevo lasciato. Ogni tanto si aggiunge qualcosa di nuovo, altrimenti di solito e’ un ciclo continuo di: questo lockdown ha stufato, non ne posso piu’ di vedere gli europei fare una vita quasi normale e lamentarsi di una mascherina, qua i vaccini vanno come un treno, peccato che stiano facendo una delle due dosi e il Daily Mail dice che una dose copre gia’ per l’80% – il problema e’ che se lo dice il Daily Mail non sara’ vero!
E il lavoro chissa’ ancora per quanto ci sara’. -Entrata in scena della voce della mia autostima- A proposito, ma sai che sei veramente scarsa al tuo lavoro? Si’ ok, ti dici che se i capi non fossero contenti, ti avrebbero detto qualcosa, ma infondo sei cosi’ poco importante da non meritare nemmeno di comunicarti cosa dovresti cambiare. Ah, e vogliamo parlare delle tue finanze? Come pensi di fare l’adulta con delle entrate cosi’ ridicole?! Inutile che fingi di avere una vocazione hippie, che’ gli hippie sono passati di moda il secolo scorso. E poi ti piace il sushi, viaggiare comoda e accumulare libri e fare compere, come pensi di permetterti tutto questo? Non e’ che te la sei raccontata finora? Ti sta venendo il dubbio di aver saltato un passaggio fondamentale, vero? Che’ anche la hippie incallita del liceo ora sta lavorando, in completo, a progetti di ‘esperienze’ di lusso per turisti cinesi – capito? L’ultimo baluardo dei sani (e parecchio generici) principi di uguaglianza che va dietro ai bisogni capitalistici dei magnati cinesi mentre tu, perche’ sembra la cosa giusta da fare, pianifichi l’acquisto degli assorbenti riutilizzabili per non pesare troppo sul conto in banca – che sta cercando di farti capire da sempre che per risparmiare bisogna non spendere. Ma chiariamo: non e’ l’hippie del liceo a essersi venduta, sei tu che ti sei persa qualche passaggio importante nella crescita, diciamocelo! Il concetto di ‘vendersi’ e’ stato inventanto da qualcuno che non sapeva fare i conti con le proprie incapacita’ e voleva darsi un’aura di integrita’ e di etica incrollabile, ma figurati! Quindi di preciso, quando ti sei persa? -uscita di scena della voce della mia autostima.
E se devo ancora sentire qualche parente italiano dirmi di uscire a farmi una passeggiata, denuncio Skype – e pure il parente italiano: da quando e’ diventato ok dare consigli sul distrarsi a qualcuno che nell’ultimo anno si e’ fatto un totale di 23 settimane di lockdown (and still counting)? Accetto consigli solo da chi ha passato lo stesso – in mezzo a una popolazione che continua a non capire l’importanza della mascherina, tra l’altro. Come quelli che consigliano ai depressi di pensare che c’e’ chi sta peggio… Grazie, guarite moltitudini dal male del secolo, oh sommi benefattori!
E in tutto questo non riesco manco piu’ a leggere un libro decente perche’ la mia capacita’ di concentrarmi e di immagazzinare nuove informazioni e’ compromessa.
E poi, certe volte, raggiungo un tale livello di confusione interiore, misto a scazzo, misto ad ansia generalizzata per cui non riesco nemmeno piu’ a capire perche’ mi stiano girando, perche’ rispondo male al fidanzato che non fa altro che respirare un po’ troppo rumorosamente (pure lui pero’!) e perche’ ho voglia di dare inizio alla litigata del secolo, ma potrei farlo solo col povero fidanzato (questioni di same household) e in un monolocale – e, insomma, mi conviene?
E niente, mi ero svegliata bene.

Disclaimer paraculo: grammatica e punteggiatura discutibili servono a rendere l’anarchia del caos che mi si scatena in testa in questi momenti, in tre secondi netti.

di cose apprese in queste settimane XLI

Immagine dalla rete
  • Avere un pc personale a disposizione durante un lockdown non aiuta a risparmiare soldi.
    Durante il primo lockdown il mio computer era morto da poco e non avevo granche’ accesso a quello del mio fidanzato perche’ era impegnato in giochi che duravano intere giornate – e io volevo illudermi di essere una fricchettona che potesse occupare il tempo con i lavoretti creativi. Adesso che ho il mio pc nuovo di pacca e ammazzo la noia davanti allo schermo, resistere agli acquisti (con i saldi poi!) e’ pressoche’ impossibile. Un anno fa, prima ancora del lockdown, mi ero ripromessa di non uscire durante i finesettimana per evitare di spendere soldi in charity e negozietti affini – bei tempi, bastava non uscire di casa per non spendere! Adesso bisogna bloccarmi la carta di credito (debit, ok, siamo onesti).

  • All’acquisto (non importa quanto ricercato, bramato, pregustato a lungo e scontato) segue sempre e comunque un pungolo di senso di colpa. Gli occhi mi si riempiono (just a figure of speech) di lacrime di coccodrillo e inizio a pregare che quello che ho ordinato non mi stia in modo da poterlo rimandare indietro. Ma si puo’ campare cosi’?

  • Mettersi a dieta in lockdown va contro le convenzioni di Ginevra.
    A questo cocktail di incertezza sul futuro, senso di colpa generalizzato, isolamento protratto, lontananza dal lavoro e minaccia di contagio ricorrente, non ci si puo’ aggiungere una privazione cosi’.
    Si’, come no, mi metto a dieta in lockdown e poi cosa? Mi cucio le palpebre per vedere l’effetto che fa?! Dai, siamo ragionevoli!

  • Piu’ e’ lunga l’esposizione a un prodotto, piu’ aumenta la possibilita’ che inizi a piacere.
    Come avrete capito non sono un’esperta di marketing e psicologia, ma ho visto questo effetto su di me, soprattutto per quanto riguarda i capi di abbigliamento. A lavoro, nel campus, sono esposta tutti i giorni alle scelte di abbigliamento delle studentesse, giovanissime e sempre all’ultima moda -esseri davvero lontani dalla sottoscritta, per dire. Ho visto i pellicciotti tornare di moda e sono stata esposta tutti i giorni alle giacche dette teddy bear – perche’ sono fatte dello stesso tessuto morbido e peluccoso degli orsetti di peluche. All’inizio guardavo tutto cio’ abbastanza scettica, della serie ‘ma che e’ ‘sta roba?’ – manco mia nonna reagisce cosi’, vabbe’. Poi, piano piano, ho iniziato a sviluppare un debole per lo stesso capo… ‘Mmm, pero’ deve essere caldo’, ‘beh, abbinato cosi’ non e’ male’ e ancora ‘in quel colore e’ tutta un’altra cosa!’ fino al ‘Basta, lo devo avere!’.
    Shame, shame on me! – soprattutto perche’ la sottoscritta con la tuta e un pellicciotto (come possono permettersi di andare in giro le studentesse) sembra una rockstar che nessuno riconosce e che ha visto giorni migliori.

  • Sulla scia dell’ultimo punto, ho scoperto quanto sia buono il burro di noccioline e la marmellata di fragole sul pane.
    Sono decenni che vedo questo abbinamento nei film americani e, mea culpa, ho sempre storto la bocca -anche se credo che per ‘tradizione’ (in America?) il burro di noccioline vada con la jelly di uva. Poi una mattina ho deciso di provare e mi sono convertita. E’ come se un ingrediente smorzasse il di troppo dell’altro: il peanut butter attenua la dolcezza della marmellata mentre quest’ultima ammorbidisce la pastosita’ densa del burro. Cosi’ ora faccio questa colazione dei campioni (degli sport invernali canadesi) per rifornirmi dell’energia necessaria per coprire la distanza tra il pc e il bagno nel mio monolocale. Ecco, non provate burro d’arachidi e marmellata, be warned.

  • Iniziare la giornarta con della musica reggae mette di buon umore.
    Attenzione pero’, ognuno ha la sua tolleranza al reggae (e ska): superare quel limite di ascolto piacevole e sforare nel ‘mo basta, ma che e’ ‘sta tortura?!’ e’ un attimo!

di pensieri settimanali

  • Breaking Bad rimane una delle mie serie preferite.
    La vidi per la prima volta anni fa (7 anni fa, but who’s counting?) e rivista in parte forse 3 anni fa. Eppure a ogni colpo di scena, ogni inquadratura inusuale, ogni entrata in scena di un nuovo personaggio, ogni espressione del viso di Walter White, mi parte un “Come Breaking Bad nessuna”.
  • I narcisi mi ricordano il mio arrivo in UK.
    Ogni storia d’amore ha la sua canzone, ma il mio trasloco in UK ha la sua canzone (Hold Back the River, James Bay -nulla di ricercato, e’ solo che passava non-stop in tv e radio ai tempi) e i suoi fiori. Sono arrivata in Inghilterra il primo di Marzo 2015 e nei giardini e nei parchi stavano sbocciando i narcisi.
    Ogni volta che ritrovo i fiori al supermercato o in natura mi intenerisco al ricordo di quel periodo incerto ma pieno di novita’.

  • Sentire le amiche su whatsapp o Skype mi mette allegria per il resto della giornata.
    Anche se ho una vita quasi da eremita cittadina (non vivo isolata, ma frequento pochissime persone, anche da prima della pandemia), a volte mi manca un po’ di confronto e conforto femminile. In Inghilterra, stranamente, ho fatto piu’ amicizie maschili del solito e sono felice di avere i miei amici, apportano una leggerezza e una solidita’ che apprezzo molto. Eppure, comunque, a volte, mi manca un po’ di compagnia femminile, quel tipo di compagnia per cui non devo troppo controllare che argomenti tocco. Nei miei primi tempi qui al nord avevo delle giornate in cui la mancanza delle mie amiche mi faceva quasi male fisicamente. Col tempo l’intensita’ di questa mancanza si e’ affievolita, ma capisco davvero quanto abbia infondo bisogno di loro quando ci risentiamo.

  • Piu’ cerco di scrivere un post sulla mia prima esperienza con la coppetta mestruale, meno riesco a mettere insieme dei pensieri compiuti.
    L’umanita’ forse mi ringraziera’ comunque per questo.

  • Speravo che il fregarsene un po’, anche degli altri, attecchisse meglio e potesse essere il mio nuovo trend. La verita’ e’ che e’ tornato a farsi vivo un inspiegabile senso di colpa quando sento di dover fare qualcosa (scrivere a qualcuno, mettermi in contatto, chiedere come stanno, interessarmi) ma proprio non mi va. Sento montare un po’ di vittimismo insulso, quello che “ma perche’ anche gli altri non chiedono come stia io?”, quando forse lo stanno facendo, ma non me ne accorgo. Anche i lamenti dei zona gialla iniziano ad andarmi di traverso, non vedo un pub aperto da prima di novembre e incontrare qualcuno che non sia il fidanzato coinquilino sembra un azzardo troppo grosso.
    Sospetto sia la stanchezza da lockdown, alla sesta settimana (come per il primo lockdown) sento tornare un po’ di sconforto, l’autostima inizia a scioperare, il nichilismo fa capolino e l’ansia fa da voce narrante alle mie giornate cortissime. Tutto potrebbe essere fatto meglio, tutto potrebbe essere di piu’, e sento di non starci dietro.

di imperfezioni e appartenenze

foto dalla rete

Per colpa della mia identita’ divisa, per colpa, forse, del mio carattere, mi considero una persona incompiuta, in qualche modo manchevole. Puo’ darsi che ci sia una causa linguistica: la mancanza di una lingua con cui possa identificarmi. Da ragazzina, in America, provavo a parlare bengalese alla perfezione, senza alcun accento straniero, per accontentare i miei genitori, soprattutto per sentirmi completamente figlia loro. Ma non era possibile. D’altro canto volevo essere considerata un’americana, ma nonostante parlassi quella lingua perfettamente, non era possibile neanche quello. Ero sospesa anziche’ radicata. Avevo due lati, entrambi imprecisi. L’ansia che provavo, e talvolta provo ancora, proviene da un senso di inadeguatezza, di essere una delusione.
Qui in Italia, dove mi trovo benissimo, mi sento imperfetta piu’ che mai. Ogni giorno, mentre parlo, mentre scrivo in italiano, mi scontro con l’imperfezione. Questa linea sinuosa lascia una traccia, mi accompagna ovunque. Mi tradisce, rivela che non sono radicata in questa lingua.
Perche’ mi interessa, da adulta, da scrittrice, questa nuova relazione con l’imperfezione? Cosa mi offre? Direi una chiarezza sbalorditiva, una consapevolezza piu’ profonda di me stessa. L’imperfezione da’ lo spunto all’invenzione, all’immaginazione, alla creativita’. Stimola. Piu’ mi sento imperfetta, piu’ mi sento viva.
Scrivo fin da piccola per dimenticare le mie imperfezioni, per nascondermi sullo sfondo della vita. In un certo senso la scrittura e’ un omaggio prolungato all’imperfezione. Un libro, cosi’ come una persona, rimane qualcosa di imperfetto, di incompiuto, durante tutta la sua creazione. Alla fine della gestazione la persona nasce poi cresce. Ma ritengo che un libro sia vivo solo mentre viene scritto. Dopo, almeno per me, muore.

In Altre Parole, di Jhumpa Lahiri

di che colpa aveva Jen? E del tanto atteso finale di Dawson’s Creek

Pubblicare una settimana fa un post su Dawson’s Creek quando mi mancavano pochi episodi (dei mille mila che compongono la serie) non e’ stata una furbata. Avrei dovuto aspettare di completare l’opera prima di pronunciarmi al riguardo, ma, come mi succede spesso, non ho resistito. Spoileroni a seguire.

Credo non sia successo granche’ tra l’ultimo episodio che avevo visto al momento del post pubblicato e il finalone da due puntate. Eddie ha eddieggiato -senza deludere sul fronte tira e molla senza motivo se non quello di farmi venire l’orticaria e di rendere Joey single per il finale. E pensare che Joey lascia pure Pacey per un ritorno dal nulla cosmico di Eddie… Come faccia Pacey a non rinfacciarglielo?! Boh! Ah, no, quando ci si lascia su Dawson’s Creek ci si scambia complimenti e auguri di vita felice – solo io, meschina, a caldo auguro le bed bugs a chi mi molla?
Audrey si riprende, che’ a inizio stagione gli autori avevano deciso di dare una piega dark e autodistruttiva a un personaggio leggero e divertente. Vogliamo parlare di questa scelta? Tra una Miss Paturnie e sfigatella in amore (Joey), un’altra che non trova pace (Jen), uno in piena elaborazione del lutto (Dawson) e un altro che gioca a fare lo yuppie col pizzetto (Pacey), non sia mai ci rimanesse un personaggio spensierato e giocoso a noi poveri spettattori. No, gli autori ci odiano.
Jack e Doug si mettono insieme, che e’ una bella sorpresa. Potremmo anche far notare che questa storia che i gay siano pochi e’ un po’, boh, forzata? Perche’ poi sembra che ritornare al proprio paesino per mettersi con l’unico altro gay (che non ha ancora fatto outing) sia l’unica possibilita’ di stare in coppia – is it though?
Dawson finalmente lavora nel campo della cinematografia, usando il materiale di una vita. La ciclicita’ del personaggio che alla fine della serie produce un libro/film/serie sulla sua storia non e’ nuovissima, ma mi piace sempre e comunque. La sensazione di chiudere un cerchio mi da’ l’impressione di dare un senso a cio’ che succede – e infondo sono una ragazza semplice, dare un senso ci piace.
Forse per screditare un po’ il personaggio di Dawson, lo stesso reagisce male (doh) quando Pacey gli comunica che ha perso tutti i suoi risparmi in un investimento sbagliato. Dawson se la prende (doh) e rinvanga situazioni passate mentre Pacey quasi si offende e Joey gli ricorda che sono tutti amici prima di andare a consolare Pacey -si vede la logica innegabile dietro a tutto cio’, si’? 15000 dollari (ricordo bene?) non e’ una cifra enorme, ok, ma credetimi, dopo averli persi perche’ il mio amico mi assicura che sarebbero raddoppiati in una settimana, mi ricorderei anche del biglietto di auguri mancato dieci anni prima e lo rinfaccerei eccome! Gli autori vivono nel mondo dei sogni se pensano che i soldi non facciano litigare gli amici…

Prima del finale ci avrei scommesso che Joey sarebbe tornata con Dawson, e forse un po’ tutti se lo aspettavano, ragione per cui poi non succede. I giorni dopo aver visto il finale ancora mi fermavo a chiedere ‘ma Pacey?’. Forse non sono stata capace di cogliere quanto fosse profondo il legame tra i due -e si’ che gli autori sono dei romanticoni: Pacey e’ stato il primo partner sessuale di Joey.

Che gli autori ci odino comunque ne e’ prova anche la scelta del finale. La dipartita di Jen proprio non mi va giu’. L’uso della malattia nei film e’ molto 90s (e 80s), e in quegli anni poteva anche rimanere per me. E’ purtroppo vero che la malattia e la morte fanno parte della vita e non parlarne e fare finta di nulla non serve. Eppure direi che e’ proprio a questo che servono i personaggi secondari. Morti giovani per malattie incurabili? Usate un personaggio secondario per trattare il tema, non Jen che si vede felice forse un paio di volte in tutta la serie – prima di autosabotarsi e tornare nel limbo dei single non ricambiati – o ricambiati male, ma male male. Era proprio inaccettabile che Jen, dalle scelte di vita non propriamente morigerate (e traumi che, onestamente, non e’ che uno se li cerchi col lanternino), potesse avere un happy ending – e ‘sta cosa proprio non la digerisco.

Secondo me il miglior momento della serie rimane questo, che risale alle prime stagioni, ancora a Capeside.

Un po’ di sana autoironia prima che gli autori scatenino la propria furia perbenista su Jen.

di cose apprese in queste settimane XXXVIII

Immagine dalla rete

_ La gestione dell’ansia e’ un concetto chiaro e perfettamente realizzabile in assenza di ansia.
Posso lavorare sulla gestione dell’ansia e dei pensieri catastrofici in una situazione stabile, poi quando mi arriva una notizia preoccupante dalla famiglia in Italia, tiro lo sciacquone su gran parte del lavoro fatto.
Ho scelto la parola “preoccupante” e non “brutta” perche’ si e’ in attesa di una diagnosi certa e di una cura, ma ho piu’ di qualche idea di notizie migliori da ricevere.
E quindi, di notte, una volta a letto, ho fissato il soffitto mentre nella mia mente si dava inizio alla proiezione di una maratona di possibili eventi catastrofici inevitabilmente scaturiti dalla notizia iniziale. Infondo so che dovrei mettere a frutto questo talento. Se davvero mi ci mettessi, gli sceneggiatori di The Walking Dead tremerebbero all’idea che potrei rubargli il lavoro -seguirebbero quindi un picco di disoccupazione, famiglie sul lastrico, divorzi, minori allo sbando, picco di criminalita’, PIL in caduta libera, gang armate per le strade, negozi depredati, atti di terrorismo, dichiarazioni di guerra, istituzione della legge marziale…. Shall I continue?

_ Per porre un freno alla mia scarica d’ansia (all’inevitabile valanga di catastrofi che ci seppelliranno tutti) serve riportarmi al presente. Ok, moriremo tutti -e’ un dato di fatto, certo quanto la morte -, MA qual’e’ la situazione adesso?

_ Gli ipocondriaci sono un gruppo dalla grammatica ineccepibile e dall’autoironia inarrestabile.
Mi sono iscritta a un gruppo di ipocondriaci su Facebook per scoprire che la mia presunta ipocondria non e’ nulla -come si rivelano essere quasi tutti i disturbi degli ipocondriaci veri. Quindi… Questo fa di me un’ipocondriaca o no?

_ Anche se il mio corpo da’ segni da tempo di non avere piu’ 15 anni, comunque non resisto al cibo piccante -e in UK, con tutte le nazionalita’ che ci sono, quando il cibo e’ piccante, e’ davvero piccante.
Ho mangiato un hamburger con i jalapeños grigliati che mi hanno sciolto buona parte del contenuto nasale e cerebrale, ma… It was totally worth it! Che questo mio gusto personale sia legato alle mie tendenze autolesioniste… ?

_ Spesso mi vengono in mente dei pensieri da spedire ad amici e parenti, dei messaggi di sostegno e affetto da inviare. Una volta che i regali sono spediti e i messaggi sono inviati, mi sento un’emerita cretina. Perche’ l’ho fatto? Infondo non serve a nulla. Perche’ penso che possa significare qualcosa? Perche’ ci casco ogni volta? Perche’ non posso semplicemnte badare alla mia vita?

_ Ho scoperto che uno dei miei artisti di strada preferiti e’ morto qualche giorno fa, per ragioni di mental health -come dicono gli inglesi.
Lo trovavo spesso a cantare e a suonare la chitarra sulla mia strada per il lavoro, i suoi ritmi reggae alleggerivano l’inizio della giornata e mettevano il buon umore. L’ultima canzone che l’ho sentito cantare e’ stata My Girl.

2021, che volemo fa’? Che intenzioni hai?

di Dawson’s Creek e di thank you buh bye

L’ultima stagione di Dawson’s Creek si trascina che ormai faccio fatica ad avere voglia di finirla -o meglio la mia voglia di terminarla viene dalla voglia di liberarmene e basta.

scusate, non ho resistito

*Attenzione, seguiranno spoiler -anche se la serie e’ ormai attempatella, vi capisco se non l’avete ancora vista, io l’ho iniziata per la prima volta solo qualche settimana fa.*

Se dovessi riassumere Dawson’s Creek in poche parole direi che e’ un teen drama-coming of age in cui un gruppo di amici va a letto con tutti gli amici del sesso opposto. Vorrei sottolineare l’elemento fantascientico che non viene menzionato tra i generi della serie, ma si puo’ dedurre: questi vanno a letto tra di loro (e i di loro amici e fratelli) ma rimangono comunque amici. Ecco, per alcuni tutto cio’ sara’ realizzabile, per la sottoscritta e’ pura fantascianza. Questi si scambiano compagni e, per lo piu’, non fanno grandi scenate. Dawson non la prende bene quando Joey e Pacey confessano di amarsi, ma viene raffigurato come uno che overreacts. Da overreactor nata, a me qualche scena di insulti, di mandarsi a quel paese e spaccare due cose non dispiacerebbe. No, perche’ qua la normalita’ sembra lasciarsi di punto in bianco (alle feste poi!) senza manco una spiegazione e augurarsi il meglio l’un l’altro. Cosi’ le feste mi farebbero montare un’ansia anticipatoria che levate! E le rotture comunque non tirano fuori il meglio di me.

Considerando tutta la serie -che ripeto, non ho ancora finito di vedere – credo di poter dire che le stagioni ambientate a Capeside, quando tutti i ragazzi andavano ancora a scuola, mi sono piaciute molto di piu’. Nonostante, in genere, mi piacciano molto le singole puntate delle serie ambientate in posti diversi dal solito -per vacanze o lavoro dei personaggi -, mi piacciono comunque le serie che hanno anche un’ambientazione stabile, con caratteristiche rassicuranti. Queste ambientazioni diventano anche un personaggio in piu’ e si ricordano con affetto, come faccio con Stars Hollow di Gilmore Girls o la casa di Monica di Friends. Quando tutti i personaggi principali lasciano Capeside per Boston secondo me si perde un po’ di collante e non se ne crea di nuovo. A una location stabile seguono anche personaggi secondari stabili -che per me fanno la differenza -, e quindi parenti, insegnanti e amici secondari apportano momenti di comic relief o tematiche che non sono strettamente legate alla vita dello studente medio – e spaziare e’ sempre meglio del rigirare la stessa minestra di verifiche in classe e amorazzi.

Il mio personaggio preferito della serie e’ Grams, la nonna di Jen -ok, questo e’ il momento in cui mi direte che non c’ho capito niente di Dawson’s Creek. Secondo me la signora e’ ben definita in cio’ in cui crede, ma non per questo non si ammorbidisce nel tempo -alla fine riesce anche a pronunciare la parola penis senza rimanerci. E’ saggia, simpatica e anche solo con la sua presenza tocca la vita dei ragazzi ed e’ un punto di riferimento; e poi, quando da pensionata vedova si trasferisce a Boston da un paese, si puo’ permette una super casa piena di camere – misteri delle serie americane.
Il personaggio con cui invece piu’ mi identifico e’ Dawson, e sospetto che questo sia molto uncool da parte mia – ma forse that ship has sailed con la mia confessione di amore per Grams. Direi che tra l’immedesimazione e il wannabe c’e’ una linea sottile. Mi identifico con la sua vita sentimentale inizialmente sfigata, con il suo incrollabile amore per Joey – anche le mie cotte prendevano radici piu’ profonde di quando fosse forse giusto – e anche con il fatto che sia un adolescente piuttosto privilegiato, ligio alle regole e legato alla famiglia. Direi anche che mi identifico con il suo ugly cryingnever forgotten dal mondo delle meme – e la propensione all’autoanalisi paralizzante. La compotenente wannabe della mia propensione per il personaggio di Dawson e’ che vorrei avere anche io una passione cosi’ forte da costruirci il mio futuro sopra – anche se nessuno gli risparmia mazzate nel percorso.
Per quanto invece riguarda gli altri personaggi:

  • Joey, da quanto deduco, e’ l’eroina della serie, quella che non sbaglia, e che pure quando sbaglia, pero’ infondo non sbaglia. Bella, ma semplice, brillante ma non spocchiosa, indipendente ma non stronza (distinzione che io fatico ad applicare nella mia vita). Non e’ che nella vita sentimentale sia un fenomeno, che’ pure lei si fa di quelle paturnie che manco il pre-ciclo. Eppure quasi non la si vede in un momento di deriva, di sbando esistenziale – quante volte si ubriaca? Un paio? Ma forse, e comunque non si disfa come noi mortali. Vabbe’, non e’ che la personalita’ si misuri dalle ubriacature… La cosa che di Joey proprio non mi spiego, ma proprio non mi capacito, e’ vederla camminare per strada e uscire di casa SENZA borsa. Ma e’ matta?
  • Pacey, il comic relief con la famiglia disfunzionale. Per me il personaggio assume una certa rilevanza sexy quando inizia a lavorare da cuoco (sorry, deformazione personale), ma il sex appeal fa seppuku quando lo si ritrova nell’ultima stagione con un pizzetto che Dio ce ne scampi. Pacey e’ quello che, zitto zitto, tromba piu’ di tutti, pure Jen secondo me non tiene il passo, a dimostrazione che la comicita’ paga. Purtroppo gli sceneggiatori gli fanno mettere la testa a posto nell’ultima stagione e lo vediamo in completo e cravatta – perche’ la ristorazione non sembrava un campo abbastanza serio per maturare, un ufficio prototipo del maschilismo tossico invece si’.
  • Jen, la mangiauomini di 16 anni scottata dalla vita. Quando Jen parla della sua vita dissoluta di New York (dove viveva prima di venire esiliata a Capeside) e poi accenna a quando ha perso la verginita’ a me quasi e’ andata di traverso l’acqua che stavo bevendo. La mia vita sentimentale non e’ propriamente stata una valle di lacrime ma un deserto dei tartari si’ pero’. Riconosco di non essere granche’ al corrente di quando e come le ragazze si affaccino di norma ad una vita sessualemente attiva, ma Jen mi e’ sembrata un esempio particolare in merito, non proprio da prendere come pietra di paragone. Anche le modalita’ dell’inizio della sua vita sessuale sono davvero discutibili, modalita’ per cui ora si parla di abuso, di stupro e di me too, ma ai tempi forse pareva brutto -o forse la volevano presentare come una cautionary tale, come se lei avesse responsabilita’… Lasciamo perdere. Jen (senza borsa, pure lei!) dalla camminata priva di grazia, i tagli di capelli che a una certa non collaborano piu’ e il viso, secondo me, bellissimo, nell’ultima stagione e’ quasi non pervenuta (come Grams, cacchio!) – ed e’ un peccato perche’ i personaggi presi singolarmente sono ok, ma non intrattengono tanto quanto quando sono insieme.

Nella serie ricorrono anche molti altri personaggi ma questi tre e Dawson sono quelli che ci sono in tutte ma proprio tutte le stagioni.

Ho capito che quando si guardavano le serie una puntata a settimana, gli autori potevano ancora permettersi qualche svista, qualche incoerenza nella definizione dei personaggi e nella consequenzialita’ degli eventi; gli spettatori tra una puntata e l’altra si scordano dei dettagli e non e’ la fine del mondo. Oggi che pero’ ci spariamo piu’ puntate al giorno e tutte le stagioni in una tirata unica, le magagne degli sceneggiatori vengono a galla. Capisco l’espediente per introdurre tematiche diverse (anche senza poi trattarle davvero), capisco gli attori che hanno altri lavori e quindi latitano o spariscono con spiegazioni che ti chiedi “ma picchi’?”, capisco anche che le storie d’amore solide sono noiose sullo schermo e il tira e molla permette di allungare la minestra, assicurarsi un lavoro e pagare il mutuo… Eppure, diamine, a volte mi chiedo cosa stia guardando! E io sono una che difende il trash!
Da quando i ragazzi lasciano Capeside e tutti sono stati eterosessualmente con tutti (financo Jack si e’ limonato sia Joey che Jen), gli autori si trovano orfani di idee, sia mai si introducesse un personaggio nuovo piu’ interessante di quelli storici – che non ci vorrebbe poi molto. E quindi ci si ritrova con un Eddie – il tipico personaggio che mi provoca l’orticaria: l’incostante (che, insomma, come caratteristica abbondava pure prima che arrivasse), quello che frequenta l’universita’ pur non essendo iscritto, quello che spicca per essere piu’ bravo degli studenti stessi, lo scrittore che si incarta alla prima lettera di rifiuto di pubblicazione, il saccente che cerca di aprire gli occhi a Joey e di sfidare i suoi preconcetti salvo poi darsela a gambe quando il padre della stessa gli rivolge due domande sulle sue intenzioni con la figlia… Eddie, nun te smove ‘na cannonata, oh?! Come se non bastasse, ritorna pure e poi ancora un’altra volta. Aahh, l’orticaria!
O ci si ritrova con una puntata, che e’ pura imbottituta, per raggiungere le 24 puntate della stagione. Una puntata, signori, in cui gli autori si aspettavano che il pubblico si intrattenesse con lo scambio (surreale) tra Joey e uno (spacciatore, ma, poi si scopre, padre di famiglia) che di notte la deruba e le punta una pistola, che poi si scopre essere scarica. All’inizio ho sopportato pensando che l’evento fosse una premessa alla puntata, macche’?! Quando ho raggiunto la saturazione per il delirio che stavo guardando e ho controllanto quanto mancasse alla fine della puntata, gia’ stavo a due terzi dei soliti 40 minuti… Allucinante. Non e’ solo la mancanza di fantasia degli autori a scazzarmi – e la presunzione che non ci accorgessimo che di tutti i personaggi storici della serie, solo una stesse lavorando in questa puntata. Quello che davvero mi fa reagire male a questa puntata -e per cui ancora ora mi analbero – e’ lo scambio piccato che avviene tra Joey e il tipo, un lungo -eterno- scambio di battute tra il sarcastico, il brillante, lo sfotto’, la critica sociale… Joey si sciroppa il criminale, si vede svuotare il conto in banca, lo vede poi a terra per un incidente con una macchina, si riprende le sue cose, chiama l’ambulanza (ok, non e’ necessario finire il tipo sul posto, considerando i costi della sanita’ in America, anche chiamare un’ambulanza e’ una punizione adeguata), aspetta i soccorsi e una volta in pronto soccorso, conosciuta la compagna e la figlia di lui, si trattiene anche con loro in sala di attesa. Joey, ma veramente fai? Ma vai a casa! Fatti un bagno caldo, apriti una bottiglia di vino, fatti un piantarello per sfogare lo stress e guardati qualcosa in tv – quando e se te la senti, sporgi anche denuncia. Ecco, quello che voglio dire e’ che, ragazze, quando uno vi intrattiene per strada ed e’ molesto, non e’ necessario ne’ trattenersi con lui, ne’ sfidarlo, ne’ interessarsi ai suoi problemi. E’ piu’ che ok proteggersi e andarsene appena si e’ in sicurezza di poterlo fare, e’ ok anche non entrare in relazione con i problemi di qualcuno che non ha rispetto per voi, ok? Chiaro? ‘Ste tirate infinite per beatificare Joey, anche no. Che’ io ho la coda di paglia e sono malfidata e sento quasi che il tutto venga presentato come un esempio di condotta. E poi non ci sto perche’ sono la cafona che non da’ corda e risponde male quando non si rispetta il mio spazio personale.
Un’altra cosa ricorrente, soprattutto nelle ultime stagioni, e’ la tendenza degli stronzi a ravvedersi e porre rimedio ai problemi che creano e alle parole di troppo che hanno detto. Ogni tanto va bene, ma sempre proprio sempre, stucca, poi diventa prevedibile, poi gli ostacoli e le cattiverie generano sempre meno tensione (vabbe’, tanto si risolve tutto!) e alla fine non vedi l’ora che uno stronzo rimanga tale -spero che Eddie non ci deluda in questo.

Piu’ penso a come dovrebbe finire una serie e piu’ mi rendo conto di non saper scegliere. Meglio che la qualita’ di una serie vada scemando cosi’ sara’ piu’ facile dirle addio o meglio che finisca col botto?
Considerando la mia lealta’ quasi giapponese a cio’ che mi piace, forse rovinarmi la bocca per qualcosa prima di lasciarla andare, rende piu’ facile il distacco. In questo caso, Dawson’s Creek con i suoi personaggi contraddittori dell’ultima stagione mi sta aiutando moltissimo al riguardo.
E’ stato bello, non lo nego, abbiamo avuto i nostri momenti, ma mo basta!

The Testaments, di Margaret Atwood

Come sempre, prima ancora di iniziare a scrivere del romanzo, anticipo che seguiranno una buona valanga e mezza di spoiler, quindi state accorti voi che leggete.

The Testaments,
di Margaret Atwood

Ho letto The Handmaid’s Tale -anche se dico sempre handmaiden chissa’ perche’ -a Dicembre. Avevo provato a leggerlo qualche anno fa, ma ho fatto fatica a superare la terza pagina perche’ non riuscivo a capire cosa stesse succedendo. Dopo qualche anno di letture in inglese -perche’ anche la lettura in una seconda lingua richiede allenamento – ho riaffrontato il romanzo che, questa volta, mi ha presa subito. Grazie al cielo non ho pensato di riportarlo al charity dopo il primo tentativo di lettura.
Durante la lettura mi sono ricordata che la Atwood aveva pubblicato almeno un sequel, che poi si e’ rivelato uno solo, The Testaments – non so perche’ le saghe me le immagino sempre in trilogie. Mi sono messa subito alla ricerca nei charity -dove senno’? – e, fortuna immane, l’ho trovato! Ho trovato l’edizione con la copertina rigida, non la mia preferita: e’ scomoda da portarsi dietro, da tenere in mano e occupa spazio -preziosissimo nel mio monolocale. Ma vabbe’, forse e’ ancora l’unica edizione disponibile e comunque, al charity, dopo essere stati fortunati, non si puo’ pure essere choosers.

Gilead e’ un posto molto cupo e opprimente, nel primo romanzo mi sento di dire che non succede molto, e il libro si dedica soprattutto a descrivere la struttura e le nuove usanze di questa nuova societa’ totalitaria -di emeriti pazzi da legare. Mi piacciono molto i romanzi sci-fi per questo, la descrizione di un mondo diverso e distopico mi risucchia completamente -un po’ come per i documentari sulle tribu’ o sulle comunita’ isolate, mi affascina sapere come gli umani si organizzano, come sviluppano una struttura sociale e come si relazionano tra di loro. E sono inoltre incuriosita dal processo creativo che l’autore compie per produrre un mondo tutto a se’. Entrambi i libri su Gilead sono un concentrato di patriarcato fanatico e leggere le vicende narrate e’ impegnativo. Le ingiustizie sono cosi’ pesanti che bisogna davvero fare uno sforzo per distaccarsi e vedere le forze in campo come elementi di una storia piu’ ampia; la distorsione ha infondo finalita’ di ammonimento e di protesta, ma ha anche lo scopo di elaborare una speculazione sulla natura umana.

Quello che mi e’ piaciuto e’ che l’agghiacciante stato totalitario di Gilead e’ distrutto per opera di tre donne: una giovane di Gilead che non conosce altra realta’ oltre a quella della sua nazione, un’altra giovanissima cresciuta fuori da Gilead e una piu’ matura che ha vissuto il passaggio dalla liberta’ all’istituzione di Gilead e che, cosi’ come partecipa alla costruzione di Gilead stesso, fara’ in modo di minarne le fondamenta e far saltare tutto in aria. Tutte e tre sanno leggere, che e’ consentito solo alle aunts. In fondo il divieto per le donne di leggere si rivela nato da una paura fondata: chi legge, ha potere -anche quello di distruggere nazioni intere. Il fatto che siano delle donne (quelle messe all’angolo, messe a tacere, usate e indottrinate alla sottomissione) a generare la fine di Gilead mi piace assai. Nel femminismo spinto della Atwood non c’e’ spazio per i principi azzurri, soprattutto in The Testaments. Credetemi, I’m all for the romance, ma in queste storie l’autrice ha deciso di concentrarsi su altro. Figure maschili ce ne sono poche, edificanti ancora meno, salvatori quasi nulla.
Un’altra componente che mi piace sia nei romanzi che nei film e’ lo scoprire le sfaccettature dei villains, i cattivi, soprattutto quelli proprio perfidi -Hannibal Lecter e’ uno dei miei personaggi inventati preferiti, ecco, l’ho detto. I cattivi sono infinitamente piu’ interessanti dei buoni -e, anche se non sono un’attrice, credo che siano piu’ divertenti da interpretare, oltre a essere liberatori. A Gilead, Aunt Lydia e’ uno villain. Austera, gelida, (nel primo libro anche un’invasata), rigida e manipolatrice. Aunt Lydia e’ un personaggio interessantissimo, uno di quelli che gli attori ammazzarebbero la concorrenza pur di interpretarla. E’ il personaggio femminile con piu’ potere, quello che lavora con i commanders e indottrina handmaids, future wives e aunts -e in parallelo lavora con Mayday per far crollare Gilead. C’e’ anche che quando i personaggi cosi’ solidi, poi mostrano della debolezza, mi stona. Aunt Lydia viene presa di sorpresa da alcune vicende verso la fine del libro e questo… mmm, non mi torna. Personaggio sfaccettato si’, allo sbando no pero’. Per me lei e’ molto piu’ granitica, molto piu’ calcolatrice del dover farsi risolvere un problema imprevisto (Aunt Lydia, imprevisto?) da tre ragazzette di primo pelo. Ecco quello continua a stonarmi.

Sul famoso Goodreads il libro e’ praticamente massacrato. Pur avendo un giudizio medio in stelle non basso, le recensioni dei lettori lo distruggono. Infatti, prima ancora di leggerlo, gia’ mi sono visualizzata a restituirlo in negozio. Comunque io su Goodreads ci casco sempre, ma continuo a insistere.
Come hanno detto alcuni lettori, il libro era stato attesissimo prima della pubblicazione e molti vi avevano riposto aspettattive enormi. Come succede in questi casi, il romanzo ha deluso molti. Per mia fortuna, ho letto The Handmaid’s Tale e The Testaments uno dopo l’altro, senza troppa attesa e con poche aspettative -non ho nemmeno ancora guardato la serie che ne e’ stata tratta. Credo di poter dire che questo e’ stato l’approccio con il risultato migliore -da applicare nelle letture, come nella vita.
Alcuni lettori hanno messo in luce la prevedibilita’ di alcune scelte dell’autrice. Le critiche ci stanno, eppure questa prevedibilita’ -che non ho sempre anticipato – non mi ha disturbata. Altri hanno criticato le voci narranti delle protagoniste adolescenti. Devo confessare di avere un debole per l’irrequietezza e per l’intensita’ proprie dell’adolescenza (un giorno mi pentiro’ di quello che ho appena detto), ma ancora piu’ che per questo, le diverse voci narranti a me sono invece piaciute per i diversi punti di vista che apportano.
Un lettore ha scritto che lasciare un finale in sospeso e’ spesso il modo migliore per finire una storia. Io non potrei essere meno d’accordo, anche se e’ solo una questione di gusti. Il finale aperto mi puzza sempre di presa in giro, di ‘vabbe’ lettore, senti: se io continuassi a raccontare manderei la storia in vacca e allora facciamo che lascio tutto in sospeso cosi’ ti puoi immaginare quello che vuoi e rimanere soddisfatto’. Ci vuole talento per ricorrere al finale sospeso, ce ne vuole (secondo me) ancora di piu’ per prendere una decisione e dare un finale definitivo. Mi spingero’ anche a dire che The Testaments mi e’ piaciuto piu’ di The Handmaid’s Tale proprio per questo motivo. Lasciarmi a bocca asciutta, a tavola e nella lettura, non funziona.