di ansie reloaded

fumetto di Gemma Correll

E ci si ritrova ancora alla vigilia del ritorno a lavoro. Dato che lavoro durante l’anno accademico, ho molti ritorni a lavoro durante l’anno, tra break per le feste e recenti lockdown. Eppure, nonostante la ripetitivita’ della cosa, la vigilia del ritorno e’ sempre un misto di scazzo, nostalgia e bassa (quando non bassisima) autostima. Scazzo perche’ non importa quanto il lavoro porti equilibrio e una routine nella mia vita, ancora mantengo la mentalita’ che e’ meglio un giorno libero da scuola o dal lavoro piuttosto che un giorno lavorativo o di studio. Nostalgia perche’ quest’anno e’ stato generoso con le vacanze, ma tutte hanno una fine – e con essa vengono i conti che ci si fanno in banca (con annesse lacrime di coccodrillo), la consapevolezza che that’s it per quanto riguarda la vitamina D del 2021 e bentornata maglietta intima. La bassa autostima non so, credo sia un atteggiamento che adotto per abitudine, sia mai mi montassi la testa e credessi davvero di stare facendo qualcosa della mia vita.

Se poi la vigilia del ritorno a lavoro due giorni dopo essere tornata dalle vacanze e’ tosta, la vigilia cosi’ vicina al ritorno dalle vacanze (ergo mancata elaborazione della fine dell’estate) mentre si e’ da sola in casa (per via del fidanzato ancora via) e col premestruo e’ una sfida al povero neurone superstite – che tra l’altro e’ ancora in modalita’ spritz.

Questa notte mi sono svegliata alle 3:30 e cosi’, per celebrare la vita, non mi sono fatta mancare una carrellata di pensieri cupi – perche’, di notte, si sa, fare pensieri belli e’ da sfigati.
Non so voi, ma il covid ha dato una dimensione piu’ pesante alla mia depressione stagionale. Se prima della pandemia i miei pensieri depressivi autunnali riguardavano la mia persona (fonte inesauribile di delusioni e fallimenti esistenziali) adesso vi si aggiungono le ansie da contagio, lockdown e licenziamento. Che insomma, dal febbraio 2020, ci son state due dosi di vaccino e molti posti di lavoro hanno implementato nuove misure di sicurezza, ma la mia mente continua a ragionare (ahahah!) come prima.
Se la mia ansia mi fa sentire spesso come se stessi camminando sull’orlo di un dirupo, l’arrivo del freddo -che in Italia adesso ciao proprio, ma qui e’ questione di poco – mi sembra la conferma di una sciagura imminente, il mare che si ritira dopo un terremoto, i freni della macchina che smettono di funzionare in autostrada…

No, ma e’ sempre un piacere tirare su di morale gli altri. Non c’e’ di che ;-)

di scatenare l’inferno, ma responsabilmente

sottotitolo: se l’anno scorso qualcuno mi avesse detto che avrei rimpianto un’estate senza vaccini (l’estate scorsa), non gli avrei mai creduto.

opera di Cecilia Paredes

Dalla terra con piu’ varianti del virus che tipi di formaggio, noi si riprova a far finta di nulla, come tre lockdown nazionali fa -perche’ in effetti, forse, non si e’ fatto finta di nulla abbastanza bene. Infondo i lockdown sono avvenuti perche’ abbiamo perso la concentrazione e ci siamo impanicati. Perche’ poi un virus non dovrebbe reagire alla nostra indifferenza come i bambini capricciosi che se ignorati poi si stancano e cambiano comportamento? Same! Mary Poppins consigliera sulla gestione virus di Bojo, proprio!


Ieri sono andata al centro commerciale per far spesa da Tesco (come se dovessi giustificarmi sul dove vado mascherinata, vaccinata, disinfettata e senza sintomi) e vedere la maggioranza delle persone senza mascherina e’ stato desolante. Ormai non c’e’ piu’ l’obbligo di mascherina al chiuso (all’aperto non c’e’ proprio mai stato), ma ricordo che al sollevamento dell’obbligo, negozianti e aziende, si sono impegnati a comunicare come loro continueranno a usare le mascherine e a chiedere ai clienti di stare ancora attenti. Questo a livello teorico e per la durata di forse un paio di giorni, quel tanto per farmi sentire sollevata e sperare per il meglio… Illusa che non sono altro!
Ora, non so se e’ perche’ io vivo in una zona particolarmente truce dell’Inghilterra, ma la mascherina e’ improvvisamente diventata un accessorio di moda out. Se non c’e’ obbligo, ma una pandemia ancora in corso, evidentemente le mascherine non servono piu’ – scema io che non vedo la palese relazione tra le due cose.


Al supermercato ho pensato che era da tempo che non venivo urtata (non solo metaforicamente) da cosi’ tante persone e sono arrivata alla conclusione che le persone non stanno piu’ mantenendo le distanze di sicurezza. Non sono una persona goffa e di solito riesco a evitare di andare addosso agli altri: il mio personal space e’ prezioso, conosco i miei surroundings e gli sconosciuti non mi piacciono per principio. Pero’, come per i tamponamenti in macchina, se chi mi sta intorno non fa caso a mantenere la distanza da me, scontrarsi e’ un attimo. Avrei volentieri pulled a Gogo Yubari col mio cesto della spesa, ma poi ho optato per un profilo piu’ sottotono.
Che insomma, viva i vaccini ma quando nessun esperto (manco quelli da bar!) sa dire quanto durera’ la protezione dello stesso e quanto sia efficace con le varianti, io non andrei a verificare e a insistere di persona per amore della scienza come invece gli inglesi sembrano voler fare.

E in questa supercazzola del “liberi tutti ma con buon senso”, “godiamoci l’estate, ma responsabilmente”, “pensiamo agli altri, ma senza mascherine”, ancora sento consigliare di evitare viaggi non necessari. E a me prende un attacco di coda di paglia acutissima in vista delle mie vacanze in Italia -oltre a iniziare sciorinare una corona di vaffa ad altezza uomo. Le mie vacanze in Italia non sono una questione di vita o di morte, ovvio; pero’ mi si permetta di considerarle piu’ importanti della scocciatura di indossare una mascherina – che per alcune persone e’ stata una tale limitazione della propria liberta’ da farti chiedere che razza di vita privilegiata abbiano condotto finora.
Nel paese che ha ospitato le partite degli europei di calcio, suggerire alla popolazione (o a quelli che ancora ascoltano le indicazioni del governo) di considerare la necessita’ dei propri spostamenti e’ una colossale presa per i fondelli. Gli europei sono anche serviti a far assaggiare un po’ di humble pie alla squadra di casa che, si’, ok, totally worth it, ma forse pubblico e partite non erano proprio proprio cosi’ strictly necessary. Quindi i miei spostamenti non dipenderanno dall’inevitabile necessita’ degli stessi, ma da quanto gli astri saranno favorevoli e mi permetteranno di compiere i miei piani. Responsabilmente.

di aggiornamenti sbilenchi e frammentari

E quindi eccoci qui. Dopo tre settimane di ritorno al lavoro, al termine dell’anno accademico, da contratto, sono tornata off e dovrei rimanere cosi’ fino a settembre.

La prima settimana di ritorno al lavoro e’ stata un mezzo SIOCK! Oltre a essermi scordata parte delle operazioni che facciamo a lavoro, ho dovuto vedere quanto la mia massa muscolare si fosse lasciata andare nell’ultimo anno -muscoli? quali muscoli?
Mi sono lamentata tutti i giorni per la stanchezza -anche perche’ la mia prima settimana e’ coincisa col pre-ciclo piu’ intenso dell’anno. Ma ci sono dei pro a tutto, per esempio il sabato mi sono trascinata alla prima dose di vaccino sapendo che non avrebbe potuto provocarmi piu’ stanchezza di quella che gia’ avevo.
Ho anche potuto appurare quanto il mio livello di inglese sia regredito. Non dovrei stupirmene ma, saro’ ingenua io, non me l’aspettavo. Oltre ad avere problemi a esprimermi, mi sembra anche che il volume del mondo si sia come abbassato al ritorno alla normalita’. Tra le mascherine, i plexiglass e i clienti che sussurrano il proprio ordine, i miei turni sono stati dei surreali tornei di mimi. Al ritorno (perche’ ancora speriamo in un ritorno a settembre) mi porto una lavagna, mi sono sempre divertita di piu’ con Pictionary…

Alla fine dell’ultimo giorno di lavoro – ovviamente massacrante -, ho camminato mestamente a casa, prendendo la via piu’ lunga per stare in mezzo alla gente e darmi il tempo di processare sia la fine di un turno incalzante che la mestizia per la fine delle mie settimane di lavoro. Senza lavoro, vengo a contatto con pochissime persone e anche la mia spinta a mettermi in contatto e incontrarmi con qualcuno fa presto a scemare. Tra “massi’, figurati se una conoscente giovane vuole passare tempo con te”, “figurati se e’ appropriato vedersi con un supervisor coetaneo (credo) e single fuori dal lavoro”, e “figurati se e’ il caso di uscire con un amico con cui si esce sempre in tre”, faccio prima ad aspettare di tornare a lavoro (sempre nella speranza di averne ancora uno a cui tornare).

Ogni tanto sogno del lavoro, ma faccio sogni banali. All’inizio della pandemia ho sognato di lavorare turni da sola in unita’ a me non tutto familiari, con lunghe file di clienti, tutto cio’ che mi serve (take away cups, sciroppi, refill) mancanti o cambiati di posto e la cassa che non conosco o non risponde… Praticamente degli incubi. Ora invece sogno small talk con i miei colleghi, in inglese elementare e turni di lavoro sovraffolati di inservienti ma con pochi clienti.

La voglia di leggere ancora non torna. E’ spiazzante perdere il gusto di qualcosa che ci fa stare bene. Credo di aver ormai superato la frustrazione, pero’ mi rimane comunque la noia del tempo vuoto.
Netflix mi fa da sottofondo costante. Ho concluso per l’ennesima volta la visione di Gilmore Girls e, come ogni volta, mi ricordo quanto mi piaccia e quanto sia tenera e leggera e perfetta a modo suo. Una serie tv sulle dinamiche tra tre generazioni di donne farcita con il nulla, l’irreale e un romantico sottofondo di cittadina di provincia americana che non potrebbe essere piu’ bianca.

Per darmi una botta di vita ho finalmente fatto il piercing al naso che ho desiderato per piu’ di un anno. Adesso che mi sono bucata, mi sembra che almeno un piercing al naso ce l’hanno veramente tutti e infatti nessuno dei miei conoscenti ha notato la novita’. Per il prossimo paio di mesi devo solo ricordarmi che, anche se non sento nulla, non posso asciugarmi il viso con gusto e rischiare di tirami via il piercing con l’asciugamano come e’ successo ieri -adesso provate a togliervi questa immagine dalla mente! :-P


Prenotare le mie vacanze in Italia per l’estate ha risvegliato la paura di contrarre il virus prima di ricevere la seconda dose, o prima di partire, o di contagiarmi una volta in Italia, o… Il solito, insomma.
Mi sembra che molti di noi (me compresa) continuino a ragionare come all’inizio della pandemia , ma forse non abbiamo granche’ di scelta considerando che anche gli esperti mettono le mani avanti e farciscono le proprie previsioni (ottimiste o catastrofiche, vie di mezzo no) di “forse”, “dobbiamo vedere se” e “stiamo aspettando di vedere cosa succede”.
Ho conoscenti che fanno solo la spesa online e altri che non hanno ancora scaricato l’app track and trace per accedere a ristoranti e bar -il che vuol dire che non sono usciti per un caffe’ per un anno e mezzo- e io mi sento una scellerata pazza scriteriata per essermi rilassata con l’allentamento del lockdown… E nonostante cio’ ho anche iniziato ad assumere farmaci per l’ansia. Cosa dovrei assumere se mi attenessi a una vita piu’ contenuta e attenta?!?

Ho finalmente (quasi) finito la tenda per un mobile in bagno. Anche se non posso dire di saper cucire, ho messo insieme una tenda tipo patchwork per coprire un mobile senza ante in cui teniamo la biancheria. Anche se la tenda e’ sbilenca, le cuciture sono storte, rimane un po’ piccola rispetto allo spazio da coprire e sto faticando a contenere la mia tendenza all’horror vacui (giusto un altro dettaglio, pizzo, riquadro, ricamo), sono ancora piuttosto soddisfatta del risultato, che sara’ indubbiamente un pezzo unico, interamente cucito a mano e irreplicabile – sfido tutti quelli che sanno cucire per davvero a rifare i miei punti sconclusionati! Li sfido anche a guardare il retro del lavoro e contenere le risate!

di dispacci dal fronte

foto dalla rete

Lunedi’, se Dio vuole e non ci sono sorprese inaspettate (ci bastano le variazioni del menga, grazie), dovrei tornare a lavoro. Tra lockdown e restrizioni che nella mia contea inglese sono state piu’ rigide, nell’ultimo anno ho lavorato solo sei settimane. No shit! Quando lo dico ai miei amici, la risposta standard che ricevo e’ “e chi sta meglio di te?!”
Come reazione ci sta tutta perche’ finora Santa Pupa mi ha protetta dalla disoccupazione e mi ha permesso di stare al sicuro di casa – onestamente, tantissima roba. Eppure c’e’ sempre un’altra storia dietro alla facciata socialmente accettabile che presentiamo al mondo -e che ricordiamo anche a noi stessi per non predere del tutto la testa. Perche’ la verita’ e’ che una pandemia risveglia paure, insicurezze e traumi passati che manco un infelice commento sull’aumento di peso diretto a una donna… Secondo me, trasforma anche dei ricordi piuttosto banali in piccole tragedie. Per affrontare (battutona!), gestire (you may say I’m a dreamer) o anche sopravvivere (more likely) a questi prodotti luridi della propria mente, a volte si trovano degli stratagemmi, altre si soccombe senza gloria.

La protrazione di questo lockdown/mesi a casa fa sentire la stanchezza in diversi modi e, per esempio, ora sento intaccata la mia capacita’ di interpretare cosa mi dicono gli altri. Sento la mia capacita’ di comprensione compromessa perche’ ci sono giorni in cui qualsiasi cosa mi venga detta mi sembra rivestita di schegge di vetro, tutto quello che mi viene detto mi ferisce. Per coronare il tutto adesso sfoggio un’emotivita’ da ormone instabile -e non e’ manco quel periodo del mese.

Lavorare e’ uno dei miei trucchi per non impazzire, e’ una forma un po’ imperfetta di meditazione perche’ mi da’ un break dalla mia mente che avrebbe bisogno della revisione di uno bravo. Il lavoro alla fine lo trovo anche superiore alla semplice meditazione. Non solo vengo pagata (sempre un punto a favore), ma mi stanca fisicamente, da’ uno scopo e una struttura alla mia giornata e la possibilta’ di concentrarmi su qualcosa che sia diverso da quell’incomprensione di 12 anni fa per cui ora non c’e’ soluzione – o quell’altra cosa di otto anni fa, o quella di sei, o…. Ci siamo capiti. Inoltre devo interagire con le persone per un tempo limitato -se dovessi scegliere quando farlo, non succederebbe mai. Mai avrei pensato di avere bisogno di vedere persone, ma questa pandemia me lo ha schiaffato in faccia piu’ volte. Non vivo per il mio lavoro, ma gli sono davvero grata per l’equilibrio che porta nella mia vita – o la parvenza dello stesso. Perche’ in effetti l’equilibrio non e’ doversi distarre dalla propria mente disfunzionale, ma e’ la capacita’ di trovare un centro in situazioni che variano. Considerando che in passato sono riuscita ad avere squilibrio anche nel lavoro (settimane senza giorni liberi, continuo rimuginio anche nel tempo libero e giorni off passati a piangere sul divano perche’ non sapevo cosa fare se non dovevo lavorare –shame on me!), gia’ questa la trovo una situazione accettabile. Ci sono ampi spazi di miglioramento per il mio equilibrio interiore, ma ho fatto dei piccoli passi avanti rispetto a certe situazioni passate.
Detto questo, perche’ sento questa apprensione per il ritorno al posto di combattimento?

Da qualche tempo, nella terrazza (and I’m overselling it) davanti al mio appartamento, ogni giorno si fanno vive una coppia di gazze ladre e un uccellino bianco e nero che batte la coda ininterrotamente. La terrazza e’ un obbrobrio architettonico con un sistema di drenaggio cosi’ scarso da trasformarsi in una pozzangherona con le piogge. Pero’ le visite giornaliere di questi esserini mi portano allegria. Io Boh non ha avuto una deriva gattara – solo per via delle clausole del mio contratto d’affitto-, non ha avuto una deriva ossessiva per le piante -perche’ povere creature con me non ce la fanno a sopravvivvere-, ma non ho potuto evitare la deriva birdwatcher -cittadina poi.

Ho finalmente finito il maglione iniziato ere geologiche fa. Dopo averlo fatto e disfatto molteplici volte (causa uncinetto sbagliato, punti contati male, misure errate, e chi piu’ ha piu’ ne metta), dopo aver speso intere stagioni di serie tv e reality tv (si raschia il fondo qui) lavorando all’uncinetto, dopo aver avuto un meltdown memorabile (perche’ ormai quasi concluso ancora non mi soddisfaceva), dopo aver dovuto lavorare per minimizzare degli sbagli -che non potevo risolvere se non disfacendo, di nuovo, meta’ lavoro fatto (e non esiste proprio!) -, ho finalmente finito il mio cardigan di lana. E’ cosi’ pieno di errori che se dovessi ricevere anche un complimento falso, potrei scoppiare in una risata isterica -e passare poi al pianto. Per la precisione posso contare almeno sei errori commessi – che, conoscendomi, non smettero’ mai di notare.
Prima di questa pandemia credevo di essere una creativa, credevo di avere manualita’ e gusto, adesso non solo non ne sono piu’ cosi’ sicura, ma creare e’ diventato stressante.
Non so quanto sia stato salutare e giusto impuntarsi sul concludere questo progetto. Ho cercato di tenere duro perche’ l’acquisto della lana e’ stato un piccolo investimento, il modello dello schema che ho acquistato era davvero bello e pensavo di avere bisogno di creare. Ho tenuto duro per non lasciare un progetto inconcluso – oh, somma onta! – e da una parte finire il cardigan e’ stata una vittoria. Pero’ il mio critico interiore (un Bruno Pizzul al vetriolo), mi ha accompagnata (incalzata, more like) e sfinita per tutto il processo. Non so quanto sia ok dedicare cosi’ tanto tempo a qualcosa che non ci soddisfa – che poi non ci soddisfi perche’ non e’ fatto abbastanza bene o perche’ siamo impossibili da soddisfare, e’ un’altra storia (infinita e che si morde la coda).
Comunque ho un maglione nuovo, caldo e di qualita’ -almeno finche’ non decidero’ di darlo a un charity.

di piccole astuzie per sopravvivere

foto dalla rete

In tempi di multipli lockdown e lontananza dal lavoro, la mente e’ messa a dura prova. Molto probabilmente non e’ cosi’ per tutti, ma il criceto nella mia testa fa girare sempre la stessa ruota di rimuginio e colpevolizzazione quando non sono impegnata in qualcosa -e trovare la motivazione per impegnarmi in qualcosa al momento e’ roba da fantascienza, ditemi come fate che’ vi faccio una statua -si fa per dire perche’ hello pandemic, bye bye productivity!

Quindi, per sopravvivere a me stessa, ho dovuto trovare dei piccoli (minuscoli, ridicoli) stratagemmi per farmi sentire di aver realizzato qualcosa nelle mie giornate, tra questi ci sono:

  • farsi uno shampo la sera – e mi torna in mente la canzone di Gaber, azzeccatissima.
    Non sono mai stata un’appassionata della doccia, e nemmeno del farsi un bagno. Anche se mi piace la sensazione di pulizia che ne segue, l’atto di spogliarmi, prendere freddo, rivestirmi, spazzolarmi e asciugarmi i capelli… Troppo sbattimento! Ovvio che e’ una cosa che devo fare, ma relegata in casa durante una pandemia, a volte ho optato per lavarmi a pezzi. Sulla scia di questa tendenza, quando ho bisogno di una piccola vittoria quotidiana, perche’ gia’ mi sono lasciata troppo andare e ho bisogno di stare bene con me stessa, certe notti, prima di mettermi a letto, mi faccio lo shampo. Trovo che l’idea di ritrovarmi con i capelli gia’ belli che puliti il giorno dopo sia una figata pazzesca, oltre a darmi la sensazione che non importa quanto mi sia trascinata nel non fare nulla durante il giorno, comunque uno shampo l’ho fatto!
  • mettersi lo smalto alle unghie.
    Ho passato una vita a dirmi che non ho delle unghie abbastanza belle da mettere lo smalto – eppure questo non mi ha mai trattenuta dal comprare gli smalti. Don’t ask, forse pensavo che avrei cambiato idea, o che nel tempo le mie unghie sarebbero diventate magicamente a mandorla. Comunque, dato che gli smalti ormai li ho, il tempo per metterli pure, l’occasione anche perche’ non essendo a lavoro, posso mettermi quello che voglio, mi sono finalmente goduta un po’ di unghie smaltate. Non importa che non siano perfette o da copertina, il processo mi assorbe tanto di quel tempo che va bene cosi’.
  • quando devo comprare qualcosa per la cena, scelgo un supermercato lontano, cosi’ cammino.
    Ammetto di essere la persona meno sportiva sulla faccia della terra, ma camminare mi piace e anche camminare tanto, non mi spaventa. In questa pandemia in cui la sedentarieta’ mi ha dato alla testa e fatto fiorire il punto vita, ho capito che devo muovermi un po’ tutti i giorni. Davanti allo schermo, con l’istruttore di youtube, mi prende a malissimo e mi sento una perfetta idiota, quindi mi sono data circa un’ora di camminata ogni giorno – con lo scopo della spesa c’e’ piu’ possibilita’ che la camminata la faccia per davvero.
  • togliere facebook dal telefonino.
    Forse non sono pronta ad ammettere di avere un problema con facebook. Sicuramente ho un problema con gli aggiornamenti di persone del mio passato che si sposano, figliano e costruiscono imperi mentre io mi sento una persona riuscita buttando l’immondizia o facendomi una doccia -no, lo shampo, vabbe’. Ho qualche problema con l’effetto patinato che sembra d’obbligo nel presentare la propria vita nei social -ma anche in alcune interazioni sociali o lavorative della vita reale, se e’ per quello.
    Il mio vero problema con facebook, quello che persiste nonostante i piu’ si siano spostati a spararsi le pose altrove (tipo instagram), sono i commenti. Non so quando, ma qualche tempo fa, anni dopo essermi iscritta, ho iniziato a leggere i commenti a post di persone che non conosco, post di riviste, notizie, politica e costume e… SHOCK! Credo che la quantita’ di monnezza, di cattiverie gratuite, di bassezza umana e di grammatica raccapricciante abbiamo segnato la mia psiche.
    Dato che smettere un’abitudine deleteria e’ piu’ difficile che eliminare del tutto la tentazione (quale fumatore riesce a non fumarsi le sigarette che ha in casa?), ho rimosso facebook dal telefonino. Continuo a visitare il social dal pc, spendendoci molto meno tempo, e per qualche oscuro motivo dal pc riesco a resistere al riflesso che di solito mi fa aprire la lista dei commenti -ma forse e’ solo perche’ questa non e’ mai diventata una mia abitudine dal computer.
  • togliere il giochino ammazza-tempo dal telefonino.
    Qualche settimana fa la poca voglia che mi rimaneva di leggere e’ andata a farsi un giro e quindi mi sono ritrovata con del tempo da ammazzare, soprattutto mentre cucinavo o prima di andare a dormire. Per questo motivo mi sono scaricata un giochino di blocchi a incastro, su uno schema tipo sudoku. Completando un quadrato, una fila o una riga di nove spazi, i blocchi sparivano, si liberava spazio per piu’ blocchi e si accumulano punti. Easy peasy, farcito di pubblicita’ e con un nome abbastanza brutto da non passare per una che si da’ le arie mentre ammazza il tempo
    La mia storia con i giochini del genere non va molto indietro nel tempo, ma mi ricordo che e’ iniziato con un gioco semplice semplice sul telefonino paleolitico che avevo in Spagna. Il bello di quel gioco era che c’era un numero stabilito di livelli, una volta completati tutti, si poteva tornare a vivere -o a ricominciare il giochino dal primo livello, been there, done that. Sono poi passata per Candy Crush (I know), per un giochino con le palline colorate e un altro con i liquidi che andavano divisi per colore. Il piu’ delle volte ho disinstallato i giochi perche’ avevo raggiunto dei livelli frustranti o perche’ mi ero gia’ bella che saturata. Con Woodoku (ve l’avevo detto che aveva un brutto nome!) invece la tensione (vabbe’) faceva risvegliare il mio tic -che non ha bisogno di essere incoraggiato. E quindi via giochino, adesso riprovo piano piano a leggere… Forse.

di vaffa mancati

foto dalla rete

In queste settimane di rimuginio da sola a casa, mi sono accorta di fare molta fatica a lasciar andare delle situazioni. Let it go mi sembra da sempre un bel concetto adottato da chi essenzialmente se ne frega -si’, questo e’ quello che mi racconto per dormire la notte. Eppure e’ vero che per i torti (anche piccoli, anche minuscoli), ho una memoria da elefante – che con il vuoto esistenziale attuale e’ micidiale perche’ tutto viene amplificato, e anche probabilmente distorto. Mi riferisco in particolare a piccole situazioni del passato in cui ho sollevato un problema, e mi sono quasi ritrovata a essere io il problema.


Tipo, alle medie c’era un mio compagno di classe che mi prendeva in giro durante educazione fisica, perche’ ero scarsa scarsissima -c’e’ anche che lui era scarsissimo in classe, ma non mi ricordo di averlo perculato per quello; poi chissa’, chi puo’ ricordarsi tutto tutto dell’adolescenza e andarne fieri?
Quando e’ stato sollevato il problema, mi ricordo che il preside disse che il mio compagno non andava bene a scuola e quindi non era il caso di metterlo in difficolta’ con una nota e che avrebbe parlato con il professore di educazione fisica -un musone che copriva la sua job description per intero semplicemente indossando una tuta a lavoro. Scusate la cattiveria, ma anche io ho bisogno di sfogarmi. Manco a dirlo, anche dopo aver parlato col preside, non cambio’ assolutamente nulla -molto probabilmente perche’ non e’ stato fatto davvero nulla?



Durante il mio progetto di volontariato in UK, qualche anno fa, ho fatto notare quanto fosse sbilanciato il mio gruppo di volontari dato che 4 su 6 -e poi 4 su 5 quando una ha lasciato il programma – parlavano russo che era poi assurta a lingua ufficiale nella casa che condividevamo. C’e’ da menzionare che la leader del progetto era madrelingua russa?
Questa situazione era cosi’ palese che non poteva essere negata. E’ stato stabilito di ridurre l’uso della lingua russa in casa -peccato ci fosse un elemento esterno (il fidanzato, russofilo, di una delle volontarie) che delle direttive della capa gliene importava assai. Sono state anche fatte attivita’ di team building e team bonding, tra cui giornate dedicate a ciascun volontario in cui ognuno doveva condividere aspetti culturali del proprio paese e preparare un pasto tradizionale della cucina nazionale. Quando ho saltato uno di questi incontri (quello col mio amico piu’ stretto del progetto, quello che per conoscerci meglio avremmo dovuto sposarci), mi e’ arrivato un sms dalla capa per richiamare il mio mancato commitment – sms che ho ghostato in modo molto professionale e, onestamente, je ne regrette rien. Quando a fine progetto, anche il mio tutor ha buttato li’ che ci si aspettava che mostrassi piu’ impegno, ho fatto davvero fatica a farmi scivolare di dosso la critica perche’ avrei volentieri elencato cio’ che del progetto faceva acqua dal primo giorno – ma sappiamo che figura avrei fatto in quel caso, no? “Guarda, tutor, il progetto e’ penoso, la capa non solo non e’ rispettata da nessuna delle organizzazioni con cui lavoriamo, ma pensa anche di essere a capo di una task force che portera’ lustro alla sua carriera. Tutti i volontari si sono trovati fidanzati (guarda caso) europei e side-jobs -anche chi e’ in UK senza permesso di lavoro. Conviviamo con un membro extra (il fidanzato russofilo) che non e’ parte del progetto e non potrebbe in teoria appoggiarsi a un affitto offerto ai volontari dall’Unione Europea. But, please, do tell me more about my commitment…”
Le volontarie russe, o russofile, non hanno sollevato problemi, e loro hanno dimostrato di aver capito davvero tutto. Non e’ che loro non abbiano incontrato ostacoli, ma “va tutto bene” era la facciata che avevano scelto di presentare.

A lavoro ho sentito spesso dire “bring solutions, not problems“. Anche se con questo si cerca di far sviluppare problem solving skills ai dipendenti, oltre a suonare stucchevolmente yuppie, anche l’idea dietro al concetto ha i propri limiti. Per esempio, a volte i problemi sono generati dai capi stessi, i quali non prendono benissimo che gli si vada a dire “ecco la mia soluzione: si cerchi un altro lavoro che’ ci risparmiamo un po’ di casini”.
Io non so se questo sia un punto di arrivo e un indice di maturita’. A me sto “bring solutions” mi puzza di qualcuno che si sta lavando le mani, dopo anni di trainings su problem solving e conflict management. Mi sembra un po’ una scusa per cancellare l’accountability dalla scena e mi sembra anche che venga richiesto (ai solution bringers) di prendersi pure le responsabilita’ di cio’ che non dipende direttamente da loro. Ma forse e’ solo immaturita’ mia, e probabilmente vivo ancora nel mondo di My Little Pony.

Mi ricordo, sempre alle medie (che periodo dimmerda), in un progetto di gruppo, ho avuto una strigliata stratosferica dalla professoressa perche’ i miei compagni mi avevano affibbiato la colpa di aver rallentato la realizzazione di un (inutile) cartellone. Da cretina che ero, non ho nemmeno detto la verita’ alla professoressa, ovvero che quei quattro cretini erano degli incapaci che non si sapevano assumere le proprie responsabilita’. Mi sono sciroppata la strigliata e via. Ancora mi chiedo se una volta a conoscenza della verita’, la professoressa avrebbe preso delle misure per mettere al proprio posto i miei compagni. I miei due compagni che avevano voti bassi avrebbero ricevuto una strigliata della stessa portata? E io? Avrei comunque ricevuto qualche critica sulla mia condotta, nonostante la colpa ricadeva interamente sui miei compagni? No, perche’ dopo l’esperienza del preside, e anche dopo aver visto le dinamiche sul lavoro di mio padre, davvero c’era da aspettarsi cose dell’altro mondo.


Quando il mio tutor mi ha chiesto se volessi sollevare dei problemi col progetto di volontariato, avrei dovuto sorridere e dire “no, assolutamente!”. Quando il mio compagno di classe mi prendeva in giro, avrei dovuto rendergli il favore umiliandolo in classe durante un’interrogazione andata male -anche se, infondo, non mi importava un fico secco di farlo e mi sarei forse anche presa una nota, visto che avevo voti molto alti. Ma almeno avrei messo la palla al centro.
Quello che si puo’ evincere da questo post ( off-topic qui e li’ e in cui faccio vedere aspetti di me di cui non dovrei andare fiera, ma che esistono e quindi ciccia) e’: i vaffa mancati continuano a perseguitarci dopo anni!


Per il gusto di placare la curiosita’ dei lettori, vi posso informare che le volontarie del progetto che non potevano rimane in UK dopo il volontariato (causa permesso di soggiorno) sono magicamente sposate a mariti che permettono loro di rimanere.
Il gesto garbato del preside di evitare al mio compagno delle medie di essere responsabile delle sue parole, non e’ comunque servito a nulla. Per la brutta china che ha preso, pero’, posso solo sperare che abbia bucato le ruote della macchina del preside.

di autoritratti

Foto dalla rete

“I have still in my possession a painting by the Tortoise – a self-portrait he painted not long after the Takeda days. It shows a thin young man with spectacles, sitting in his shirtsleeves in a cramped, shadowy room, surrounded by easels and rickety furniture, his face caught on one side by the light coming from the window. The earnestness and timidity written on the face are certainly true to the man I remember, and in this respect, the Tortoise has been remarkably honest; looking at the portrait, you would probably take him to be the sort you could confidently elbow aside for an empty tram seat. But then each of us, it seems, has his own special conceits. If the Tortoise’s modesty forbade him to disguise his timid nature, it did not prevent him attributing to himself a kind of lofty intellectual air – which I for one have no recollection of. But then, to be fair, I cannot recall any colleague who could paint a self-portrait with absolute honesty; however accurately one may fill in the surface details of one’s mirror reflection, the personality represented rarely comes near the truth as others would see it.”

An Artist of the Floating World, by Kazuo Ishiguro

Lockdown: aspettative v. realta’ pandemiche

Una compilation di aspettative e realta’ da un anno di pandemia.
Pensavo che alcune delle mie aspettative sarebbero appartenute solo all’inizio della pandemia, poi pero’ le ho riviste ripresentarsi ai vari lockdown -e io che pensavo di non essere un’illusa… La realta’ invece e’ sempre quella, sempre ingloriosa e underwhelming.

ATTIVITA’ CREATIVE
Expectation: mi dedichero’ ai lavori creativi come se non ci fosse un domani. Posso finalmente finire il maglione all’uncinetto, la mia sciarpa ai ferri, la tenda per il mobile in bagno. Posso iniziare a dipingere su tela, anche se e’ per la prima volta, sara’ un’avventura! Posso completare il libro ‘Disegnare con la parte destra del cervello’ – dando finalmente senso a un acquisto di 8 anni fa. E’ una vita che aspetto questo momento!

Reality: Il maglione all’uncinetto l’ho iniziato (disfatto e ricominciato almeno tre volte) e accantonato, il tutto accompagnato dalla visione de The Durrells. Ogni lavoro a mano ha bisogno del suo sottofondo fidato, non una prima visione, ma decisamente un re-watch disimpegnato. Qualche giorno fa ho ripreso a lavorarlo e non faccio altro che notare come i punti mi stiano venendo diversi. La domanda e’: ho cambiato uncinetto o e’ cambiata la mia mano? Prevedo di disfare le ultime 10 file di lavoro per rifarle con un uncinetto piu’ piccolo -che sara’ forse quello che avevo usato in partenza. Manco a dirlo una manica, o il principio di una di esse, e’ stata disfatta almeno 3 volte.
La sciarpa e’ stata disfatta solo un paio di volte – l’ultima volta che e’ successo era quasi finita ma era troppo corta. L’ho quindi disfatta per farne una piu’ stretta e piu’ lunga – tipo Gilmore Girls, tipo primi anni 2000, tipo qualcosa che non protegge dal freddo, ma e’ tanto caruccia.
La tenda per il mobile in bagno mi ha tenuta occupata per qualche giorno e ne ho completata forse meta’. Ora e’ abbandonata da quasi tre mesi. Onestamente? Non mi va di mettermici. Per riprenderla gia’ so che dovro’ avere piu’ di qualche giornata, il monocamera e Netflix tutti per me.
Le tele prendono polvere da quando le ho comprate quasi un anno fa. Scegliere quale soggetto rappresentare e’ molto piu’ sconfortante del vederle ancora incellofanate.
‘Disegnare con la parte destra del cervello’ non l’ho manco preso in mano.

LETTURE
Expectation:
leggero’ il mondo!

Reality: i libri che non ho sono sempre piu’ attraenti di quelli che gia’ ho da leggere. Oltre a questo dettaglio su cui si puo’ lavorare, perche’ ho sempre una scorta importante e qualcosa trovo, la mia capacita’ di concentrazione (che e’ sempre stata una farfallona) e’ in vacanza dal primo lockdown. Forse e’ una reazione di difesa all’immensita’ di informazioni, opinioni e terrorismo psicologico a cui siamo esposti, della serie: se non mi ci concentro, nulla puo’ farmi male.
Ora sto leggendo libri di racconti, al ritmo di un racconto ogni due giorni. Sono ben lontana del leggere il mondo.

LAVORI DOMESTICI
Expectation:
adesso si’ che ho il tempo di tenere la casa in ordine. Non mi sfuggira’ nulla! Potro’ finlamente prendermi cura dei mobili, spolverare, passare l’olio sul legno, pulire vetri e vetrine. Dominero’ i cicli della lavatrice e avro’ la meglio sulla mia trascuratezza informale.

Reality: Credo che i miei ragni di casa pensino di essere morti e di aver raggiunto il paradiso dei ragni, nessuno gli da’ fastidio e nulla cambia di posto.
Il mio credo domestico si riassume in:
– sono una persona riuscita se piego e metto a posto i miei vestiti prima di mettermi a letto -mica cotica;
– la casa e’ a posto una volta che il divano e’ in ordine;
– meglio che non mi metta a spolverare perche’ oramai potrei sollevare una quantita’ di polvere letale – e non e’ il caso di rischiare di farsi un viaggio al pronto soccorso.

FINANZE
Expectation:
risparmiero’ tanti di quei soldi…!

Reality: qualcosa ho risparmiato. Comunque, cosi’ come ci si abitua alle situazioni, cosi’ si trovano modi per spendere che sono diversi da quelli pre-pandemia. Ora sto cercando di riprendere le redini delle mie finanze, perche’ tra straordinari che non faccio, regali che spedisco ai familiari in Italia e piccole spese per coccolarsi, fumarsi la mensilita’ e’ un attimo.

SESSO
Expectation:
con tutto questo tempo a disposizione, vuoi che non…? Eh!

Reality: no.

PASTI
Expectation:
dato che non andiamo a lavoro, riduciamo i pasti a due al giorno: colazione (anche salata) e cena anticipata. Questo ci aiutera’ sicuramente a limitare i chili che metteremo su.

Reality: saper concentrare le stesse calorie (e molte di piu’) di tre pasti in due e’ un mio talento innato. Non solo abbiamo perso tono muscolare, ma abbiamo messo su peso e non ne vogliamo sapere di saltare il dolce, nemmeno per un giorno! Se qualcuno dovesse provare a togliercelo da davanti, siamo pronti a mordere.

ESERCIZIO FISICO
Expectation:
pratichero’ giornalmente dell’esercizio fisico! Viva il pilates!

Reality: Si’, ok, vabbe’, ma chi me lo fa fare? Dopo qualche settimana di pilates giornaliero – in cui l’istruttrice parlava di muscoli e tensioni che non sentivo proprio- il pilates e’ andato a farsi benedire.

ESERCIZIO FISICO II
Expectation:
Ok, pero’ andro’ a fare una passeggiata lunga tutti i giorni!

Reality: more like una passeggiata lunga due volte a settimana.

ESERCIZIO FISICO III
Expectation:
Allora, no. Usciro’ tutti i giorni, anche per tratte brevi, ma tutti i giorni pero’! Anche con la pioggia, basta coprirsi!

Reality: Ho tutto cio’ che mi serve a casa, cosa esco a fare? E’ arrivato il freddo, perche’ uscire?
Piove? Ma che stai fuori?!?

di film demmerda

sottotitolo: Dopo Breaking Bad, il nulla

Pardon my French. Appunto, scusate il titolo truce, ma non c’era altro modo di definire un paio di film che ho visto di recente. Dopo aver finito il re-watch di Breaking Bad e concluso per davvero la storia con El Camino, io sarei anche passata al re-watch di Better Call Saul (spin-off di Breaking Bad), ma il fidanzato si e’ rifiutato per prendersi una pausa da Walter White e dalla malavita di Albuquerque.
Il problema e’ stato che, per riprendersi dalla cupezza degli ultimi episodi della serie, ci siamo buttati su film leggeri, ma leggeri in senso becero. Una volta preso questo filone, anche allontanandoci dai film leggeri, siamo comunque, involontariamente, rimasti nella categoria dei film beceri. Due delle nostre scelte recenti non mi vanno giu’: Behind Her Eyes (che poi e’ una miniserie) e Siberia. Entrambi sono su Netflix, almeno qua in UK.

So, where do we begin?

Spoilers senza pieta’ a seguire!

Behind Her Eyes e’ una miniserie di 6 episodi tratta dal romanzo di Sarah Pinborough. Non ero a conoscenza della storia ne’ del romanzo prima della visione, altrimenti forse l’avrei evitata. Una volta che inizio la visione di qualcosa, di solito la porto a termine per vedere dove vada a parare. C’e’ chi lo chiama autolesionismo, e c’ha ragione, c’ha!
La miniserie e’ classificata come thriller psicologico – perche’ ‘thriller campato in aria’ pareva brutto. Scusate, il pubblico sembra adorare questa serie, mentre io non le vedo ‘sta gran ragione d’essere e quindi le trovo tutti i difetti. Infatti secondo me: ci si poteva fare un film (invece di sei episodi da 50 minuti, anche se il film lo avrei perculato comunque) e l’uso del paranormale nei thriller e’ di un paraculo che levate!


Dunque, in Behind Her Eyes, David e’ uno psichiatra (professione ricorrente nei thriller, soprattutto quando gli stessi hanno zero insight) che si trasferisce a Londra con la moglie. Una notte esce a bere qualcosa da solo e incontra Louise, madre single bidonata dall’amica la stessa sera. I due si piacciono all’istante, bevono insieme (la misantropa in me annuiva scettica) e concludono la serata con un bacio. Il giorno dopo (o poco dopo) Louise scopre che David e’ il nuovo psichiatra assunto nello studio nel quale lei lavora da segretaria – do you smell the cliche’ yet? I know I do.
Riducendo la storia in poche righe: Louise finisce per diventare amica di Adele (moglie di David) e ovviamente David e Louise finiscono ripetutamente a letto -ma anche sulla di lui scrivania dello studio, se e’ per quello. Si crea quindi questo triangolo tra David, Adele e Louise. Si capisce che qualcosa non torna nel rapporto matrimoniale e, a turno, i due si comportano in modo ambiguo, per poi contendersi lo scettro della vittima. I due coniugi sembrano costantemente far riferimento a ‘qualcosa’ successo nel passato e che non deve ripetersi -la solita tiritera dei segreti nei thriller, quando non c’e’ migliore segreto di quello a cui non si fa costantemente riferimento.
Si scopre poi che la coppia si e’ trasferita a Londra a causa di un presunto tradimento di David. Le corna si rivelano poi semplicemente uno scambio di chiacchiere al bar, davanti alla colazione:
barista – David, sembri infelice
David – Io e mia moglie abbiamo dei problemi
barista – Pensi che il tuo matrimonio meriti la pena che tu sia infelice?
A causa di questo, la povera barista viene pesantemente minacciata da Adele – ma roba da violazione di domicilio e danno arrecato a cose – e che non le venga in mente di immischiarsi nel suo matrimonio ne’ di chiamare la polizia! Due chiacchiere, al bar, che generano uno dei precedenti/segreti dei due personaggi… Tensione a palate, proprio!
Comunque, tra i segreti che appartengono al loro passato, aleggia la possibilita’ di un assassinio – forse i genitori morti in un incendio dal quale, guarda caso, David salva Adele? Ma sarebbe troppo facile – e troppo interessante. Tra le scene del passato di Adele, si vedono anche scene di quando era in una comunita’ di recupero e stringe una stretta amicizia con un certo Rob.

Tornando alla Londra del presente, Louise soffre di terrori notturni -con immagini ricorrenti che non vengono minimamente indagate e analizzate nella serie: che abbiano intenzione di farne una seconda stagione? Ossignur!
Adele, che ha sofferto degli stessi terrori, la aiuta a superarli attraverso delle tecniche che, all’insaputa di Louise, la introducono poi ai viaggi astrali – I know, right? WTF! Adele sa compiere proiezioni astrali e cioe’, uscendo dal suo corpo, puo’ visitare luoghi che gia’ conosce e assistere a cio’ che vi sta succedendo senza essere vista. Confesso che non so se sto descrivendo bene questo fenomeno, proiezioni/viaggi astrali, ma il tema e’ di cosi’ poco interesse per me che manco mi sto mettendo a controllare su internet, datevi pazienza.
Quindi, a un certo punto, Louise capisce cosa sta succedendo. Cosi’, purtroppo, ci ritroviamo con una Louise paladina della giustizia che si scontra con Adele – e giu’ di “cioe’ si,’ sono finita a letto con tuo marito, ma tu sei una manipolatrice”. Dall’alto del tuo piedistallo di rettitudine, Louise, facci sognare! Quando Louise inizia le sue indagini e si arriva a questo momento, e’ effettivamente iniziato il mio scazzo con la miniserie e i suoi personaggetti. Confesso di avere un problema con il momento in cui, in tutti i thriller, il personaggio che ha capito, affronta da solo il cattivo. La goffaggine teatrale di questo momento mi provoca sempre disagio e imbarazzo, sia nei film che nei romanzi. Lo trovo irreale (sei da solo -complimenti! – davanti a un criminale e gli dici “so cosa hai fatto e lo diro’ alla polizia”… Ma sei cretino? Dillo che vuoi morire!) e spesso tirato per le lunghe -come quando il cattivo e’ armato, la pistola e’ puntata pero’ si prende il tempo di spiegare il suo movente e i dettagli del suo modus operandi… Ma prendersi un break e parlarne davanti a una pinta, no?
Comunque Louise, madre single, lavoratrice indefessa e paladina della giustizia, non puo’ essere una brutta persona – ti si scopa il marito, ma poi non ti vuole male se te la prendi! Quando riceve degli sms di addio di Adele -che appare sopraffatta dagli ultimi eventi, tra cui il fatto che David vada dalla polizia (in Scozia, perche’ a Londra non ce n’e’, evidentemente)- Louise, pensando possa togliersi la vita, cosa fa? Ma va a salvarle la vita, no? Non e’ che chiama la polizia e un’ambulanza e se ne sta a casa -perche’ e’ da sola, ha un figlio minore e deve proteggersi. No, corre trafelata a salvare la vita a quella che ai suoi occhi e’ un’assassina pazza da legare.
Una volta arrivata sul posto, come salva la sua miglore amica di sempre? Ma con le loro tanto care proiezioni astrali! I loro spiriti (anime, persone interiori? whatever) si incontrano, MA si scambiano. Adele entra nel corpo di Louise e fa fuori Louise nel suo corpo rivelando che tutto cio’ rientrava nei suoi piani.
Nel colpo di scena finale, plot twist che non avevo previsto, scopriamo che lo spirito di Adele (anima, persona interiore, whatever) non e’ davvero il suo, ma quello di Rob. Rob aveva tempo addietro scambiato la sua anima con quella di Adele. Una volta nel corpo di lei, aveva ucciso e occultato il corpo di Rob -con l’anima di Adele dentro. Ai tempi post rehab, si era creato un triangolo tra Rob, David e Adele e si intuisce che Rob nutra dell’interesse per il fidanzato dell’amica. Quello scimunito di David accetta per amore di Adele di tenere occultato il corpo di Rob (morto per overdose, secondo quanto gli viene detto) e se la sposa pure, come se dal fidanzamento al matrimonio non fosse successo nulla nulla che potesse fargli cambiare idea. Scusate se qui sfodero la mia furia saccente, ma i personaggi maschili tormentati, ma passivi e sprovveduti proprio non li digerisco, e’ stata una piccola soddisfazione personale vedere David sposarsi e risposarsi Rob, eccheccazz!
Rob, a proposito, qualcuno te lo deve dire: ti stai scopando uno a cui sta bene che il tuo cadavere sia nascosto e abbandonato in un pozzo? How is that working for you?

Detto questo, credo che siamo tutti d’accordo che un thriller debba avere una struttura granitica, in cui ogni elemento e’ necessario e ben inserito, i personaggi sono ambigui ma con moventi chiari e coerenti e le dinamiche sono ben intrecciate. Se proprio volessimo la luna (e noi la vogliamo), direi anche che la storia dovrebbe saper evitare i cliche’. Un’analisi approfondita dei personaggi dovrebbe bastare per evitare luoghi comuni triti, tipo la moglie trascurata che tradisce il marito col primo che trova, la paziente che finisce a letto con il suo psichiatra, il marito che va letto con la segretaria, per dire. Rob/Adele vuole stare con David ed e’ pronta a tutto per riuscirci, e ok -e’ una pazza scatenata, ma ok. Louise e’ innamorata di David, viene coinvolta nel suo matrimonio e si sente in colpa verso Adele, ok. David? David si sposa una che ritiene che occultare un cadavere sia una cosa accettabile, poi guarda caso, il matrimonio non funziona. Secondo me David e’ davvero debole come personaggio, ma forse ci sono piu’ elementi che verranno analizzati nella seconda stagione?
Quindi ricapitolando: viaggi astrali (ma vero?), tradimenti (cliche’ alarm: dingdingding!), scene di sesso in abbondanza (perche’ senno’ pare che non valga la pena girare un film), Louise e’ l’eroina, David rimane bamboccione, Adele e’ Rob.
Questa e’ una delle poche volte che mi trovo d’accordo con la critica -che e’ stronza per natura e io sono evidentemente inacidita dall’ennesimo lockdown. The Guardian si e’ pronunciato con “who knew threesomes could be so boring” e mai parole furono piu’ calzanti!
Leggendo invece i pareri del pubblico, e’ evidente che non ci ho capito molto. Tutti sembrano aver previsto il plot twist (ignorante io) e tutti sembrano aver colto indizi e suggerimenti fin dalla prima puntata, macche’, dal trailer!

Ricapitolando gli elementi che mi rimangono indigesti:
– Adele, che poi e’ Rob, non mi torna proprio. Rob vive in una casa popolare con la sorella e il di lei fidanzato nella periferia di Glasgow. Il personaggio non e’ di estrazione sociale alta, sfoggia un linguaggio colorito, un accento inconfondibile ed e’ molto informale, quando non e’ strafottente. Adele e’ di una famiglia probabilmente nobile, ricca sfondata, con un castello e una tenuta da fiaba. I due hanno due vissuti chiaramente distinti. Non appena Rob diventa Adele, Adele non tradisce nulla della persona che e’ realmente… Really? Adele aleggia algida, con abiti sofisticati, trucco, manicure e capelli perfetti – pure piu’ perfetti di quando Adele era Adele- e prepara piatti raffinatissimi in cucina -come nella migliore tradizione della periferia di council houses di Glasgow… Come no! Poi secondo il pubblico, no, assolutamente, Adele ricorda palesemente Rob, col caschetto ordinatissimo e in pigiama di seta senza una grinza. Anzi, e’ proprio questa sua estrema sofisticatezza che ci fa capire che in realta’ e’ Rob.
?
Evidentemente non so cogliere le sottigliezze.
– il paranormale in un thriller puo’ risolvere qualsiasi situazione. Può far viaggiare i personaggi nel tempo, può fargli leggere i pensieri, può farli tornare dal regno dei morti e farli volare, ma come si inseriscono questi elementi in una storia con personaggi e dinamiche ancorate alla realta’? Vuoi usare cose strambe? Vai di fantascienza, vai di distopia, le soluzioni ci sono, autori, usatele!
– la moda delle madri single che diventano le eroine delle storie contorte in cui si trovano coinvolte, mi sembra diventare sempre piu’ un nuovo cliche’ – perche’ poi single? Le mogli non hanno una personalita’ propria? Le single sono piu’ in balia degli ormoni? (Biased much?) Le single sono piu’ indifese? Molte delle madri single rappresentate sono nere: ci sono ragioni dietro a questo? Conviene indagarle o e’ meglio non sapere?
E’ vero che e’ innegabile che il women empowerment ultimamente trasuda da molti film e romanzi. E’ interessante come cambiamento dal passato, ma si dovrebbe anche fare attenzione a non farlo diventare una moda superficiale. Affidare il ruolo centrale a una donna puo’ essere interessante, ma non e’ tutto. Se la donna poi viene descritta come un cliche’, allora non e’ piu’ empowerment, e’ solo un’espediente degli sceneggiatori per metterla in balia di situazioni trite e stereotipate. E questo non riguarda solo i personaggi femminili. Non so se sono solo io, ma in questa tendenza a celebrare le donne (poi analizzate poco e male), si e’ arrivati a rappresentare personaggi maschili che sono solo opachi e insulsi (David, si’, sto parlando di te) quando non violenti e riprovevoli. Possiamo creare dei personaggi sfaccettati, solidi e interessanti? Sia donne che uomini che LGBTQ+, grazie; basta co’ ‘ste supereroine in un mondo di maschi inetti, gay estroversi e sopra le righe e lesbiche mascoline e seriose.
Ops, forse mi sono allontanata dal tema, ma il mondo doveva sapere il mio punto di vista! Prego.

Tornando a noi, film demmerda number ciu’

Siberia
Se una sera doveste avere bisogno di un film brutto, Siberia non delude. Questo, mi duole dirlo, e’ piu’ demmerda della miniserie, perche’ due cose dalla miniserie le avrei pure salvate (il plot twist e la fine che fa David), ma questo film proprio non riesce a redimersi.
Mi duole essere cosi’ inviperita con questo film perche’ c’e’ Keanu Reeves – che tra l’altro l’ha anche prodotto.


In poche parole, Lucas (Keanu Reeves) e’ un commerciante di diamanti che viaggia in Russia per una vendita importante e si ritrova in una situazione piu’ grande di lui. Il suo contatto a Mosca, Piotr, e’ sparito con i diamanti e il gangster che li vuole acquistare da’ a Lucas 24 ore per consegnargli le pietre preziose. Nella speranza di rintracciare il suo contatto locale, Lucas viaggia a una localita’ in Siberia, in cui non trova Piotr, ma si bomba la barista perche’ si’. Come wikipedia spiega tutto cio’ e’ ancora meglio: “he (Lucas) goes to a cafe and starts a fight with two men and the cafe owner Katya saves him. Later, her brother Ivan suspects her of sleeping with Lucas. So she asks him to sleep with her.” Di una logica disarmante, no? Lucas poi incontra il gangster a Mosca il quale, com’e’ da tradizione, propone a Lucas di scambiarsi le donne (Katya era con Lucas) per farsi fare una fellatio e stringere cosi’ (?) un’alleanza piu’ solida (?) in vista della consegna dell’intera partita di diamanti.

Let that sink in.
Qui wikipedia non sbaglia quando riassume l’incontro dicendo che Katya is raped. Costringere qualcuno a fare sesso orale e’ stupro, quindi grazie wikipedia per chiamare cio’ che succede per quello che realmente e’, perche’ il film lo usa quasi come un espediente per rafforzare l’amore tra Lucas e Katya. Sceneggiatori, ma sarete scemi?
Qua e’ quando ho sperato che alla fine sarebbero poi comparse piu’ ramificazioni nascoste a questa storia inutile. Speravo di scoprire che Katya fosse il braccio destro del gangster e che Lucas fosse vittima di una trappola ancora piu’ complessa. Ho anche sperato che Katya fosse della polizia e che buttasse sia il malavitoso che Lucas in carcere, a vita. Ho sperato che Katya facesse fuori Lucas con le sue mani o che almeno almeno scatenasse (in piena tradizione mediterranea, non c’entra nulla, vabbe’) i suoi fratelli contro Lucas. Che almeno pretendesse meta’ dei soldi per i diamanti, visto che il gangster se lo era subito lei. Ma sono un’illusa!
In breve, i diamanti veri non compaiono da nessuna parte, Lucas rintraccia Piotr morto in mezzo al nulla e decide di non tornare negli Stati Uniti, ma di morire in Russia da uomo d’onore quale e’. E qua mi sentirei di ricordare a Lucas che e’ un commerciante di diamanti che fa affari con gangster senza scrupoli… Quale onore, di grazia?

A meta’ film ho detto al fidanzato che mi ero distratta e che avevo perso il filo (come mi succede spesso), ma mi ha risposto che non c’era ne’ filo ne’ senso.
In sunto, riassumerei la storia come un’accozzaglia imbarazzante di brutture gratuite, stereotipi negativi sulla Russia e banalita’ sull’amore che manco il buonismo più bieco. La contrapposizione tra matrimonio stabile, ma senza amore (perche’ Lucas è sposato) e passione travolgente, ma senza futuro e’ di una banalita’ allucinante. L’uomo che non si sottrae al suo destino quando le cose si mettono male e’ presentato come un esempio di coraggio e onore, anche quando quel destino se lo e’ bello che creato, pezzetto per pezzetto, senza traccia di etica.

Riconosco che Reeves non e’ l’attore piu’ intenso sul mercato e il pathos lo scansa spesso abbastanza bene, eppure mi e’ sempre piaciuto per le scelte lavorative originali che ha fatto – cioe’, Matrix? Ci sono attori dalla recitazione piu’ nuanced che hanno fatto film meno interessanti, per dire.
Pero’, davvero, Keanu, perche’? Perche’ fare un film cosi’ brutto?

di svegliarsi bene e ricordarsi che no

immagine dalla rete

A volte mi sveglio bene. La giornata inizia ok -purtroppo tardi -ma comunque inizia bene.
Poi mi ricordo che mi girano e allora mi agito da 0 a 100 in tre secondi netti.
E’ come se riprendessi il filo del mio rimuginio da dove l’avevo lasciato. Ogni tanto si aggiunge qualcosa di nuovo, altrimenti di solito e’ un ciclo continuo di: questo lockdown ha stufato, non ne posso piu’ di vedere gli europei fare una vita quasi normale e lamentarsi di una mascherina, qua i vaccini vanno come un treno, peccato che stiano facendo una delle due dosi e il Daily Mail dice che una dose copre gia’ per l’80% – il problema e’ che se lo dice il Daily Mail non sara’ vero!
E il lavoro chissa’ ancora per quanto ci sara’. -Entrata in scena della voce della mia autostima- A proposito, ma sai che sei veramente scarsa al tuo lavoro? Si’ ok, ti dici che se i capi non fossero contenti, ti avrebbero detto qualcosa, ma infondo sei cosi’ poco importante da non meritare nemmeno di comunicarti cosa dovresti cambiare. Ah, e vogliamo parlare delle tue finanze? Come pensi di fare l’adulta con delle entrate cosi’ ridicole?! Inutile che fingi di avere una vocazione hippie, che’ gli hippie sono passati di moda il secolo scorso. E poi ti piace il sushi, viaggiare comoda e accumulare libri e fare compere, come pensi di permetterti tutto questo? Non e’ che te la sei raccontata finora? Ti sta venendo il dubbio di aver saltato un passaggio fondamentale, vero? Che’ anche la hippie incallita del liceo ora sta lavorando, in completo, a progetti di ‘esperienze’ di lusso per turisti cinesi – capito? L’ultimo baluardo dei sani (e parecchio generici) principi di uguaglianza che va dietro ai bisogni capitalistici dei magnati cinesi mentre tu, perche’ sembra la cosa giusta da fare, pianifichi l’acquisto degli assorbenti riutilizzabili per non pesare troppo sul conto in banca – che sta cercando di farti capire da sempre che per risparmiare bisogna non spendere. Ma chiariamo: non e’ l’hippie del liceo a essersi venduta, sei tu che ti sei persa qualche passaggio importante nella crescita, diciamocelo! Il concetto di ‘vendersi’ e’ stato inventanto da qualcuno che non sapeva fare i conti con le proprie incapacita’ e voleva darsi un’aura di integrita’ e di etica incrollabile, ma figurati! Quindi di preciso, quando ti sei persa? -uscita di scena della voce della mia autostima.
E se devo ancora sentire qualche parente italiano dirmi di uscire a farmi una passeggiata, denuncio Skype – e pure il parente italiano: da quando e’ diventato ok dare consigli sul distrarsi a qualcuno che nell’ultimo anno si e’ fatto un totale di 23 settimane di lockdown (and still counting)? Accetto consigli solo da chi ha passato lo stesso – in mezzo a una popolazione che continua a non capire l’importanza della mascherina, tra l’altro. Come quelli che consigliano ai depressi di pensare che c’e’ chi sta peggio… Grazie, guarite moltitudini dal male del secolo, oh sommi benefattori!
E in tutto questo non riesco manco piu’ a leggere un libro decente perche’ la mia capacita’ di concentrarmi e di immagazzinare nuove informazioni e’ compromessa.
E poi, certe volte, raggiungo un tale livello di confusione interiore, misto a scazzo, misto ad ansia generalizzata per cui non riesco nemmeno piu’ a capire perche’ mi stiano girando, perche’ rispondo male al fidanzato che non fa altro che respirare un po’ troppo rumorosamente (pure lui pero’!) e perche’ ho voglia di dare inizio alla litigata del secolo, ma potrei farlo solo col povero fidanzato (questioni di same household) e in un monolocale – e, insomma, mi conviene?
E niente, mi ero svegliata bene.

Disclaimer paraculo: grammatica e punteggiatura discutibili servono a rendere l’anarchia del caos che mi si scatena in testa in questi momenti, in tre secondi netti.