di cose apprese questa settimana X

Tag

, , , , , , ,

• La mia mente sta producendo immagini a non finire in questo periodo particolare. L’altro giorno se ne è uscita con l’idea: come sarebbe una festa con i ragazzi con cui sono uscita nel passato come unici invitati? Genio!

Eh, come sarebbe? Parecchio ridotta e con i silenzi imbarazzati a occupare il resto dello spazio inutilizzato. Ma quanto mi ha fatto ridere l’idea?! Mi sono immaginata come sarebbero vestiti, come si guarderebbero tra di loro (come rido!) e cosa si direbbero per fare conversazione -ma rimane il dubbio: in quale lingua parlerebbero? Mi fa meno ridere pensare cosa direbbero di me, “quella? Quella se la canta e se la suona!” (so perfettamente chi direbbe questo) “Ma quella CHI?” (so anche chi direbbe questo). Tralasciamo.
Credo che la mia mente abbia rielaborato una storia dal film Relatos Salvajes, dando però ai personaggi un finale meno crudele.

• Il fatto che lavarsi le mani sembra essere la moda dell’anno un po’ mi preoccupa -perché le mode passano.
Ora, lavoro nella ristorazione e l’importanza di lavarsi le mani è abbastanza scontata nel mio settore. Ok, non inizierò una tirata sulla generale mancanza di igiene della gggente perché a me quelli che se la tirano per quanto sono puliti mi hanno sempre irritata (e annoiata) un po’ (ok, non faccio la doccia nella candeggina, cosa vuoi dire: che sono sudicia?). Però, davvero, lavarsi le mani non è stato inventato nel 2020, non so perché questa necessità, e i suoi benefici (al di là del virus), siano una novità per certi- ma spero comunque non mi invitino a mangiare a casa loro.

• Due giorni dopo aver fatto spese è Natale.
In casa abbiamo stabilito la regola del mettere in quarantena le spese (non da frigo) per un paio di giorni. Sì, c’è chi dice che bisogna farlo per un giorno, chi dice tré, chi dice che non serve e chi dice che non basta una vita, vabbe’. Anche se non riusciamo a ignorare completamente il mondo esterno e i suoi messaggi contraddittori (c’è anche chi dice che il virus non esiste -e io sono Brigitte Bardot, enchantée), abbiamo stabilito che due giorni è un giusto compromesso – e in questo periodo il compromesso è la mia soluzione per non impazzire. Se non dovesse comunque servire a scopo preventivo, alla fine della quarantena, quando riapriamo le buste sembra la mattina di Natale. Vedo i dvd o i libri e mi sembrano regali – come se non figurassero come dei meno sul mio conto in banca.  La quarantena delle andrebbe indetta per il semplice gusto di godersi gli acquisti due volte.

• Per quanto mi stia abituando a vivere l’estate vicariously (manco per scelta, ma per motivi di forza maggiore), forse quest’anno avrei bisogno di un po’ di bel tempo vero.
Da anni ormai vivo l’estate a distanza di sicurezza in un paese in cui la stagione si riduce a qualche bel giorno più temperato degli altri. Negli anni passati due o tre settimane in Italia ad Agosto soddisfacevano il mio vago bisogno di estate. Quest’anno sto mettendo in discussione il viaggio di ritorno perché, è inutile raccontarsela, sarà impossibile mantenere il distanziamento a casa -e i worst-case scenario mi si accavallano nella mente, ‘sta pazza. Non so che effetto mi farà saltare un ritorno in famiglia col bel tempo -condizioni di cui, prima o poi, ho bisogno. Comunque sospetto già che alle prossime analisi del sangue il medico si metterà le mani nei capelli per i miei livelli di vitamina D. Questo se ci fosse accesso a farsi le analisi, ovviamente; in UK devo presentarmi dal medico in fin di vita per essere presa sul serio.

• Avere il tempo di leggere blog è inversamente proporzionale all’aggiornamento degli stessi.
Più tempo ho a disposizione per leggere, meno nuovi post vengono pubblicati. Andarsi a spulciare post vecchi e commentarli mi da l’impressione di essere quel ragazzo che si è visto un paio di volte, continua a sfuggire a un nuovo incontro e dopo qualche settimana ti mette un like su una vecchia foto dimenticata di facebook alle 4 di notte. Non fate finta di non sapere di chi sto parlando, uno così non si nega a nessuna. Ecco, non vorrei essere messa allo stesso livello.
Comunque, dài, aggiornateli ‘sti blog, fatelo per me!

di cose apprese questa settimana IX

nothing

foto dalla rete

• Mi capita di leggere notizie drammatiche (o allarmiste) poco prima di mettermi a letto.
Questa tendenza è cominciata all’inizio del lockdown italiano, quando le notizie diffuse erano da far venire i capelli bianchi. Ho visto le immagini di Bergamo, per la prima volta, di notte; non vi dico la sensazione surreale il giorno dopo a lavoro, quando la profilassi  degli inglesi in materia virus era ancora di scherzarci sopra (keep calm and apotropaic). Io e la mia collega italiana (tra una passsata e l’altra di gel disinfettante) ci scambiavamo sguardi da “questi non hanno idea” di chi purtroppo sa.
Ora che il lockdown si è allentato in questa fetta di mondo e i giornalisti si trovano orfani di notizione -i virologi ne dicono di ogni, i politici non ci sorprendono nemmeno più nel deluderci e consigliare di bere e stare in casa nelle ore più calde non dà la stessa dignità -, devono comunque dopare le notizie per continuare a pagare il mutuo della seconda casa.
Inizio a sospettatare che, come per molte situazioni disfunzionali, il problema non venga da fuori, da internet o dalle notizie, ma dalla mia scelta di leggere queste benedette notizie -che poi non me le vado nemmeno troppo a cercare, spuntano come funghi nei social media che uso per distrarmi. Devo avviare una rivoluzione delle mie abitudini.

• Ancora ho giorni in cui la mia ansia è come una falena impazzita, intrappolata nel mio petto.
A volte invece, nei giorni quelli “buoni”, sembra prendere la forma di più falene, stesso frullio di ali.

• All’accenno di un altro lockdown o di un’altra pandemia, la mia prima (seconda e terza reazione) è di ripetermi “non ce la posso fare, non ce la posso fare, non ce la posso fare” fino a non farcela più di ripetermelo.

• Per tanto tempo ho pensato che si fosse autorizzati a soffrire solo se sono delle persone cattive a farci male; non che non abbia sofferto comunque, ma non mi sentivo in diritto di farlo.

• So essere davvero ripetitiva.
Qualche post fa ho detto che rileggendo i post di qualche anno fa non mi sono trovata ripetitiva, ma si vede che non mi ero riletta abbastanza. Dopo aver continuato a spulciare il mio blog devo riconoscere l’evidenza e umilmente chiedere scusa per l’ossessività dei temi (ma dire ‘del tema’ sarebbe più appropriato). So di avere una predisposizione all’ossessione, ma spesso mi illudo di avere l’autocontrollo (AHAHAH!) necessario perché gli altri non se ne accorgano. Quindi, ecco, scusate. No, davvero, chiedo scusa anche a me stessa.

• Sono stanca di camuffare il mio malumore con battute e autoironia.
So che questa tendenza risale così indietro nel tempo che forse pure i dinosauri vi indugiavano – anche se, ok, non lo sapremo mai. Comunque io la adotto da sempre, ma ora sono stanca. Riconosco che sono fortunata e ho persone che mi vogliono bene senza che debba ricorrere all’espediente di nascondere le mie delusioni e preoccupazioni dietro alle loro risate. E poi non campo delle mie battute, far ridere sul palcoscenico non mi fa pagare le bollette e non vendo libri grazie a questo talento – anche perché per venderne, dovrei prima scriverne almeno uno.

di cose apprese questa settimana VII & VIII

747px-philippe halsman (Dali_Atomicus)_09633u

Dalí Atomicus – foto di Philippe Halsman

• Dopo anni in Inghilterra ancora non riesco a decifrare come gli inglesi comunichino.
All’entrata del centro commerciale non lontano da casa, c’è un cartello che dice ‘feel free to wear a face covering‘. Ora, cosa vuol dire ‘feel free‘? È un suggerimento? È una richiesta? È una condizione necessaria per accedere? Non amo prendere in giro gli inglesi, in parte perché sono a casa loro e bisogna avere tatto a casa degli altri, in parte perché sono molto educati -e prendere in giro chi si sta prendendo la briga di esserlo non mi dà alcuna soddisfazione. Riconosco anche che le mie abilità di comprensione sono calibrate sulla dicitura ‘è severamente vietato…’ – ridondante ma così tollerato da risultare comunque inefficace. Però, dài, durante una pandemia, cosa vuol dire ‘feel free to wear a face covering’?
E niente, sono condannata a non cogliere le sfumature di significato in questo paese.

• Il costo delle spedizioni per gli Stati Uniti (dal Regno Unito) subiranno un’impennata a partire da Luglio.
Da proprietaria di un negozietto Etsy che ha l’80% dei compratori che sono americani non vi dico che gioia, sommo giubilo proprio! Che il mio negozietto è più un hobby che un’attività, più un piccolo piacere che un investimento, però che palle! L’aumento dei prezzi -che poi riguarda la spedizione di pacchi – è dovuta proprio a (indovinate un po’…) LUI, l’Innominabile (perché non se ne può più di sentirne parlare), il you know who del momento. Quando uno si sa far volere bene…

• How I met your mother è ok in un contesto spensierato, ma è un macigno durante una pandemia.
Non mi credete? Provate a sciropparvi, in leggerezza, teorie e controteorie su figli-realizzazione professionale-vita di coppia-realizzazione personale in piena paralisi mondiale, con l’ansia che ti rimbocca (troppo strette) le coperte e ti si siede sul petto di notte.
Più si trascina questa situazione surreale (purtroppo fin troppo reale), più si diventa intolleranti a qualsiasi tipo di ragionamento profondo e proiettato al futuro -quando a me anche il passato fa lo sgambetto.
Che dire? Mi butterò sui Teletubbies.

• Il lockdown è stato allentato, ma ancora non è arrivato quel sollievo che pensavo ne avrebbe accompagnato la fine.
Piano piano si torna a risvegliarsi da questo letargo terrificante, ma anche mettendo il naso fuori casa mi sento circondata da immagini quasi lunari o comunque meste. I pub continuano ad avere le finestre sbarrate con le tavole di legno e le vetrine dei negozi ancora chiusi diventano sempre più sciatte e impolverate –  anche i negozi che hanno riaperto sono vuoti di clienti (e io sarei pure una fautrice del “meno siamo meglio stiamo”, what’s wrong with me?). Meno triste è vedere come i cantieri (anziana inside!) stiano avanzando nei lavori, l’altro giorno sono passata davanti a un nuovo palazzo tutto vetri e pannelli di legno che era uno scheletro di cemento l’ultima volta che l’ho visto. E questo non fa che aumentare questa mia sensazione di distacco dalla realtà e di straniamento -non solo interiore. Passerà, lo so che passerà, è solo che col tempo a me sta anche aumentando la stanchezza.

• Evidentemente io non so lasciar andare una situazione passata per la quale ancora mi affliggo. Poiché riguarda una questione privata non mia non ne ho parlato con nessuno -forse avrei potuto scegliere di farlo, ma mi sento meglio per non averlo fatto (deve essere qualche forma di narcisismo subdolo). Con gli anni sono arrivata alla conclusione che parlarne avrebbe reso questa situazione più banale e probabilmente meno pesante – quindi, ricapitolando: narcisismo subdolo e masochismo… Che faccio, lascio?

di orgogli, scoperte e riscoperte

12219483_778782018917234_1289985359843734252_n

living the dream – foto dalla rete

ovvero il resoconto da lockdown che tutti aspettavano.

• Ho finalmente guardato qualche dvd che aspettava da tempo immemorabile.
In Inghilterra le attività outdoors sono da temerari e io non lo nacqui. Se a questo ci si aggiunge un lockdown, la scelta a quali attività dedicarsi si restringe ancora. Una delle cose che più apprezzo dello UK è la vendita di libri e dvd di seconda mano a prezzi stracciati. Negli anni ho comprato dei classici, e meno classici, che non ho mai visto: il prezzo è basso e così, anche se non mi dovessero piacere, posso sempre rimetterli in circolo nei charities -insomma, lo streaming ancora non ha il mio scalpo. Con la mia tentenza a accumulare – nella mia vita precedente ero un animale con l’ansia del letargo – ho messo da parte film che però spaziano tra il drammatico e il “ma chi me lo fa fare?!”. In lockdown, io e fidanzato abbiamo indetto il venerdì come giorno di cinema famose male. Abbiamo visto:
The Shining di Stanley Kubrick- ho visto il film, per la prima volta, dopo i trent’anni, don’t judge me;
Taxi Driver di Martin Scorsese – un’altra prima volta. A conferma che Scorsese is not my cup of tea.
Sophie’s Choice di Alan J. Pakula- ho pensato bene di dedicare il lockdown prima alla lettura del romanzo e poi alla visione del film, sì, ora potete interrogrami in materia Sophie.
Apocalypse Now di Francis Ford Coppola- prima visione dopo i trent’anni e già tra i miei film preferiti -un giorno forse mi spiegherò il mio dark side.
Lawrence of Arabia di David Lean- vederlo una volta nella vita credo possa bastare.
Brokeback Mountain di Ang Lee- già visto una volta e quasi completamente rimosso dalla memoria – un talento naturale, lo so. Ang Lee comunque adddoro – tanto per non dare l’impressione che non mi piace mai niente e nessuno.
Casablanca di Michael Curtis- sì, una serata cinema leggera.
Mystic River di Clint Eastwood – che mi ha confermato che Eastwood proprio no.
Hurt Locker di Kathryn Bigelow – 6 oscar??? Vabbe’, lasciamo perdere.
Letters from Iwo Jima di Clint Eastwood – allora, Eastwood comunque no, però mi ha fatto apprezzare il coraggio di girare un film in prevalenza in giapponese.
Platoon di Oliver Stone – bah, un Apocalypse Now più soft;
The White Ribbon di Michael Haneke – uno di quei film che ho guardato con la pagina wikipedia aperta sul telefonino -e sono comunque riuscita a capirci poco, daje!
Senza il lockdown questi film starebbero ancora aspettando sul loro scaffale. The Colour Purple, per esempio, ancora aspetta, ci abbiamo girato intorno ogni venerdì.

•Ho letto meno di quanto avrei potuto.
Per carità, per leggere, ho letto;  eppure non credo di aver letto più del solito -soprattutto perché, anche quando lavoro, ho una routine che include la lettura (una boccata di ossigeno) più volte al giorno. Come per i dvd, ho una piccola scorta di romanzi di seconda mano, comprati ai charity. Ho sempre stoccato libri – e prego di notare la scelta del verbo ‘stoccare’ e non ‘comprare compulsivamente’. Da sempre penso che l’acquisto di libri sia un investimento, e sospettavo che ci sarebbe stato un momento in cui avere una scorta a casa sarebbe tornato utile. Il tempo mi ha dato ragione, purtroppo –  ma mai avrei pensato a un lockdown per uno stramaledetto virus!
Comunque in lockdown ho letto:
Half of a Yellow Sun di Chimamanda Ngozi Adichie – è il primo libro che leggo di questa autrice ed è già salita nella mia top ten di autori preferiti.
Un Unnecessary Woman di Rabih Alameddine – un romanzo in cui la protagonista ama la lettura e nomina una marea di titoli di libri che ancora non ho letto – ho preso tanti di quegli appunti… Anche una storia un po’ debole, per me, ma che si redime nelle ultime forse dieci pagine.
Sophie’s Choice di William Styron – un romanzo farcito di denunce sociali, temi importanti e sesso – un po’ troppo di tutto, per quanto mi riguarda, ma vabbe’. Un altro di quei libri che dimostra, sempre secondo me, quanto sia importante il lavoro di un buon editor. La mia teoria è che quasi nessun libro meriti più di 400 pagine. Quando si supera quel numero, ho la quasi certezza che qualcosa poteva essere omesso o detto in meno parole – e se poteva essere omesso o sintetizzato, perché non farlo?
Ho anche la sensazione che c’era ancora più potenziale per la definizione del personaggio di Sophie – che in certi momenti si riduce a una fantasia sessuale che l’autore si concede, evvabbe’.
Interpreter of maladies di Jhumpa Lahiri – un’autrice che ho aspettato di leggere per anni (per i temi che tratta e che, in qualche misura, sento appartenermi) -perché ho aspettato non lo so, dato che l’attesa aumenta le aspettative. Trovo che nella sua prosa si possa quasi sentire la facilità con cui la Lahiri scrive, il talento di trovare le parole senza doverle soppesare troppo, il che è piacevole. Quello che mi piace meno è la sensazione che le storie rimangano in sospeso, lasciando al lettore il compito di trovarci quello che vuole. Questo espediente mi irrita alquanto perché sento che l’autore, che saprebbe usare le parole giuste, sceglie la via più facile e leggermente paracula -e insomma, don’t David Lynch me, darling. Detto questo, ho profondamente amato, ma con tutta me stessa, il primo racconto.
The curious incident of the dog in the night-time di Mark Haddon – questo l’avrei dovuto leggere almeno 20 anni fa e forse lo avrei apprezzato. Forse.
Toast & Marmalade di Emma Bridgewater – un’autobiografia, con qualche ricetta qua e là, che alla fine massì, perché no. Lei, Emma Bridgewater, è molto, ma tanto, inglese – mi sembra di scorgervi, per esempio, la tendenza a scandalizzarsi che mi sembra di vedere in alcuni inglesi, un piccolo vizio da persona privilegiata che vede il resto del mondo dall’alto – ma forse è solo provincialismo e nessuno ne è immune.
An artist of the floating world di Kazuo Ishiguro – Ishiguro è lassù con la Ngozi Adichie nella mia classifica e quindi mi diaspiace quando non mi piace. Credo che sia difficile nascondere quanto questo libro sia stato un primo esercizio per arrivare al bellissimo The remains of the day – o è una sensazione solo mia? Quel che rimane del giorno, ai miei occhi, oscura tutte le altre opere di Ishiguro, sorry.

• Ho riscoperto il blog.
Ci sono stati un paio di giorni in cui non ricordavo nemmeno la password per accedere, ma poi ce l’ho fatta. Avere una vita tranquilla (tick) e molti pensieri (tick – ma anche veri e propri tic ultimamente) sono requisiti essenziali per farmi scrivere il blog. Prima mi sono riletta, perché rileggermi mi piace tanto – narcisismo puro, lo so – poi mi è presa la voglia di scrivere. Mi dispiace che i blog siano passati di moda, anche perché a me instagram e tiktok proprio no -un po’ per orgoglio anziano (vintage?) un po’ perché a me piace leggere. Le foto in posa o i mini video… Ma cosa me ne importa a me?!

• Ho messo un po’ di profumo prima di andare a letto.
A costo di apparire estremamente borghese, mettermi qualche goccia di acqua profumata (perché in verità il profumo è caro) mi dà contentezza. E sì, ogni piccolo momento di benessere è un’oasi di conforto in un periodo non facile.

• Ho indossato qualcosa di regalato da qualcuno cui voglio bene.
Già questo inverno, quando l’umore era giù, avevo iniziato a indossare il maglione fatto da mia mamma o la vestaglia regalata dalle amiche. In lockdown sono tornata a indossare una collana regalata da una cara amica, tenerla sempre addosso, trovarla con la mano e vedermela addosso quando mi specchio mi fa sentire più al sicuro.

• Ho piegato e rimesso i vestiti a posto ogni notte prima di andare a letto.
Mentre nel mondo gli scienziati più studiati sperimentano un vaccino contro il virus che ha paralizzato il mondo, io celebro l’aver piegato e messo a posto i miei vestiti ogni notte. Questo atto mi riempie di orgoglio, probabilmente perché è abbastanza inutile – eppure mi fa sentire un po’ più civile. Il fatto che un paio di vestiti stiano aspettando di essere stirati da (mesi, ehm) settimane non conta.

di cose apprese questa settimana VI

Tag

, , , , ,

immagineoooli0

foto dalla rete

• Da grande vorrei saper non dire una parola fuori posto o di troppo.
Non credo di essere una gaffeuse, eppure credo sia ora di imparare a non dover trovare  per forza delle parole, o delle spiegazioni (quelle mi fregano sempre!), alle situazioni. Infondo consigli e opinioni sono molto meno necassari di quanto ci raccontiamo. Insomma, a non parlare, spesso ci si fa bella figura -considerando anche la fatica che faccio a mettere insieme qualcosa da dire, risparmierei pure energia.

• Flemma is the answer.
Sì, credo che l’inglesità stia cercando di insinuarsi dentro di me, solo che cozza rovinosamente contro la spontaneità (gigiona e ruffiana, quando non polemica) di noi sud europei. Credo quindi di dover trovare il giusto equilibrio tra autocontrollo e l’effetto pentola a pressione -perché quest’ultimo non porta mai a nulla di buono; oppure no, forse è solo paraculaggine elevata a raison d’être.

• Non conviene suggerire agli altri cosa pensare di noi, ma soprattutto non conviene dare idee su quali crediamo siano i nostri difetti.
L’autrice del libro che sto leggendo ha confessato di avere paura di essere noiosa. Non avrebbe dovuto dirlo, adesso la sua prosa lineare e sobria mi sembra molto vanilla.

• Lunedì riaprono i negozi.
Una delle poche cose che mi dà sollievo all’idea è che non riceverò più consigli (su Skype, da chi non è più in lockdown) su attività che ancora non posso fare.

• Sono così abituata a scrivere piccoli pensieri per i post delle scoperte settimanali, che faccio fatica a scrivere qualcosa di più lungo che non sia suddiviso in punti. Oltre alla fatica c’è anche un leggero imbarazzo, e il sospetto che una volta mi riuscisse meglio. Però ci provo, a volte la scrittura riesce a scorrere, altre volte cancello una frase 6 o 7 volte di seguito -o aspetto che sia tutto pubblicato prima di fare modifiche.
La mia ansia sociale mi suggerisce di evitare di mettermi in ridicolo davanti al mondo (anche quando il mondo sono solo io). Il mio pessimismo mi sussurra che tanto non serve a nulla, moriremo tutti comunque (aspe’, che sia il mio ottimismo a dirmelo?!). Il mio critico interiore – mi piace immaginarlo come un Samuel L. Jackson – mi sussurra giudizi e insulti tra il sarcastico e il dissacrante – e, anche quando poi non lo ascolto, cronometra il tempo ad arte prima di ricordarmi “Te l’avevo detto, motherf…!”. Quindi, ecco, scrivo per puro esercizio. L’esercizio consiste nel dire “e chi se ne frega” alla mia ansia sociale, dare ragione al mio pessimismo “è vero, non serve a nulla e moriremo tutti” –so what?!– e allungare un po’ (dosi da cavallo) di tranquillante al mio critico interiore. Spero sempre che la perseveranza trasformi un esercizio in abitudine e forse, un giorno, la pratica diventerà più automatica.

• Sospendere un percorso psicoterapeutico, interrompere l’integratore di iperico (perché in estate è meglio evitare) e rinchiudersi in un monolocale per dodici settimane (fa curriculum? secondo me sì) dà un’idea del significato di challenging. Sapere che “c’è chi sta molto peggio” non è d’aiuto, mai lo è stato e mai lo sarà: a volte sospetto che solo i sadici trovino “conforto” in questa certezza.
Se l’umanità dovesse avere bisogno di un altro lockdown in futuro, chiederò di mettermi in coma farmacologico. Sì, vabbe’, la memoria storica per le generazioni future: è inutile mantenermi cosciente, non mi ricorderò un cappero comunque!

di crolli epocali, piccole celebrazioni e tormento di sempre

Tag

, , , , ,

Ewa Zauscinsca

Immagine dalla rete

Io non ho fatto l’università. Dopo un anno sabbatico, ci ho provato, e dopo tre mesi di solitudine, confusione e disagio profondo ci ho rinunciato.

Finito il liceo, quando le mie amiche si affacciavano coraggiosissime alla vita da grandi e si avventuravano in università labirintiche, io ho avuto un crollo epocale – ma così epocale che gli strascichi li ho ancora ora, così epocale che tanto vale chiamarlo per nome: depressione. Rivedersi per cena, dopo la maturità, era un supplizio perché ero l’unica del nostro gruppo di studentesse liceali con voti altissimi a non aver scelto subito un percorso accademico -una cosa così ovvia, così scontata quando ci si distingue a scuola. Le mie amiche snocciolavano termini universitari manco fossero la nuova moda (i crediti e come funzionassero la facevano da padroni) e gran parte della serata era incentrata sulle loro esperienze -anche perché io non ne avevo da raccontare, la mia vita si era arenata. So che sicuramente questo loro bisogno di condividere serviva a sfogarsi, farsi coraggio e a sentirsi meno sole -non posso di certo fargliene una colpa. Così, dopo cinque anni in cui ero parte di un gruppo consolidato, mi sono ritrovata a sentirmi una minoranza, quella che si deve adattare ai problemi e alla realtà della maggioranza -anche quando non mi rispecchiano. Sentivo ancora un legame forte con le mie amiche e non ero pronta a rinunciarvi, anche se faticavo a nascondere la sensazione che non avessero bisogno di me, mentre io ancora ne avevo di loro. Quindi, se ricordo bene, non credo di aver declinato inviti a cena post-maturità (non nei primi tempi almeno), no, andavo alle cene e poi, tornata a casa, scoppiavo in singhiozzi.
Anche a casa la situazione non era particolarmente edificante. Dopo il mio tentativo fallimentare di studiare all’università, l’orgoglio che i miei genitori avevano provato per me si è, credo, trasformato in terrore per il futuro – e se ‘terrore’ non fosse il temine esatto, diciamo che non riuscivano a celare la certezza che la mia vita sarebbe andata a rotoli. Non poter parlare con gli altri perché avevano da fare (busy living) e realizzare che anche i miei genitori nutrivano dubbi sulle mie possibilità, mi ha fatto provare un profondo isolamento. Quando si fa lo sforzo di capire i bisogni e le ragioni degli altri, senza saper trovare le parole per esprimere il proprio malessere, si inizia, purtroppo, anche a dubitare della validità e della fondatezza del proprio disagio. Mi sentivo estremamente sola, terribilmente in torto e bombardata di consigli di vita (da chiunque), se non di vere e proprie strigliate alle tavolate delle feste in famiglia (true story).

Quindi, non ho studiato all’università e questa mancanza mi pesa ancora oggi e mi crea qualche complesso. Non avere una laurea mi fa sentire una persona meno seria e mi lascia la sensazione che mi sono persa delle esperienze che non potrò più avere. Inoltre mi ricorda quanto sia stata incapace ad affrontare qualcosa che gli altri intraprendono comunque, nonostante paure e insicurezze.
Vogliamo parlare di quando devo scrivere il mio curriculum? No, non vogliamo parlarne. Però, per esempio, ogni volta che gli “esperti” di facebook tirano fuori i bassi titoli di studio di alcuni personaggi per svilirli e trattarli da esseri inutili, ecco qualcosa dentro mi conferma che, sì, infondo sono inferiore, infondo valgo meno degli altri – perché se lo dicono gli esperti di facebook… Insomma è chiaro che il mio complesso è abbastanza radicato per permettermi di prestare anche la minima attenzione alle baggianate che si leggono online. Perché comunque ho una nonna con la quinta elementare che non sbaglia un tempo verbale e corregge i medici distratti quando le prescrivono i medicinali sbagliati (true story) -e spero che la genetica valga qualcosa a questo mondo.
Poi ieri, ho avuto un’illuminazione -o anche solo l’accensione di una delle tenui fairy lights della mia mente. Pensavo al coraggio delle mie amiche e mi sono resa conto che, anche se a vent’anni -quando avrei dovuto mangiarmi il mondo e rilucere di vita- non sono riuscita a ottenere gli stessi risultati di altri, ho comunque attraversato una prova enorme. Era una prova troppo grande perché riuscissi a fare tutto quello che ci si aspettava da me, eppure anche io ho dimostrato forza e resistenza. Credo che bisogni adattare le proprie aspettative alle possibilità del momento; allora potevo solo sperare di sopravvivere e sono sopravvissuta. Spero di avere abbastanza dignità da non dover dimostrare (a mo’ di consolazione) quanto questa prova mi renda migliore o più sensibile degli altri, perché non è così. E non mi sentirete mai dire che la depressione è un dono -no, sorry, ma proprio no. Così come non dirò mai di aver fatto l’università della vita – anche perché quella la fanno tutti e io sarei solo una fuoricorso irrecuperabile. Comunque, dopo settimane di rimuginamenti quasi ininterrotti e di what ifs e di but why?, ho avuto bisogno di un piccolo momento per celebrare me stessa (io, la stessa che trova che l’autocompassione sia uno sport da pappemolli), nonostante tutto, come se mi volessi bene per davvero – fake it till you make it, proprio. Solo un momento. Poi si torna al tormento di sempre.

 

di cose apprese questa settimana V

Tag

, , , , , ,

cm_20150225_5015_029

foto dalla rete

• Leggere in una seconda lingua e scrivere nella mia lingua madre sta iniziando a mettermi confusione – non che stia cercando una scusa per la mia discutibile scelta di preposizioni, eccesso di incisi (nothing new there) o costruzioni che sfidano la fisica della comunicazione. Credo però che immettere informazione in una lingua e produrre due parole in un’altra stia sovraccaricando il mio sistema già appesantito da ricordi inutili, ossessioni che lèvate e insicurezze patologiche.

• I reggiseni e le magliette intime sono cari.
In lock down mi sta prendendo una voglia di make over che fate largo. Passare così tanto tempo a casa, indossando più o meno sempre gli stessi indumenti mi ha fatto notare la sdrucitaggine di alcuni capi e così, per farmi un’idea, ho contato gli anni che i suddetti mi hanno prestato servizio – sia messo agli atti, ho magliette intime che risalgono al liceo. Credo di poter dire che sia arrivato il momento di lettarle go. Il mio reggiseno più comodo -non si sa come, ce n’è sempre uno che si distingue dagli altri nel cassetto-, mi sta abbandonando, oppure sta solo attraversando (come se ci fosse una possibilità di ritorno) una fase grunge. Urge quindi un rimpiazzo, ma anche più di uno perché gli altri che ho hanno anche loro i loro anni e appartengono al periodo in cui ero più magra e rinsecchita -insomma li tengo ma sono scomodi, don’t ask.
Nonostante l’acquisto di intimo sia una delle spese più insoddisfacenti per me, ho comunque dato uno sgruado online e mi sono ricordata, per l’ennesima volta, quanto trovi insoddifacente spendere soldi per l’intimo. Quando ho detto il prezzo (più basso) di un reggiseno al mio fidanzato, ha risposto con un “COSA???” che più stampatello maiuscolo non si può. Quindi mi acquatto come un felino (stesso atteggiamento scocciato) pronto al balzo per i saldi.
Rimane sempre valida l’opzione hippie di non indossare proprio nulla sotto – mi darebbe una certa aria di autodeterminazione oltre a liberarmi pure un po’ di spazio nel cassetto.

• Sto leggendo un libro di self-help che ho deciso mi risolverà almeno 5/6 dei prossimi regali di compleanno/Natale.
E sono una che non crede che un libro può arrivare a stravolgere la vita a nessuno. “Life changing”, “Will never be the same again” e promesse fatte di steroidi anabolizzanti servono solo a vendere -e io le renderei illegali. Un libro può fornire informazioni importanti e punti di vista illuminanti, ma non cambia la vita proprio a nessuno se non si agisce. E, secondo me, per superare dei conflitti storici e sradicare convinzioni e paure tenaci, ci vuole il supporto di uno specialista – sì, credo davvero “uno bravo” farebbe bene a molte persone, anche se forse ci sarebbe un crollo delle nascite e dell’economia mondiale.
Poi probabilmente sto dando per scontato che anche agli altri piaccia leggere di psicologia… Cioè, gli altri (o la gggente) non sono come me?! Vabbe’, ma avere i prossimi regali coperti è troppo allettante.

• Uno degli obiettivi che mi piacerebbe raggiungere in questa vita è la capacità di ascoltare senza offrire inutili consigli di problem-solving e senza giudizio – sempre a dimostrazione della mia incapacità di avere obiettivi pratici, monetizzabili e realizzabili.

• In questo lock down prolungato sto avendo una deriva adolescenziale.
A parte il desiderio di iniziare a fumare, adesso ho anche voglia di cambiare taglio di capelli, farmi un piercing (con la mia soglia del dolore, hah!), viaggiare zaino in spalla e frequentare locali di dubbio gusto (per fauna, design, illuminazione e igiene). Sospetto che queste voglie dipendano dal fatto che la possibilità di realizzarle è ancora lontana, appena riapriranno tutte le attività svanirà anche la mia audacia repressa.
Comunque, già prevedo che i prossimi cravings saranno le mèches colorate e l’abbonamento a Cioè.

di cose apprese questa settimana IV

Tag

, , , , , , , , , , ,

bil

foto dalla rete

• In questo periodo avrei solo voglia di indossare un vestito*, guardare fuori dalla finestra e fumare – e non sono una fumatrice.
Non so da dove venga questa voglia dato che ho fumato così poco in vita mia che posso ricordare con precisione ogni sigaretta fumata – tutte a scocco perché le sigarette a scrocco è come se non fossero vere.
L’unica cosa che mi trattiene dall’acquisto di un pacchetto di sigarette è il costo – che, a essere proprio onesti, ignoro, ma già sospetto sia troppo caro.

• Così come dovrei darmi il permesso di provare delle emozioni (sia belle che brutte), così dovrei darmi il permesso di dedicarmi a quello che mi piace.
Un giorno, forse…

• Quando trovo un corniciaio o un negozio di stampe, mi viene da appicciare il viso alla vetrina come un bambino davanti a un negozio di caramelle.
Faccio una selezione mentale dei lavori che comprerei (e che sono ora al di sopra del mio budget) e immagino come li distribuirei nelle camere di una casa in cui ancora non abito.

• Finora pensavo gli alti e bassi dell’umore si distribuissero nel tempo di un mese o di una settimana. Questo benedettissimo lockdown mi sta facendo scoprire quanti alti e bassi si possano avere nelle ore di veglia di un solo giorno – e sono tanti, un po’ troppi per i miei gusti.

• Uno dei modi migliori per non desiderare di comprare nulla nel proprio negozio preferito è avere un buono regalo per quel negozio.
Questa equazione non vale per le librerie.

• Un post o viene pubblicato appena finito di scrivere o non verrà pubblicato mai.
Ho bozze di post salvate che sono più vecchie di gran parte delle cellule del mio corpo. Ho anche una bozza in cui sto cercando di analizzare un mia tendenza (o debolezza, ovvio), ma una roba da psicanalisi, da cercare un senso e trovare un pattern, ma proprio non riesco a darle la forma che pensavo potessi conferirle. È evidente che nulla di ciò verrà pubblicato, ma per qualche oscuro motivo, non trovo il coraggio di cancellare tutto.

*Poi un giorno pubblicherò un trattato sulla gioia di indossare un vestito, gioia che aumenta quando il vestito ha le tasche. Dopo 5 anni in terra inglese, da freddolosa quale sono, mi manca la sensazione che dà l’indossare un solo strato di tessuto sulla pelle -sto omettendo la biancheria, ma insomma, non so fino a che punto dovessi scendere nei dettagli. Le inglesi si vestono come se fosse sfiorito Maggio anche con 10 gradi, se lo facessi io, rischierei la vita. Il più del tempo sono avvolta e protetta da più strati di lana e cotone; ormai non so cosa sia la vita senza sciarpa, cardigan di riserva e borsa dell’acqua calda: una bomba del sesso, via!

di causalità semplicistiche

Tag

, , ,

existencialismo

immagine dalla rete

Alain Robbe-Grillet once wrote that the worst thing to happen to the novel was the arrival of psychology. You can assume he meant that now we all expect to understand the motivation behind each character’s actions, as if that’s possible, as if life works that way. I’ve read so many recent novels, particularly those published in the Anglo world, that are dull and trite because I’m always supposed to infer causality. For example, the reason a protagonist can’t experience love is that she was physically abused, or the hero constantly searches for validation because his father paid  little attention to him as a child. This, of course, ignores the fact that many others have experienced the same things but do not behave in the same manner, though that’s a minor point compared to the real loss in fulfilling the desire for explanation: the loss of mystery.
Causation extraction makes Jack a dull reader.

An Unnecessary Woman, Rabih Alameddine

 

di cose apprese questa settimana III

Tag

, , , , , , ,

fsdfggr444

foto dalla rete

• La forma ha la sua importanza.
Ho provato a leggere Austerlitz di W.G. Sebald e la punteggiatura (et io!) mi ha esasperato così tanto che sono anche andata contro alla mia regola del leggere 100 pagine prima di abbandonare un libro. Il lockdown è troppo duro così com’è e mi si può intrattenere con dettagli di storia e architettura fino a un certo punto. Inoltre non andare (forse) mai a capo in 70 pagine, non usare altra punteggiatura che virgole e punti, non dividere la narrazione in paragrafi e capitoli e includere dialoghi, digressioni, note, salti temporali e frasi lunghissime, cioè no, non ce la posso fare. Il romanzo è, cosa ve lo dico a fare, osannato.
Comunque a me, queste opere che per trasmettere una sensazione e creare un’atmosfera (sì, di pesantezza e angustia) usano espedienti formali, irritano alquanto. Opere, non sottovalutatemi -che lo faccia io, è ok, ma voi no: le parole giuste esistono, usatele.

• Ci sono alcune spiegazioni elementari che, dopo settimane di struggimento, di strazio e di ossessione interiori, riescono a darmi un po’ di pace.
Dovrei tatuarmele dove possa vederle bene, Memento style, per ridurre gli effetti delle ricadute future -ché quelle sono delle certezze, le ricadute.

• Ci sono delle parole che ti arrivano attraverso altri blog e sono un balsamo. Aiutano a vedere con occhi nuovi (e più compassionevoli) una situazione che in passato ha creato (e continua a smuovere) sofferenza e ad accettare che forse si va bene anche così come si è. Non bisogna per forza essere diversi. In poche parole: non sono stata disinvolta, non sono riuscita a dissumulare i miei sentimenti e desideravo qualcosa di più, ma va bene anche così.

• Il “raccontarsela” è uno sport molto praticato tra chi non ci vuole stare – e pretendo un premio alla carriera per il mio impegno pluriennale in questo campo.
Nel mio discorso di ringraziamento esprimerò riconoscenza alla mia immaturità emotiva e alla mia immaginazione inconcludente. Ah, e un grazie sentito anche ai miei film mentali, a quelle proiezioni di speranza infondata, sentimentalismo spinto e pura illusione -perché vivrei benissimo senza, e allora perché privarsene?
No, i miei genitori non li ringrazio, loro non hanno colpe, hanno fatto del loro meglio.