di partenze e di canzoni che (vol. VII)

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A distanza di più di un mese dalla mia partenza aggiungo questa canzone alla mia personale compilation spagnola.

La aggiungo adesso perché mi sono accorta solo ora quanto associ questa canzone alla mia partenza. A parte che credo sia stata l’ultima canzone che ho ascoltato nella mia vecchia casa, quando la mia camera era ormai svuotata, tutte le valigie pronte e allineate e aspettavo solo che venisse a prendermi il mio amico per accompagnarmi in macchina all’aeroporto. È anche vero che avevo scelto questa canzone per segnare quel momento, ma poi si è davvero legata a quella mia ultima settimana di vita a Valencia, sette giorni in cui ero costantemente esausta, per i pensieri non-stop, il fatto che non dicessi di no a mezzo invito e anche perché di notte non riuscivo a dormire -per non parlare dell’ultima ubriacatura scema che mi sono presa e dalla quale devo ancora riprendermi (psicologicamente, sia chiaro).
Di questa canzone mi piace l’energia che trasmette, è delicata ma energica, segna una fine ma anche un inizio (bla bla bla da partenze, lo so, ma provateci voi a partire per davvero e vediamo se non cadete nella retorica da espatriante – rimpatriante – whatever). E poi lei, la cantante, è bella -e la bellezza si lascia sempre vedere e ascoltare.

E no, questo mio spostamento di disagi esistenziali (c’è chi lo chiama trasloco) non ha nulla di simile a questa canzone, forget about glamour proprio, però c’è la stessa speranza di un po’ di luce, o meglio, di un bel bagno di luce, forse, un giorno.

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di cose apprese questa settimana CXXXV

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foto dalla rete

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•Il detergente al limone usato per pulire (o anche solo profumare) i bagni del locale dove mi piaceva andare a Valencia è il detergente più usato al mondo.
La prima volta che mi è capitato di rincontrarlo -o riannusarlo -fuori Valencia, ho pensato subito al locale della mia vita precedente. Eppure adesso mi scoccia ritrovarlo in molti posti ai quali vado, è che dài che ti ridài slegherò il profumo al luogo a cui l’ho associato per tanto tempo, e non mi va l’idea.

•Gran parte della vita in Inghilterra si riduce all’esasperante esercizio di reggere porte tagliafuoco.
‘Na noia! Io non so come fanno gli inglesi a combinare la propria cultura ultra-educata e le porte tagliafuoco. Quando è che l’esasperazione arriva al limite? Io da italianotta sangue caldo l’avrei pure già superato ‘sto limite!

•Esistono i vegetariani bianchi, white vegetarian -ossia quelli che mangiano pesce e pollo.
Questa ancora non l’avevo sentita; ciò non toglie che se fossi un pesce o un pollo, a me girerebbero alquanto al sentir parlare di questi vegetariani: “e che non sono carne, io?”.

•Una delle conseguenze del vivere in Inghilterra è quella di diventare feticisti dei biglietti di auguri.
Il fatto è che la vita qua è cara -ora, non esagerata, non è che noi con l’euro ce la passiamo benissimo, ma cara sì -quindi, considerando la marea di negozi che vendono biglietti e bigliettini, uno è portato a iniziare a sfogare la lontananza da casa e la necessità di spendere soldi -sì, a un certo punto diventa necessario -con biglietti da inviare a parenti e amici.
Il problema non è tanto il costo dei biglietti che ho visto variare dalle 3 sterline e mezza ai 25 pence, no, il problema sono i francobolli, che in alcuni casi ti raddoppiano il costo del biglietto -.-“

•Due delle cose cui non riesco a rinunciare da italiana, costino quello che costino (vabbe’, quasi), sono: l’olio extra vergine di oliva e il parmigiano.
La pasta può essere del discout, il caffè -che manco bevo -può essere solubile (anche se faccio fatica a considerarlo caffè) e col pane in cassetta posso abbozzare. Eppure mangiare la pasta senza olio evo (sì, mo gli piace chiamarlo così, fa più figo) e senza parmigiano mi fa passare la voglia di mangiare pasta -e sì che ne ho viste di cose che voi umani… Per esempio la lasagna al tonno, o la pizza al pollo, o pane in cassetta e ketchup mangiati così in purezza, o la pasta preparata col pomodoro in scatola senza soffritto ne’ cottura previa. Chissà cosa mi riserverà ancora la vita.

•Meglio vedere un trailer dopo aver visto il film.
I trailer sono la causa della stragrande maggioranza delle delusioni del nostro secolo, e dato che le delusioni non le ho mai sapute gestire (perché ho sempre avuto troppa immaginazione), preferisco vedermi i trailer dopo, per ammirare o sputtanare (massì, è la stessa cosa) il lavoro del trailerista e per capire quali aspettative mi sarei creata se avessi seguito l’ordine inverso di visione, per non dire delle scene del film che appaiono solo nella promozione -una di quelle cose che dovrebbe essere classificata come truffa.

di cose apprese questa settimana CXXXIV

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•Cioè, ma davvero la colonna sonora di questo momento della mia vita deve essere “Love me like you do”? La ascolto così spesso, non per scelta, che mi sono ritrovata pure a canticchiarla da sola.
Passatemi il francesismo, ma ho avuto periodi di merda con colonne sonore migliori in passato.

•Devo smetterla di guardare film tristi.
Sono appena uscita dal tunnel delle storie vere tristi, adesso mi manca solo abbandonare il genere “struggimento assicurato”.
Ce la posso fare, si?

•Quando sono felice riesco a contenere la felicità, quando sono triste non riesco a trattenere le lacrime.
E vorrei sapere come si fa, perché non posso fare l’adulta che si fa sopraffare troppo facilmente, no? Ecco, appunto, no. Ma come si fa?

•Anche una grande attrice (Kate Winslet, un’attriciona secondo me) può finire a recitare in un pappone anacronistico, surreale e forzato.
La visione di Mildred Pierce mi ha lasciato senza parole per i temi affrontati (ai quali non avevo mai pensato prima, ok, ma che ancora non mi convincono del tutto), per alcuni atteggiamenti, secondo me, ormai superatissimi e perché mi sembra una storia (il film è tratto da un romanzo) che affronta dinamiche femminili, ma da un punto di vista maschile (anche piuttosto antiquato) risultando quindi alquanto faziosa e lontana dalla realtà.
Via, i due pounds di prestito dalla biblioteca peggio spesi -manco che non fosse un film (una mini-serie in cinque episodi, ok) di qualità, ma lo guardavo e mi dicevo “ma che davvero?!”.

•Si può sognare di incontrare qualcuno che si conosce (e si fa per dire, conosce) solo attraverso internet.
Non so quanto quello che ho appena detto sia triste -sì, insomma, la vita che oggigiorno si confonde con internet e le non-persone che lo popolano, la finzione che vince sulla realtà, cioè: get a life!
Sì, vabbe‘, ma dato che mi sono svegliata sorridendo, ho deciso di non psicanalizzarmi troppo -e poi adoro i sogni che mi fanno sorridere quando li ricordo : )

di cose apprese questa settimana CXXX, CXXXI, CXXXII & CXXXIII

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•È fisicamente insostenibile affrontare un trasloco, un altro spostamento e pensare di intrattenere due amiche a Roma nel frattempo.
Ci ho provato, mi sono spremuta come un limone, ho fatto finta di avere tutto sotto controllo, di poter riposare dopo, di non pensarci e non ce l’ho fatta, il crollo fisico (e i miei nervi) non hanno retto il debito di sonno e la fine di quello che è stato la mia vita per due anni.

•Il tè col latte è proprio buono. E il tè col latte e lo zucchero ancora di più -e lo dice una che da anni prende il tè senza zucchero dicendo è buono.
Devo solo capire perché quando lo fa qualcun altro è più buono ancora.

•Durante un trasloco è meglio non impegnarsi in post giornalieri -non nell’ultima settimana almeno.
Anche se non ho compiuto del tutto il mio proposito, ho postato di canzoni alle quali lego dei ricordi importanti e, anche se non mi piace lasciare le cose in sospeso, mi toccherà accettare che questa volta vada così.

•L’efficienza inglese in fatto di scadenze e di parole date è piuttosto discutibile.
Non me l’aspettavo eh, ma qui sono cinque giorni che aspettiamo che ci vengano portate le tende su misura a casa -proprio quelle tende che dovevano essere montate quattro giorni fa. Cioè, a me sta nomea di procrastinatori dei p.i.g.s. l’accetterei pure, se dei noti imperialisti con lo stesso problema non si sentissero superiori a noi per… Per cosa, di grazia?

Amazing deve essere la nuova parola in voga quest’anno, un passepartout dei tempi moderni o anche solo la parola feticcio delle mie coinquiline.
Inutile dire che, nonostante il mio limitato lessico forestiero, a me, le parole che vogliono dire tanto senza significare nulla, stanno alquanto sul cavolo. E ho la sensazione che questo amazing! corrisponda al nostrano “straordinario!”, parola che aborro -basta guardare 15 minuti di televisione per contarne a bizzeffe e sviluppare un’orticaria da ascolto. Straordinario è la parola che dici quando non sai cosa dire -e non solo non sai cosa dire, ma non ti prendi manco quei due secondi per pensare a qualcosa di meglio da dire; insomma se un ragazzo per farmi un complimento utilizzasse la parola “straordinaria” (non importa la carestia sentimentale degli ultimi mesi) io mi farei venire qualche dubbio sull’accettare il prossimo appuntamento -ma mi aiuterebbe anche a radicare la certezza di non proporre di dividere il conto (cosa che invece continuo a fare senza arrivare mai da nessuna parte…).
Vabbe’, al prossimo appuntamento sparerò qualche “amazing!” o “straordinario!” ad altezza uomo e non pagherò il conto, vedrai come mi andrà tutto alla grande.

 •Non so se è una questione genetica o culturale o di I.Q., ma io la ragione di esistere dei weetabix proprio non ci arrivo a capirla.
Cioè, quando quelli della weetabix hanno fatto una ricerca di mercato prima di lanciare il proprio prodotto -innovativo, di rottura, rivoluzionario via!-, chi cazzarola hanno intervistato per arrivare alla conclusione che ciò che il mondo chiede all’industria alimentare è un biscotto secco e sbricioloso di avena insapore?

•La possibilità di scelta -ma anche una certa botta di culo- è sempre l’inizio di una grande storia d’amore -o anche solo della benedetta età adulta.
E anche se la nostra non è stata sempre-sempre una storia d’amore, ho nostalgia della mia casa di Valencia.
Perché? Perché nonostante i suoi difetti, l’avevo scelta io.

di cose apprese questa settimana CXXIX

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•Per me l’impulso a comprare calzini e mutande nuove prima di un viaggio è più forte dell’impulso a risparmiare per lo stesso viaggio.
Perché correre il rischio di fare autostop o di vendere un rene per tornare a casa non è poi così preoccupante se sai di indossare mutande e calzini nuovi.

•Sempre a proposito delle mutande: una volta iniziato, è per me impossibile smettere di comprare biancheria intima in saldo.
E non sono una fanatica del genere, ma manco per nulla -ho un parco mutande in cui il cotone (La Perla rabbrividisce) spadroneggia. Odio così tanto spendere per la biancheria intima, che quando trovo qualcosa che mi piace e che mi sta e che è comodo e che viene a un prezzo stracciato, basta, cedo -così non me ne devo preoccupare per un po’.

•Nei negozi di intimo, i perizomi e i tanga arrivano alla fine dei saldi sempre in una quantità superiore agli slip… Ci sarà un motivo? Ecco, negozi di intimo, fatevi una domanda e datevi una risposta.

•La mia mascherata angoscia prima di lasciare questa città è dovuta al fatto che so che, una volta lasciato un posto, tutto ciò che hai vissuto in quel posto rimane lì.
Il detto “lontano dagli occhi lontano dal cuore” è per me verissimo; una volta che non sarò più qui, sarà come se non ci fossi mai stata e tornare non sarà lo stesso.
E mi si ripresenta la paura che, se nessuno si ricorderà di me, è come se nulla di questi due anni fosse mai successo.

•Se sai che non si deve bere (alcol, certo) a stomaco vuoto, non bere a stomaco vuoto.

•Ho raggiunto un’età in cui lo scontro culturale arriva a essere a livello personale.
Ho sempre trovato stimolante e interessante conoscere gente di culture diverse. Mi si mette in un contesto internazionale e io ci sguazzo, alla grande proprio.
Ok, eppure arrivata alla mia età (età in cui in molte culture le donne sono sposate e hanno figli; voi uomini siete più fortunati, non tutti hanno il vizio di sposarsi e di certo non potete rimanere incinti, credo, no?) comunicare con alcuni stranieri sta diventando una sfida alla propria autostima e un attentato all’indipendenza che tanto ci vuole a conquistare e che tanto celebriamo in occidente (che, per non essere arroganti, non è detto sia la soluzione a tutti i mali -a parte che la soluzione a tutti i mali non esiste, esclusi il cioccolato e i Prodigy, ovvio).
Così frequentare certi giovani espatriati (manco anziani che non hanno viaggiato e che possono permettersi un po’ di chiusura mentale, per dire) è sempre più complicato; perché anche se sono un po’ torda e non decodifico subito le sfumature di significato di quelle che mi sembrano semplici chiacchiere tra conoscenti, dopo una consulenza di un’espatriata più illuminata, ho capito. Ormai, quando una ragazza della mia età si sta per sposare e parla dei rapporti di coppia, leggo chiaramente i sottotitoli che dicono “poverine voi che non vi sposate!”; quando un ragazzo dice che, dopo anni negli Stati Uniti, vuole tornare a casa e sposarsi una ragazza per bene e avere un figlio, non mi sfugge il riferimento a quanto non siano serie le ragazze straniere; quando un’altra che conosco da un paio di anni mi chiede per l’ennesima volta se sono fidanzata, quel “ancora no?”, anche se non viene detto a voce alta, lo sento forte e chiaro; quando un’altra mi chiede se preferisco i ragazzi italiani a quelli di altri paesi, non vuole sentire la mia tirata sulla spontaneità e l’immediatezza nella comunicazione tra due persone della stessa cultura (cosa che ho fatto perché non ero ancora stata edotta, sigh: come sprecare il fiato e non zittire chi se lo merita), ma vuole sentirsi confermare lo stereotipo dell’italiano traditore e zuzzurellone -questo quando alla stessa tavolata c’era una cara amica fidanzata da anni (ma non sposata, o tempora o mores!) con un ragazzo italiano.
Insomma, a me le frecciatine non sono mai piaciute, mi sembra un modo subdolo di comunicare e far sentire l’interlocutore uno stupido. Quando queste poi si fondano su diverse basi culturali e vogliono toccare la sfera personale mi sembrano davvero inadeguate -e pure paracule. Anche perché non ho la presunzione che il mio punto di vista sia il migliore, né dico che se ti stai sposando non stai rendendo la Terra un posto migliore quindi fly down, né alludo che se non ti sei sposato forse il problema non erano le straniere poco serie, né insinuo che se sei fidanzata è perché ti accontenti né che gli italiani in fondo ti piacciono ma nessuno di loro ti ha mai filato (anche se si, turisti italiani dàteve una regolata quando andate all’estero, e che diamine!).
Se pensassi che le mie idee hanno un valore assoluto, meriterei di essere ridimensionata; comunque, dato che qua non è una gara ad avere ragione, la presunzione di essere nel giusto, soprattutto quando ci si confronta con diverse culture, è fuori luogo e anzi, se pensi di uscire dal tuo paese senza lasciarti questo atteggiamento alle spalle, puoi pure risparmiati i soldi del biglietto del volo.
E poi, come disse un’amica: “se ci si trova fuori dal proprio paese, una ragione c’è” -quindi c’è poco da fare i saputi.

•Ormai mi è chiaro che uno dei nodi karmici che mi toccherà affrontare in questa vita, e che mi conviene superare, riguarda la mia attrazione per i maglioni che spelano.
Non so come sia possibile, ma per quanto possa valutare un maglione prima di comprarlo -composizione (mohair al bando, proprio, e che figuri almeno un 40% di lana sennò che maglione è?), presenza di pre-pelucchi, modello e pungiosità -, dopo il primo lavaggio, tutti i miei maglioni si rivelano dei fanatici terroristi dello spelo.

di prepartenze e di canzoni che (vol. VI)

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Questa. Già, questa. E manco metto una canzone, ma proprio tutto l’album.

Ho comprato questo album, anni fa ormai, a New York -non mi chiedete cosa c’azzecchi il Buena Vista Social Club con New York, l’entusiasmo della turista può questo e altro (e comunque non mi sono mai pentita dell’acquisto, anzi).
Tuttavia, il motivo per cui questa musica sarà sempre legata a un ricordo, ma pure due in verità, non lo dirò : ) Io lo so, e questo è l’importante -però è stato bello conoscere la musica prima che a questa fossero associate situazioni che mai avrei immaginato, con persone che ancora dovevo conoscere.

 

di prepartenze e di canzoni che (vol. V)

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Dopo un bello sfoggio di truzzaggine (però divertente), una canzone che in Spagna conoscono tutti.

Ojalá di Silvio Rodríguez

 

E quindi, dicevo, era l’estate di due anni fa ed eravamo state tutte deluse dai ragazzi che frequentavamo all’epoca -no, ma ci sarà stata qualche congiunzione astrale che spero non si ripeta per i prossimi 150 anni, sennò non mi spiego come, nel giro di una settimana, ci siamo ritrovate tutte dal fluttuare tra zuccherose nuvole rosa a sbattere col sedere a terra, e di brutto. Insomma, deluse sentimentali dell’ultima ora, oltre a riunirci, a bere birra economica e a passare il tempo a insultare i ragazzi (e i di loro amici, ovvio) -ricordo ancora, quasi con affetto, quanto ricorressimo all’aggettivo “psicopatico” per definire l’atteggiamento dei soggetti che ci eravamo scelte -, si ascoltava sempre questa canzone, cantata poi da una mia amica.
In breve in casa non si sentiva risuonare altro che la chitarra e le strofe struggenti che non sarebbero propriamente la miglior scelta per distogliere l’attenzione da una delusione sentimentale. “Speriamo succeda qualcosa che ti cancelli inaspettatamente”, “Speriamo almeno che mi porti via la morte, affinché non ti veda più così spesso, affinché non ti veda sempre, tutti i secondi, in ogni visione; che non possa più toccarti nemmeno attraverso le canzoni”… Ecco, appunto, nessuno dà il suo meglio nella sofferenza e noi, senza girarci intorno, stavamo alla frutta.

Ma siamo sopravvissute anche a questo e, a ripensarci, mi viene quasi da dire che (se mai si possa dire qualcosa di simile) eravamo felici nell’infelicità. Per quanto la frustrazione, l’orgoglio ferito e lo sconforto ci accompagnassero costantemente, per quanto ci investissimo nelle vicende delle altre e ci fomentassimo a vicenda nell’insultare una il ragazzo dell’altra (“quello? Ma quello è scemo!”, “él se lo pierde, guarda” e… vabbe’ non riporto il turpiloqui con cui ci siamo distinte all’epoca),  abbiamo anche riso tanto e di gusto e ci siamo divertite e intrattenute e prese in giro con autoironia e aiutate a ritirarci un po’ su.

di partenze e di canzoni che (vol. IV)

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Questa è una canzone che mi ricorda tante serate, e nottate, con le mie amiche.

 

Ho mai detto che avrei fatto una compilation di musica d’autore? Appunto.
Questa mi ricorda una notte con le amiche vicino al porto, rifacendo (ci credevamo molto, sì) la coreografia del video davanti all’edificio coperto di vetri specchiati dell’America’s Cup. Momenti di alta televisione.
Eravamo tutte single e tutte col cuore ammaccato, no davvero: tutte single, all’estero, con le nostre belle sfighe sentimentali, avvilite dalle dinamiche di coppia e schizzate totali per i saldi e i mercatini.
E mi ricorda anche una cena a casa per salutarci prima delle vacanze estive, quando già sapevamo che a settembre non sarebbe stato lo stesso (e addio anche parentesi discotecara) e non so a chi venne l’idea di filmare una cover casalinga fatta per salutare un amico.
E poi ancora tanti pomeriggi passati a guardare il video per capire se quella ballerina è in realtà un ballerino…

Se per caso vi steste chiedendo se eravamo delle sgrillettate… Sì, lo eravamo. Ma se si deve avere un cuore spezzato, meglio avere intorno una buona compagnia di amiche e tornare adolescenti per camuffare la delusione.

di prepartenze e di canzoni che (vol. III)

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Questa è la canzone della mia amica e mia. A ogni coppia la sua canzone, e questa è la nostra.

E niente, è discotecara come non siamo mai state e mai saremo. Vabbe’, un’estate sì dài, andavamo in discoteche estive con velleità cool indossando i nostri migliori vestiti di cotone (o l’immancabile mini di jeans) comprati al mercatino di quartiere -quando c’erano ragazze che sfoggiavano il vestito di gala del matrimonio della sorella, per dire; non si sa chi era più fuori luogo, insomma. Però la parentesi discotecara, o pseudodiscotecara, è stata divertente, come orbitare intorno a posti che sai che non ti appartengono ma te li vivi bene perché la compagnia è buona. Ok, nessuno capirà -né sarà indulgente con noi e con il nostro entusiasmo per questa opera d’arte moderna -, ma l’emozione di ascoltare questa canzone in un posto truce e buio (meglio, se si sbafa il trucco non si nota), guardarci e gridare “la nostra canzone!” è inspiegabile -e nulla a che vedere col gridare “Britney bitch” al momento giusto. E cioè, io non sono melomane, ma la mia amica (come le ho detto una volta, e come leggerà qui) è una di quelle che ha avuto il suo bel periodo in cui se non è musica di un gruppo indie (oddio non mi ricordo cosa ho detto) sconosciuto al mondo, che si esibisce in chiese diroccate nelle notti di luna piena degli anni bisestili, non faceva per lei… Tanta roba!
E se mi si chiedesse come questa canzone sia diventata nostra… Proprio non mi ricordo -sarà stato per il vodka red bull (avete mai provato vodka red bull? Ecco, non provate vodka red bull) o per il debito di sonno o per la semplice rimozione di qualche fatto imbarazzante.

di prepartenze e di canzoni che (vol. II)

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sottotitolo: come mandare in vacca la propria credibilità (credibili-che?).

Il secondo giorno e già mi sputtano il titolo, non scegliendo una canzone, ma un brano musicale -e non uno, ma due. Quando si dice la coerenza. Allora (solo da italiano all’estero ti rendi conto della bellezza della parola “allora”, ancora mi scappa qualche volta):

dalla colonna sonora de Lo squalo (Steven Spielberg)

e dalla colonna sonora di Requiem for a dream (Darren Aronofski), Lux Aeterna

 

E dopo due pezzoni da angoscia assicurata permettetemi di spiegare il perché di questa scelta musicale -e sputtanare così anche i due brani (nel senso che non riuscirete più ad ascoltarli come prima).
In Spagna ho vissuto più di un anno, e quindi più di quattro stagioni, in una casa non solo senza riscaldamento, ma anche col bagno sul balcone. Esatto, signori! La prossima volta che prende quell’invidia mista a fascinazione per chi vive all’estero, ecco, lasciate perde’. Ché gli italiani che postano nei “social cosi” la foto dei 25° registrati un giorno di gennaio a Valencia, poi omettono dati interessanti come quanto possa essere fredda una casa senza riscaldamento, quanto siano prolifiche le blatte nella stessa città e quanto possa essere sporca una città nella quale non piove quasi mai. Cioè, forget about allure -e benvenuti geloni!
Dunque, pur non essendo freddi come in Italia, gli inverni non sono per nulla addolciti da riscaldamento casalingo o da un degno isolamento della casa (perché investire in un’edilizia di qualità? Perché non morire di caldo d’estate e di freddo d’inverno? Daje!), si consideri anche la variante del bagno in balcone, la mia amica e coinquilina e io ci abbiamo messo un nulla a stilare la nostra colonna sonora da “Il bagno in balcone d’inverno” -tra cui c’è da dire che figuravano anche gli immancabili Carmina Burana di Carl Orff. E davvero, sembra che i compositori delle due opere conoscano perfettamente lo strazio dell’abbandonare il calduccino del divano (scomodo) per un’impellenza improrogabile, la vittoria della natura sul progresso, del fisico sulla comodità (o quasi). Così ogni volta che si doveva andare in bagno (dopo aver rimandato all’infinito), facevamo risuonare uno di questi brani e giù a ridere -che era anche piuttosto pericoloso considerando le nostre condizioni fisiche.

***

Il mondo musicale non mi perdonerà mai per questo scempio.