di cose apprese questa settimana CXXIX

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foto dalla rete

•Per me l’impulso a comprare calzini e mutande nuove prima di un viaggio è più forte dell’impulso a risparmiare per lo stesso viaggio.
Perché correre il rischio di fare autostop o di vendere un rene per tornare a casa non è poi così preoccupante se sai di indossare mutande e calzini nuovi.

•Sempre a proposito delle mutande: una volta iniziato, è per me impossibile smettere di comprare biancheria intima in saldo.
E non sono una fanatica del genere, ma manco per nulla -ho un parco mutande in cui il cotone (La Perla rabbrividisce) spadroneggia. Odio così tanto spendere per la biancheria intima, che quando trovo qualcosa che mi piace e che mi sta e che è comodo e che viene a un prezzo stracciato, basta, cedo -così non me ne devo preoccupare per un po’.

•Nei negozi di intimo, i perizomi e i tanga arrivano alla fine dei saldi sempre in una quantità superiore agli slip… Ci sarà un motivo? Ecco, negozi di intimo, fatevi una domanda e datevi una risposta.

•La mia mascherata angoscia prima di lasciare questa città è dovuta al fatto che so che, una volta lasciato un posto, tutto ciò che hai vissuto in quel posto rimane lì.
Il detto “lontano dagli occhi lontano dal cuore” è per me verissimo; una volta che non sarò più qui, sarà come se non ci fossi mai stata e tornare non sarà lo stesso.
E mi si ripresenta la paura che, se nessuno si ricorderà di me, è come se nulla di questi due anni fosse mai successo.

•Se sai che non si deve bere (alcol, certo) a stomaco vuoto, non bere a stomaco vuoto.

•Ho raggiunto un’età in cui lo scontro culturale arriva a essere a livello personale.
Ho sempre trovato stimolante e interessante conoscere gente di culture diverse. Mi si mette in un contesto internazionale e io ci sguazzo, alla grande proprio.
Ok, eppure arrivata alla mia età (età in cui in molte culture le donne sono sposate e hanno figli; voi uomini siete più fortunati, non tutti hanno il vizio di sposarsi e di certo non potete rimanere incinti, credo, no?) comunicare con alcuni stranieri sta diventando una sfida alla propria autostima e un attentato all’indipendenza che tanto ci vuole a conquistare e che tanto celebriamo in occidente (che, per non essere arroganti, non è detto sia la soluzione a tutti i mali -a parte che la soluzione a tutti i mali non esiste, esclusi il cioccolato e i Prodigy, ovvio).
Così frequentare certi giovani espatriati (manco anziani che non hanno viaggiato e che possono permettersi un po’ di chiusura mentale, per dire) è sempre più complicato; perché anche se sono un po’ torda e non decodifico subito le sfumature di significato di quelle che mi sembrano semplici chiacchiere tra conoscenti, dopo una consulenza di un’espatriata più illuminata, ho capito. Ormai, quando una ragazza della mia età si sta per sposare e parla dei rapporti di coppia, leggo chiaramente i sottotitoli che dicono “poverine voi che non vi sposate!”; quando un ragazzo dice che, dopo anni negli Stati Uniti, vuole tornare a casa e sposarsi una ragazza per bene e avere un figlio, non mi sfugge il riferimento a quanto non siano serie le ragazze straniere; quando un’altra che conosco da un paio di anni mi chiede per l’ennesima volta se sono fidanzata, quel “ancora no?”, anche se non viene detto a voce alta, lo sento forte e chiaro; quando un’altra mi chiede se preferisco i ragazzi italiani a quelli di altri paesi, non vuole sentire la mia tirata sulla spontaneità e l’immediatezza nella comunicazione tra due persone della stessa cultura (cosa che ho fatto perché non ero ancora stata edotta, sigh: come sprecare il fiato e non zittire chi se lo merita), ma vuole sentirsi confermare lo stereotipo dell’italiano traditore e zuzzurellone -questo quando alla stessa tavolata c’era una cara amica fidanzata da anni (ma non sposata, o tempora o mores!) con un ragazzo italiano.
Insomma, a me le frecciatine non sono mai piaciute, mi sembra un modo subdolo di comunicare e far sentire l’interlocutore uno stupido. Quando queste poi si fondano su diverse basi culturali e vogliono toccare la sfera personale mi sembrano davvero inadeguate -e pure paracule. Anche perché non ho la presunzione che il mio punto di vista sia il migliore, né dico che se ti stai sposando non stai rendendo la Terra un posto migliore quindi fly down, né alludo che se non ti sei sposato forse il problema non erano le straniere poco serie, né insinuo che se sei fidanzata è perché ti accontenti né che gli italiani in fondo ti piacciono ma nessuno di loro ti ha mai filato (anche se si, turisti italiani dàteve una regolata quando andate all’estero, e che diamine!).
Se pensassi che le mie idee hanno un valore assoluto, meriterei di essere ridimensionata; comunque, dato che qua non è una gara ad avere ragione, la presunzione di essere nel giusto, soprattutto quando ci si confronta con diverse culture, è fuori luogo e anzi, se pensi di uscire dal tuo paese senza lasciarti questo atteggiamento alle spalle, puoi pure risparmiati i soldi del biglietto del volo.
E poi, come disse un’amica: “se ci si trova fuori dal proprio paese, una ragione c’è” -quindi c’è poco da fare i saputi.

•Ormai mi è chiaro che uno dei nodi karmici che mi toccherà affrontare in questa vita, e che mi conviene superare, riguarda la mia attrazione per i maglioni che spelano.
Non so come sia possibile, ma per quanto possa valutare un maglione prima di comprarlo -composizione (mohair al bando, proprio, e che figuri almeno un 40% di lana sennò che maglione è?), presenza di pre-pelucchi, modello e pungiosità -, dopo il primo lavaggio, tutti i miei maglioni si rivelano dei fanatici terroristi dello spelo.

di prepartenze e di canzoni che (vol. VI)

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Questa. Già, questa. E manco metto una canzone, ma proprio tutto l’album.

Ho comprato questo album, anni fa ormai, a New York -non mi chiedete cosa c’azzecchi il Buena Vista Social Club con New York, l’entusiasmo della turista può questo e altro (e comunque non mi sono mai pentita dell’acquisto, anzi).
Tuttavia, il motivo per cui questa musica sarà sempre legata a un ricordo, ma pure due in verità, non lo dirò : ) Io lo so, e questo è l’importante -però è stato bello conoscere la musica prima che a questa fossero associate situazioni che mai avrei immaginato, con persone che ancora dovevo conoscere.

 

di prepartenze e di canzoni che (vol. V)

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Dopo un bello sfoggio di truzzaggine (però divertente), una canzone che in Spagna conoscono tutti.

Ojalá di Silvio Rodríguez

 

E quindi, dicevo, era l’estate di due anni fa ed eravamo state tutte deluse dai ragazzi che frequentavamo all’epoca -no, ma ci sarà stata qualche congiunzione astrale che spero non si ripeta per i prossimi 150 anni, sennò non mi spiego come, nel giro di una settimana, ci siamo ritrovate tutte dal fluttuare tra zuccherose nuvole rosa a sbattere col sedere a terra, e di brutto. Insomma, deluse sentimentali dell’ultima ora, oltre a riunirci, a bere birra economica e a passare il tempo a insultare i ragazzi (e i di loro amici, ovvio) -ricordo ancora, quasi con affetto, quanto ricorressimo all’aggettivo “psicopatico” per definire l’atteggiamento dei soggetti che ci eravamo scelte -, si ascoltava sempre questa canzone, cantata poi da una mia amica.
In breve in casa non si sentiva risuonare altro che la chitarra e le strofe struggenti che non sarebbero propriamente la miglior scelta per distogliere l’attenzione da una delusione sentimentale. “Speriamo succeda qualcosa che ti cancelli inaspettatamente”, “Speriamo almeno che mi porti via la morte, affinché non ti veda più così spesso, affinché non ti veda sempre, tutti i secondi, in ogni visione; che non possa più toccarti nemmeno attraverso le canzoni”… Ecco, appunto, nessuno dà il suo meglio nella sofferenza e noi, senza girarci intorno, stavamo alla frutta.

Ma siamo sopravvissute anche a questo e, a ripensarci, mi viene quasi da dire che (se mai si possa dire qualcosa di simile) eravamo felici nell’infelicità. Per quanto la frustrazione, l’orgoglio ferito e lo sconforto ci accompagnassero costantemente, per quanto ci investissimo nelle vicende delle altre e ci fomentassimo a vicenda nell’insultare una il ragazzo dell’altra (“quello? Ma quello è scemo!”, “él se lo pierde, guarda” e… vabbe’ non riporto il turpiloqui con cui ci siamo distinte all’epoca),  abbiamo anche riso tanto e di gusto e ci siamo divertite e intrattenute e prese in giro con autoironia e aiutate a ritirarci un po’ su.

di partenze e di canzoni che (vol. IV)

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Questa è una canzone che mi ricorda tante serate, e nottate, con le mie amiche.

 

Ho mai detto che avrei fatto una compilation di musica d’autore? Appunto.
Questa mi ricorda una notte con le amiche vicino al porto, rifacendo (ci credevamo molto, sì) la coreografia del video davanti all’edificio coperto di vetri specchiati dell’America’s Cup. Momenti di alta televisione.
Eravamo tutte single e tutte col cuore ammaccato, no davvero: tutte single, all’estero, con le nostre belle sfighe sentimentali, avvilite dalle dinamiche di coppia e schizzate totali per i saldi e i mercatini.
E mi ricorda anche una cena a casa per salutarci prima delle vacanze estive, quando già sapevamo che a settembre non sarebbe stato lo stesso (e addio anche parentesi discotecara) e non so a chi venne l’idea di filmare una cover casalinga fatta per salutare un amico.
E poi ancora tanti pomeriggi passati a guardare il video per capire se quella ballerina è in realtà un ballerino…

Se per caso vi steste chiedendo se eravamo delle sgrillettate… Sì, lo eravamo. Ma se si deve avere un cuore spezzato, meglio avere intorno una buona compagnia di amiche e tornare adolescenti per camuffare la delusione.

di prepartenze e di canzoni che (vol. III)

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Questa è la canzone della mia amica e mia. A ogni coppia la sua canzone, e questa è la nostra.

E niente, è discotecara come non siamo mai state e mai saremo. Vabbe’, un’estate sì dài, andavamo in discoteche estive con velleità cool indossando i nostri migliori vestiti di cotone (o l’immancabile mini di jeans) comprati al mercatino di quartiere -quando c’erano ragazze che sfoggiavano il vestito di gala del matrimonio della sorella, per dire; non si sa chi era più fuori luogo, insomma. Però la parentesi discotecara, o pseudodiscotecara, è stata divertente, come orbitare intorno a posti che sai che non ti appartengono ma te li vivi bene perché la compagnia è buona. Ok, nessuno capirà -né sarà indulgente con noi e con il nostro entusiasmo per questa opera d’arte moderna -, ma l’emozione di ascoltare questa canzone in un posto truce e buio (meglio, se si sbafa il trucco non si nota), guardarci e gridare “la nostra canzone!” è inspiegabile -e nulla a che vedere col gridare “Britney bitch” al momento giusto. E cioè, io non sono melomane, ma la mia amica (come le ho detto una volta, e come leggerà qui) è una di quelle che ha avuto il suo bel periodo in cui se non è musica di un gruppo indie (oddio non mi ricordo cosa ho detto) sconosciuto al mondo, che si esibisce in chiese diroccate nelle notti di luna piena degli anni bisestili, non faceva per lei… Tanta roba!
E se mi si chiedesse come questa canzone sia diventata nostra… Proprio non mi ricordo -sarà stato per il vodka red bull (avete mai provato vodka red bull? Ecco, non provate vodka red bull) o per il debito di sonno o per la semplice rimozione di qualche fatto imbarazzante.

di prepartenze e di canzoni che (vol. II)

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sottotitolo: come mandare in vacca la propria credibilità (credibili-che?).

Il secondo giorno e già mi sputtano il titolo, non scegliendo una canzone, ma un brano musicale -e non uno, ma due. Quando si dice la coerenza. Allora (solo da italiano all’estero ti rendi conto della bellezza della parola “allora”, ancora mi scappa qualche volta):

dalla colonna sonora de Lo squalo (Steven Spielberg)

e dalla colonna sonora di Requiem for a dream (Darren Aronofski), Lux Aeterna

 

E dopo due pezzoni da angoscia assicurata permettetemi di spiegare il perché di questa scelta musicale -e sputtanare così anche i due brani (nel senso che non riuscirete più ad ascoltarli come prima).
In Spagna ho vissuto più di un anno, e quindi più di quattro stagioni, in una casa non solo senza riscaldamento, ma anche col bagno sul balcone. Esatto, signori! La prossima volta che prende quell’invidia mista a fascinazione per chi vive all’estero, ecco, lasciate perde’. Ché gli italiani che postano nei “social cosi” la foto dei 25° registrati un giorno di gennaio a Valencia, poi omettono dati interessanti come quanto possa essere fredda una casa senza riscaldamento, quanto siano prolifiche le blatte nella stessa città e quanto possa essere sporca una città nella quale non piove quasi mai. Cioè, forget about allure -e benvenuti geloni!
Dunque, pur non essendo freddi come in Italia, gli inverni non sono per nulla addolciti da riscaldamento casalingo o da un degno isolamento della casa (perché investire in un’edilizia di qualità? Perché non morire di caldo d’estate e di freddo d’inverno? Daje!), si consideri anche la variante del bagno in balcone, la mia amica e coinquilina e io ci abbiamo messo un nulla a stilare la nostra colonna sonora da “Il bagno in balcone d’inverno” -tra cui c’è da dire che figuravano anche gli immancabili Carmina Burana di Carl Orff. E davvero, sembra che i compositori delle due opere conoscano perfettamente lo strazio dell’abbandonare il calduccino del divano (scomodo) per un’impellenza improrogabile, la vittoria della natura sul progresso, del fisico sulla comodità (o quasi). Così ogni volta che si doveva andare in bagno (dopo aver rimandato all’infinito), facevamo risuonare uno di questi brani e giù a ridere -che era anche piuttosto pericoloso considerando le nostre condizioni fisiche.

***

Il mondo musicale non mi perdonerà mai per questo scempio.

di prepartenze e di canzoni che

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Parto tra dieci giorni e siccome sono in pieno mood da “oddio, lasciando questo posto tutto quello che ho vissuto qui verrà dimenticato per sempre (anzi non è proprio mai successo)”, sto pensando di postare ogni giorno un pensiero o un ricordo per dieci canzoni che hanno significato qualcosa per me negli ultimi due anni -per condensare in qualche modo gli avvenimenti vissuti e le persone incontrate.
Non so se ce la farò e il problema non è che ascolto così tanta musica da non sapere quali brani scegliere… La verità è che non sono una melomane. È imbarazzante dirlo dato che tutti sembrano saperne di musica e che “che musica ascolti?” è uno degli approcci standard per fare conoscenze. Ad ogni modo, la musica non mi dispiace, ma mi piace anche il silenzio. Potrei passare giorni senza ascoltare musica, ma non giorni ascoltando musica non-stop -ammenoché la canzone che passa non-stop non sia Mrs. Robinson (ma non rischierei mai di farmela andare a noia dato che è la mia preferita).
Io che parlo di musica quindi… Cose che possono succedere solo in un blog, il mio per l’appunto. Allora, per iniziare:

Anoche soñé contigo di Kevin Johansen

Perché me la canticchiavo nel periodo in cui uscivo con un ragazzo (meteore, vabbe’), uno che mi piaceva come spero non mi piacerà più nessuno in futuro -perché non ho saputo gestire la fine di un rapporto mai iniziato (e oltre al dolore, pure l’umiliazione di non poter dire che siamo stati una coppia). Ok, ma questa canzone è proprio carina e non voglio rovinarla con ricordi e rimuginamenti inutili.
Dicevo, uscivo con un ragazzo ed ero così intenerita (e giuliva) che mi canticchiavo questa canzone da sola, in casa, riassettando la camera o sotto la doccia.
Anche se poi le cose sono andate come sono andate, dopo un po’ ho ripreso a canticchiarmi questa canzone per slegarla dal ricordo, anche se bello -perché io sono una fautrice del tornare sul luogo del delitto, soprattutto quando in quel delitto si è “la vittima” (vabbe’, insomma, quello che rimane a terra), sennò non si supera mai la paura.
Non so se sono riuscita a separare la canzone dal ricordo, ma ha smesso di farmi male e non chiedo altro. E poi la canzone continua a piacermi -e a intenerirmi.

di cose apprese questa settimana CXXVIII

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hiding-ninja-funny-dogs-61__605•I problemi (o le frustrazioni) di chi è da solo hanno sempre meno credibilità rispetto ai problemi di chi è fidanzato.
Ho, tra i miei amici (e quindi gente cui voglio bene) chi, quando dico che sento la mancanza di un compagno, mi dice che nemmeno stare in coppia è facile, che devo avere pazienza, che non devo pensare troppo a queste cose, che anche le coppie hanno i loro problemi, che non devo avere fretta -cosa, quest’ultima, che proprio non mi spiego: ehm, se avessi fretta secondo te ora sarei da sola?
È che alla fine la musica è sempre la stessa: ognuno ha i suoi problemi e ognuno pensa che i suoi siano più dolorosi -con il piccolo dettaglio che chi è fidanzato non rinuncerebbe a quello che ha per avere “i meno problemi” che si presuppone abbia un single.

•Andare per compere con il proprio senso di inadeguatezza risvegliato dall’affacciarsi di cambiamenti e trasferimenti, è ansiogeno. A questo si aggiunga la variante dei saldi e il disastro è assicurato.
Non solo sento montare l’angoscia per trovare il prima possibile quello che cerco col miglior rapporto qualità prezzo, ma non trovo pace perché, non importa quello che compro, nel negozio affianco c’è sempre un’altra cosa (pantalone, scarpa, borsa,…), rigorosamente fuori dalla mia lista, che potrebbe farmi sentire ancora meglio con me stessa, come se senza quella non sarò mai all’altezza. Insomma, non importa quello che faccio, non è mai abbastanza.

•La mia prossima dipendenza, o meglio comportamento feticcio, dopo l’annusare gli smalti, la colla vinavil (perché la coccoina non la trovo più), gli smalti non ad acqua, e dopo la mia fascinazione amore/odio per l’acqua ragia, sarà annusare lo scotch industriale.
Essere inebriata dall’odore di scotch industriale, quello usato per chiudere i pacchi da inviare con i corrieri, è stato il momento più alto del mio trasferimento, per il momento.

di nostalgie preventive e di foto per il futuro

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Umanità tutta, inutile dirvi che nelle prossime settimane i post di natura sentimetale/nostalgico/odioicambiamentoide saranno la prassi. L’autrice non si scusa in partenza e suggerisce di ascoltarsi la colonna sonora di Amélie -musica che risuona per qualsiasi cosa faccia da due settimane a questa parte – per accompagnarne la lettura (perché sono cintura nera del famose male, ovvio).

Qualche tempo fa, presa dalla consapevolezza che un giorno avrò (o avrei avuto, insomma fate voi) nostalgia di “tutto questo”, ho scattato delle foto alla mia camera e alla casa. Anche se non hanno granché senso, per me, sì, ce l’hanno -in parte perché nelle procedure di svuotamento ormai la mia camera non ha più quell’aspetto curato e civile (anche se, per scattare le foto, spostavo il disordine da una parte all’altra della stanza, o dentro l’armadio -dài, su, ragioniamoci: perché hanno inventato gli armadi, sennò?!), in parte perché, be’ adesso sono ancora qui, ma quando mi lascerò tutto alle spalle, quando davvero lascerò questa casa, allora sì che mi prenderà la nostalgia vera e avrò bisogno di un po’ di amarcord. Così trasferisco la mia casa qui, nel mio blog e vi invito a fare un giro -anche se non potete vederla con i miei occhi.

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di cose apprese questa settimana CXXVII

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foto dalla rete

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•Quando si inizia la visione di una serie, la visione di film è sospesa finché non si finisce la benedetta serie.
Davvero, eh! Sembra che nella vita tutto debba essere in formato 20 minuti -o 40, dipende dal telefilm -, tutto ciò che supera questa durata è un supplizio inutile -salvo poi spararsi quelle tre/quattro puntate di fila, superando la durata di un film, ma vabbe’, dettagli.

•È sconsigliabile andare per negozi (d’abbigliamento -in saldi) con gli occhiali da sole.
Negozi d’abbigliamento in saldi? Sicuro ti provi qualcosa, sicuro gli occhiali da sole ti infastidiscono e te li togli, ergo sicuro te li dimentichi in qualche camerino.
-Nonostante ciò, ho avuto la fortuna che i miei occhiali da sole siano stati trovati da un’anima pia -oppure proprio non le sono piaciuti -e li ho ritrovati tre giorni dopo chiedendo alla commessa del negozio -quando già stavo inveendo contro la deriva disonesta del genere umano.

•Lo so, sto aspettando il crollo.
Nonostante stia cercando di sbrigare tutte le faccende in modo efficiente e rapido, con innato (proprio! Mai avuto!) senso pratico e quasi con entusiasmo -sono così abituata a non avere obiettivi che anche sbaraccare la mia vita la prendo come una mission da accomplishare – (cosa vendere, cosa comprare, cosa impacchettare, cosa lasciare a chi, cosa regalare, cosa buttare e cosa restituire ai legittimi proprietari), ecco, nonostante stia facendo il possibile per avere tutto sotto controllo, so che l’unica cosa che non sto affrontando è il cambiamento che mi aspetterà una volta concluso l’impacchettamento e questo periodo della mia vita. E il crollo mi fa paura. Far finta che non stia succedendo nulla non funziona e non va bene, non voglio arrivare al giorno in cui dovrò caricarmi le mie due valigie senza un etto in eccesso (perché la Ryanair non vedrà mai più un euro per superamento del limite di peso consentito), dare l’ultimo sguardo alla mia camera vuota e pensare: “Sta succedendo per davvero?!”. No.

•C’è gente là fuori che si iscrive a palestra (e ci va pure 2/3 volte a settimana) e quando c’è da fare un chilometro a piedi si lamenta.
Ehm… Ma che davvero? Finché si paga per fare esercizio fisico, bene; ma quando è gratis, l’esercizio perde tutto il suo fascino?
Ecco, il massimo è quando questa gente, che sa che mi faccio anche un’ora a piedi, in città, senza battere ciglio, mi racconta dei benefici dello sport e mi dice che dovrei farne -quando poi ci toccano 20 minuti a piedi per raggiungere un posto, daje a cercare autobus, metropolitana, taxi o passaggi in macchina… Vabbe’.

•Quando si avvicina il momento di lasciare un posto, le piante iniziano a profumare di più, il sole scalda di più, il mangiare è più buono, tutti comunicano i propri sentimenti apertamente e sorridono di più e anche gli amici diventano uguali a quelli dei telefilm americani -ma senza le risate di sottofondo, che è meglio.

•Il terreno fertile per le ossessioni è l’infelicità, e ancor di più l’infelicità associata alla mancanza di novità nella propria vita.
Perché è inutile girarci intorno, le novità sono poche, e a volte tra una e l’altra trascorre un deserto dei tartari interiore ed esteriore. E le ossessioni, pur essendo la nostra coperta di Linus, sono anche la nostra sciagura, perché ci ricordano continuamente cosa non abbiamo.
(Ed è inutile che concluda questo pensiero con la speranza di non ricascarci più… Ci ricascherò, e farà male, e niente, ci ricascherò ancora).