di prepartenze e di canzoni che (vol. III)

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Questa è la canzone della mia amica e mia. A ogni coppia la sua canzone, e questa è la nostra.

E niente, è discotecara come non siamo mai state e mai saremo. Vabbe’, un’estate sì dài, andavamo in discoteche estive con velleità cool indossando i nostri migliori vestiti di cotone (o l’immancabile mini di jeans) comprati al mercatino di quartiere -quando c’erano ragazze che sfoggiavano il vestito di gala del matrimonio della sorella, per dire; non si sa chi era più fuori luogo, insomma. Però la parentesi discotecara, o pseudodiscotecara, è stata divertente, come orbitare intorno a posti che sai che non ti appartengono ma te li vivi bene perché la compagnia è buona. Ok, nessuno capirà -né sarà indulgente con noi e con il nostro entusiasmo per questa opera d’arte moderna -, ma l’emozione di ascoltare questa canzone in un posto truce e buio (meglio, se si sbafa il trucco non si nota), guardarci e gridare “la nostra canzone!” è inspiegabile -e nulla a che vedere col gridare “Britney bitch” al momento giusto. E cioè, io non sono melomane, ma la mia amica (come le ho detto una volta, e come leggerà qui) è una di quelle che ha avuto il suo bel periodo in cui se non è musica di un gruppo indie (oddio non mi ricordo cosa ho detto) sconosciuto al mondo, che si esibisce in chiese diroccate nelle notti di luna piena degli anni bisestili, non faceva per lei… Tanta roba!
E se mi si chiedesse come questa canzone sia diventata nostra… Proprio non mi ricordo -sarà stato per il vodka red bull (avete mai provato vodka red bull? Ecco, non provate vodka red bull) o per il debito di sonno o per la semplice rimozione di qualche fatto imbarazzante.

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di prepartenze e di canzoni che (vol. II)

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sottotitolo: come mandare in vacca la propria credibilità (credibili-che?).

Il secondo giorno e già mi sputtano il titolo, non scegliendo una canzone, ma un brano musicale -e non uno, ma due. Quando si dice la coerenza. Allora (solo da italiano all’estero ti rendi conto della bellezza della parola “allora”, ancora mi scappa qualche volta):

dalla colonna sonora de Lo squalo (Steven Spielberg)

e dalla colonna sonora di Requiem for a dream (Darren Aronofski), Lux Aeterna

 

E dopo due pezzoni da angoscia assicurata permettetemi di spiegare il perché di questa scelta musicale -e sputtanare così anche i due brani (nel senso che non riuscirete più ad ascoltarli come prima).
In Spagna ho vissuto più di un anno, e quindi più di quattro stagioni, in una casa non solo senza riscaldamento, ma anche col bagno sul balcone. Esatto, signori! La prossima volta che prende quell’invidia mista a fascinazione per chi vive all’estero, ecco, lasciate perde’. Ché gli italiani che postano nei “social cosi” la foto dei 25° registrati un giorno di gennaio a Valencia, poi omettono dati interessanti come quanto possa essere fredda una casa senza riscaldamento, quanto siano prolifiche le blatte nella stessa città e quanto possa essere sporca una città nella quale non piove quasi mai. Cioè, forget about allure -e benvenuti geloni!
Dunque, pur non essendo freddi come in Italia, gli inverni non sono per nulla addolciti da riscaldamento casalingo o da un degno isolamento della casa (perché investire in un’edilizia di qualità? Perché non morire di caldo d’estate e di freddo d’inverno? Daje!), si consideri anche la variante del bagno in balcone, la mia amica e coinquilina e io ci abbiamo messo un nulla a stilare la nostra colonna sonora da “Il bagno in balcone d’inverno” -tra cui c’è da dire che figuravano anche gli immancabili Carmina Burana di Carl Orff. E davvero, sembra che i compositori delle due opere conoscano perfettamente lo strazio dell’abbandonare il calduccino del divano (scomodo) per un’impellenza improrogabile, la vittoria della natura sul progresso, del fisico sulla comodità (o quasi). Così ogni volta che si doveva andare in bagno (dopo aver rimandato all’infinito), facevamo risuonare uno di questi brani e giù a ridere -che era anche piuttosto pericoloso considerando le nostre condizioni fisiche.

***

Il mondo musicale non mi perdonerà mai per questo scempio.

di prepartenze e di canzoni che

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Parto tra dieci giorni e siccome sono in pieno mood da “oddio, lasciando questo posto tutto quello che ho vissuto qui verrà dimenticato per sempre (anzi non è proprio mai successo)”, sto pensando di postare ogni giorno un pensiero o un ricordo per dieci canzoni che hanno significato qualcosa per me negli ultimi due anni -per condensare in qualche modo gli avvenimenti vissuti e le persone incontrate.
Non so se ce la farò e il problema non è che ascolto così tanta musica da non sapere quali brani scegliere… La verità è che non sono una melomane. È imbarazzante dirlo dato che tutti sembrano saperne di musica e che “che musica ascolti?” è uno degli approcci standard per fare conoscenze. Ad ogni modo, la musica non mi dispiace, ma mi piace anche il silenzio. Potrei passare giorni senza ascoltare musica, ma non giorni ascoltando musica non-stop -ammenoché la canzone che passa non-stop non sia Mrs. Robinson (ma non rischierei mai di farmela andare a noia dato che è la mia preferita).
Io che parlo di musica quindi… Cose che possono succedere solo in un blog, il mio per l’appunto. Allora, per iniziare:

Anoche soñé contigo di Kevin Johansen

Perché me la canticchiavo nel periodo in cui uscivo con un ragazzo (meteore, vabbe’), uno che mi piaceva come spero non mi piacerà più nessuno in futuro -perché non ho saputo gestire la fine di un rapporto mai iniziato (e oltre al dolore, pure l’umiliazione di non poter dire che siamo stati una coppia). Ok, ma questa canzone è proprio carina e non voglio rovinarla con ricordi e rimuginamenti inutili.
Dicevo, uscivo con un ragazzo ed ero così intenerita (e giuliva) che mi canticchiavo questa canzone da sola, in casa, riassettando la camera o sotto la doccia.
Anche se poi le cose sono andate come sono andate, dopo un po’ ho ripreso a canticchiarmi questa canzone per slegarla dal ricordo, anche se bello -perché io sono una fautrice del tornare sul luogo del delitto, soprattutto quando in quel delitto si è “la vittima” (vabbe’, insomma, quello che rimane a terra), sennò non si supera mai la paura.
Non so se sono riuscita a separare la canzone dal ricordo, ma ha smesso di farmi male e non chiedo altro. E poi la canzone continua a piacermi -e a intenerirmi.

di cose apprese questa settimana CXXVIII

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hiding-ninja-funny-dogs-61__605•I problemi (o le frustrazioni) di chi è da solo hanno sempre meno credibilità rispetto ai problemi di chi è fidanzato.
Ho, tra i miei amici (e quindi gente cui voglio bene) chi, quando dico che sento la mancanza di un compagno, mi dice che nemmeno stare in coppia è facile, che devo avere pazienza, che non devo pensare troppo a queste cose, che anche le coppie hanno i loro problemi, che non devo avere fretta -cosa, quest’ultima, che proprio non mi spiego: ehm, se avessi fretta secondo te ora sarei da sola?
È che alla fine la musica è sempre la stessa: ognuno ha i suoi problemi e ognuno pensa che i suoi siano più dolorosi -con il piccolo dettaglio che chi è fidanzato non rinuncerebbe a quello che ha per avere “i meno problemi” che si presuppone abbia un single.

•Andare per compere con il proprio senso di inadeguatezza risvegliato dall’affacciarsi di cambiamenti e trasferimenti, è ansiogeno. A questo si aggiunga la variante dei saldi e il disastro è assicurato.
Non solo sento montare l’angoscia per trovare il prima possibile quello che cerco col miglior rapporto qualità prezzo, ma non trovo pace perché, non importa quello che compro, nel negozio affianco c’è sempre un’altra cosa (pantalone, scarpa, borsa,…), rigorosamente fuori dalla mia lista, che potrebbe farmi sentire ancora meglio con me stessa, come se senza quella non sarò mai all’altezza. Insomma, non importa quello che faccio, non è mai abbastanza.

•La mia prossima dipendenza, o meglio comportamento feticcio, dopo l’annusare gli smalti, la colla vinavil (perché la coccoina non la trovo più), gli smalti non ad acqua, e dopo la mia fascinazione amore/odio per l’acqua ragia, sarà annusare lo scotch industriale.
Essere inebriata dall’odore di scotch industriale, quello usato per chiudere i pacchi da inviare con i corrieri, è stato il momento più alto del mio trasferimento, per il momento.

di nostalgie preventive e di foto per il futuro

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Umanità tutta, inutile dirvi che nelle prossime settimane i post di natura sentimetale/nostalgico/odioicambiamentoide saranno la prassi. L’autrice non si scusa in partenza e suggerisce di ascoltarsi la colonna sonora di Amélie -musica che risuona per qualsiasi cosa faccia da due settimane a questa parte – per accompagnarne la lettura (perché sono cintura nera del famose male, ovvio).

Qualche tempo fa, presa dalla consapevolezza che un giorno avrò (o avrei avuto, insomma fate voi) nostalgia di “tutto questo”, ho scattato delle foto alla mia camera e alla casa. Anche se non hanno granché senso, per me, sì, ce l’hanno -in parte perché nelle procedure di svuotamento ormai la mia camera non ha più quell’aspetto curato e civile (anche se, per scattare le foto, spostavo il disordine da una parte all’altra della stanza, o dentro l’armadio -dài, su, ragioniamoci: perché hanno inventato gli armadi, sennò?!), in parte perché, be’ adesso sono ancora qui, ma quando mi lascerò tutto alle spalle, quando davvero lascerò questa casa, allora sì che mi prenderà la nostalgia vera e avrò bisogno di un po’ di amarcord. Così trasferisco la mia casa qui, nel mio blog e vi invito a fare un giro -anche se non potete vederla con i miei occhi.

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di cose apprese questa settimana CXXVII

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foto dalla rete

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•Quando si inizia la visione di una serie, la visione di film è sospesa finché non si finisce la benedetta serie.
Davvero, eh! Sembra che nella vita tutto debba essere in formato 20 minuti -o 40, dipende dal telefilm -, tutto ciò che supera questa durata è un supplizio inutile -salvo poi spararsi quelle tre/quattro puntate di fila, superando la durata di un film, ma vabbe’, dettagli.

•È sconsigliabile andare per negozi (d’abbigliamento -in saldi) con gli occhiali da sole.
Negozi d’abbigliamento in saldi? Sicuro ti provi qualcosa, sicuro gli occhiali da sole ti infastidiscono e te li togli, ergo sicuro te li dimentichi in qualche camerino.
-Nonostante ciò, ho avuto la fortuna che i miei occhiali da sole siano stati trovati da un’anima pia -oppure proprio non le sono piaciuti -e li ho ritrovati tre giorni dopo chiedendo alla commessa del negozio -quando già stavo inveendo contro la deriva disonesta del genere umano.

•Lo so, sto aspettando il crollo.
Nonostante stia cercando di sbrigare tutte le faccende in modo efficiente e rapido, con innato (proprio! Mai avuto!) senso pratico e quasi con entusiasmo -sono così abituata a non avere obiettivi che anche sbaraccare la mia vita la prendo come una mission da accomplishare – (cosa vendere, cosa comprare, cosa impacchettare, cosa lasciare a chi, cosa regalare, cosa buttare e cosa restituire ai legittimi proprietari), ecco, nonostante stia facendo il possibile per avere tutto sotto controllo, so che l’unica cosa che non sto affrontando è il cambiamento che mi aspetterà una volta concluso l’impacchettamento e questo periodo della mia vita. E il crollo mi fa paura. Far finta che non stia succedendo nulla non funziona e non va bene, non voglio arrivare al giorno in cui dovrò caricarmi le mie due valigie senza un etto in eccesso (perché la Ryanair non vedrà mai più un euro per superamento del limite di peso consentito), dare l’ultimo sguardo alla mia camera vuota e pensare: “Sta succedendo per davvero?!”. No.

•C’è gente là fuori che si iscrive a palestra (e ci va pure 2/3 volte a settimana) e quando c’è da fare un chilometro a piedi si lamenta.
Ehm… Ma che davvero? Finché si paga per fare esercizio fisico, bene; ma quando è gratis, l’esercizio perde tutto il suo fascino?
Ecco, il massimo è quando questa gente, che sa che mi faccio anche un’ora a piedi, in città, senza battere ciglio, mi racconta dei benefici dello sport e mi dice che dovrei farne -quando poi ci toccano 20 minuti a piedi per raggiungere un posto, daje a cercare autobus, metropolitana, taxi o passaggi in macchina… Vabbe’.

•Quando si avvicina il momento di lasciare un posto, le piante iniziano a profumare di più, il sole scalda di più, il mangiare è più buono, tutti comunicano i propri sentimenti apertamente e sorridono di più e anche gli amici diventano uguali a quelli dei telefilm americani -ma senza le risate di sottofondo, che è meglio.

•Il terreno fertile per le ossessioni è l’infelicità, e ancor di più l’infelicità associata alla mancanza di novità nella propria vita.
Perché è inutile girarci intorno, le novità sono poche, e a volte tra una e l’altra trascorre un deserto dei tartari interiore ed esteriore. E le ossessioni, pur essendo la nostra coperta di Linus, sono anche la nostra sciagura, perché ci ricordano continuamente cosa non abbiamo.
(Ed è inutile che concluda questo pensiero con la speranza di non ricascarci più… Ci ricascherò, e farà male, e niente, ci ricascherò ancora).

di cose apprese questa settimana CXXVI

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foto dalla rete

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• Questi fighi fighi delle startup, dell’autoimpiego, del “non c’è lavoro, me lo creo io e ve lo racconto così cool che vi sentirete delle nullità e dei perfetti sfigati se continuate a essere disoccupati senza fare una startup innovativa e trend maker” non la raccontano mai tutta.
Il marketing sì, ok. Continuo a far fatica a distinguere tra marketing, paraculismo puro e duro e semplice ipocrisia. E non è per godere degli insuccessi di chi ci prova, è che non mi piace affatto questo modo saccente, compiaciuto e aggressivo di rivolgersi agli altri, tra cui quasi tutti potenziali clienti. Cioè da quando l’umiltà, l’empatia e il tatto sono out?Mi tratti da idiota? Beh, falla prosperare da solo la tua startup, va’.

• L’aeroporto delle East Midlands è una sòla totale. Anzi no, è l’aeroporto di Barbie.

• Quando aspetti una risposta via email per risolvere un problema, non importa il tempo che ci mette quell’email ad arrivare, è sempre troppo. Le newsletter inutili, lo spam e le email fuffa però sempre in orario, eh?

•Restringere la visione di parte delle mie foto di facebook è stata una genialata.
Perché l’idea che “qualcuno” possa vederle, che possa mettervi un like e commentarle è comune a molte (ma anche molti) di noi. Cancellare dagli amici è estremo, o lo fai con chi non hai mai avuto un minimo di rapporto, ma se limito la visione delle foto ai soggetti che appaiono nella foto… Una genialata! E poi mi tolgo di dosso quella sensazione di pubblicare foto per suscitare qualcosa negli altri anche perché le pubblico perché è il modo più veloce per farle arrivare a chi è ritratto.

•Avere degli amici veri serve a tirare su la propria autostima.
Il rincorrere persone che non ne vogliono sapere di te o quelle che sono così indaffarate da non trovare il tempo per scambiare due parole, non aiuta affatto ad avere una buona idea di se stessi. Bisogna proprio scremare tra la gente che si conosce e scegliere quelli che dimostrano di voler avere a che fare con te -e poi bisogna viziare i veri amici: a qualcuno dovrò pur dare l’amore che covo da secoli, no?

 •Non si ripeta, nella storia dell’umanità, l’errore grossolano di mettere Jane Austen in mano agli americani.
Austenland è un’elaborazione sperimentale (agghiacciante) rispetto ai temi e alla letteratura della Austen -inoltre l’idea di dare alle parole della Austen (si fa per dire) quel accento tipicamente emtivuiano è forse un po’ fuori luogo, non dite?
Inutile dire che ciò non mi ha comunque trattenuto dal portarne a termine la visione.

di cose apprese questa settimana CXXV

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foto dalla rete

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• Youtube ce l’ha con me e con il mio orologio biologico.
Dev’essere così perché sennò non mi spiego questo infarcire i video che guardo con pubblicità su metodi “concenzionali” (anche se uno è, dalla notte dei tempi), contraccettivi e test di gravidanza. Tra l’altro non capisco nemmeno cosa stia cercando di dirmi ‘sto youtube, cioè chiarisciti le idee prima di propinarmi coppiette sessualmente attive che si baciano e bambini paffuti che mi chiamano mamma: devo o non devo fare un figlio?
Ok, ‘sti cookie hanno capito che sugnu fimmina, ma non è che questo faccia di me il target ideale per questo tipo di pubblicità, insomma! Capito cookie? Ché qui manca non solo a chi annunciare il risultato del test di gravidanza (che al momento potrei prevedere con una percentuale di prenderci del 100%) o con chi cercare di avere un figlio (che i ragazzi che potrei -mai condizionale è stato più azzeccato -frequentare non saprebbero manco fare lo spelling della parola “figlio” -e non gli do manco torto, guarda), ma manca anche con chi non avere un figlio, se è per questo.
E comunque è bieco e sleale fare leva sui miei ormoni.

Hallelujah -cantata da Jeff Buckley – è la canzone perfetta per quando si ha voglia di vedersi scorrere davanti tutti i fallimenti della propria vita.
Catartico? Forse.
Masochista? Mi sa.

•Ci si può commuovere davanti a un orso abbracciante di skype.

•Quando a una ragazza ronza intorno un ragazzo -che le piace -diventa istantaneamente più bella – e non sto dicendo agli occhi di lui, no, no: diventa proprio più bella.

•Miranda Hart somiglia a una mia compagna di classe delle superiori.
E questo me la rende forse meno simpatica -non che la mia amica non mi stesse simpatica però, allontanandomi dalle mie compagne di classe dopo la maturità, non possono farmele più stare simpatiche come prima, no?

•Questa storia della fortuna dei giovani d’oggi, della mobilità, del viaggiare per il mondo, del parlare più di due lingue, del cambiare partner ogni cambio di stagione, della flessibilità nel mondo del lavoro, delle (quasi) infinite possibilità di scelta che abbiamo (studi, domicilio, matrimonio, figli) è tutto un mito -oppure sono solo io che inizio a sentirlo così?
Quando penso alla possibilità di appartenere a un posto, di crescere con gli amici di sempre, di stare con un fidanzato dall’adolescenza, di avere radici ed essere inserito a livello sociale, ecco, a me questo sembra impagabile -non il lasciare in giro per il mondo amici che non saranno più amici per mancanza di preziosa quotidianità, non avere amorazzi che forse potevano essere ma non saranno mai -o forse non potevano essere già in partenza-, non il fare lavori che non promettono nessuno sbocco futuro -quando non sono di puro e semplice sfruttamento -, non il cambiare case delle quali non ci si prende cura (che ci spenda i soldi il proprietario, quel pulciaro!) e nelle quali non si lascia nessuna traccia: questi sarebbero passi avanti? Davvero?
Lo sradicamento e il dover viaggiare leggeri perché tanto poi ci aspetta un’altra meta, non so, possiamo indorarli quanto ci pare (il mettersi in discussione, il conoscere nuova gente, il confrontarsi con diverse culture), ma non mi convincono. Tutto meraviglioso, ma non mi convince.
E no, non odio la mia vita di adesso, anche se mi sta stretta perché non vedo prospettive per il futuro, e non penso nemmeno che si stava meglio quando si stava peggio (le mie nonne non sono state più felici di me, questo lo so bene); infondo credo di avere una vocazione a una vita semplice, ma sento di non avere le basi per avere una vita così. In quale paese mi fermo se non appartengo a nessun posto? Con chi esco o chi invito a casa se i miei amici sono sparsi per il mondo?
Ma soprattutto: perché nessuno è mai contento con quello che ha?

di come un bel desiderio non si realizzerà… e di perché non sarà la fine del mondo

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foto dalla rete

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Perché, ammettiamolo, questo mio bel desiderio non si realizzerà -e non dico nemmeno di quale desiderio si tratti così tra vent’anni potrò rileggere questo post e non associare questa delusione a quella attuale ma all’ultima che avrò avuto all’epoca (esatto: non ho mai capito ‘sta storia del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, io divido la gente in chi vede solo opportunità e in quelle che si fissano sulle delusioni -e conto di continuare a vedere delusioni anche tra vent’anni). Ciononostante, così come questo bel desiderio non si realizzerà -anche se mi faceva una gran paura (come un po’ tutti i miei desideri, fifona che sono!), non sarà la fine del mondo.

Le ragioni per cui non sarà la fine del mondo sono:

•perché potrò continuare ad ascoltare il mio coinquilino quando suonerà la chitarra, chiuso in camera sua. Sì, il suono attutito della chitarra, e soprattutto quello degli arpeggi, mi dà i brividini -e a me, i brividini, piacciono;

•perché potrò ancora godere del sole che batte sul balcone dalla mattinata fino alle 4 quando inizia a salire l’umidità e a insinuarsi il freschettino infido del pomeriggio;

•perché avere il cuore spezzato vuol dire che si avrà un cuore rimarginato, un giorno. Di delusioni non si muore -così dicono. Secondo me non fortificano manco, ma l’importante è che si sfugga alla morte, no? -Ma soprattutto per una questione di orgoglio, guardate.
-Come è morto tizio?
-Stroncato da una delusione.
No, no, ne va dell’onore;

•perché è, almeno per il momento, rimandato il rischio di ritrovarsi ad allevare geloni e a sbatterci continuamente contro -i geloni mi si fanno al minimo accenno di freddo; quello di urtarci contro è un mio talento innato;

•perché ho così tanto cioccolato in dispensa da poter salvare il mondo da una sua eventuale fine -o almeno risollevare gli animi di noi poveri morituri, che già non mi pare da poco;

•perché finché non sarò portata a fare un bilancio (e il concludersi di un ciclo, anche solo per l’inizio di un altro, ne ispira sempre uno, oltre ai benedetti propositi) il mondo non può essere così alla fine. Tutto ciò che mi evita di fare un bilancio -un’occasione per mettere ordine nella propria vita e migliorarsi, mi dicono dalla regia -è una benedizione. Anche le regie toppano, diciamocelo; e basta con ‘sto mettere ordine per mandare immancabilmente tutto all’aria!

•perché dovrò pur sopravvivere?! Dovrò pur autoconvincermi che non è poi la fine del mondo?!

•perché solo la fine del mondo è la fine del mondo.
Spero.

di cose apprese in queste settimane

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foto dalla rete

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•Facebook mi ha rovinato l’esistenza (e sì, il melodramma non mi abbandonerà mai).
Davvero, senza facebook (la mia insicurezza patologica, il mio senso di inferiorità e il mio masochismo innato -la lista è in effetti lunga) mi sarei risparmiata pianti, rimuginamenti inutili, malinconie insensate, preoccupazioni fini a se stesse e fantasticherie infondate (no, quelle no: quelle partivano ad minchiam anche prima).

•L’idea di compromesso è poco chiara a parecchie persone.
Forse sono io a non crederci, forse davvero si può pretendere di trovare una professoressa madrelingua, qualificata, con esperienza, che accetti di dare un’oretta di classe privata a domicilio a settimana, a prezzo stracciato, preparando le classi in anticipo per conto proprio… Forse sì. Poi si potrebbe chiedere a Jean Todt di cambiare le ruote della macchina, a Gordon Ramsey di portare la colazione a letto e a Toscani di scattare la fototessera della carta d’identità.
Se si hanno pretese si paga; se non si vuole pagare si abbassano le pretese, diamine! O sono io? Cioè ‘sta crisi invece di farci ridimensionare un po’, ci sta facendo chiedere l’impossibile, tanto chi vuole lavorare non ha molta possibilità di scelta.

•Parlare in macchina con un’amica, fino alle 2 del mattino, è impagabile.
Già è bello farlo in modo spensierato e leggero, ma è ancora più bello farlo parlando di quello che ci fa soffrire, di quello che ci fa sentire inadeguate e di quello che sappiamo dovremmo fare ma che proprio non ci viene naturale.
Ma fosse che st’ idea di sposarsi un uomo sia sbagliata? Fosse che sposarsi un’amica sia molto meglio?!

•Il mio approccio alla tecnologia sarà sempre quello di un ottuagenario brontolone e ottuso -o quello di un’ingenua dai facili entusiasmi (sempre amato gli opposti, io).
Possibile che ogni volta che faccio per inserire un’immagine nei post e mi compaiono le foto già pubblicate in precedenza, ci metto qualche tempo prima di capire che non è tra quelle che devo scegliere la foto nuova che voglio inserire? (Toh, guarda: allora, questa no, perché l’ho già messa; questa? Questa è carina, ma mi sa che l’ho già postata… Ah, questa pure. Stai a vedere che…). Possibile?
Possibile -.-”