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Questa è la canzone della mia amica e mia. A ogni coppia la sua canzone, e questa è la nostra.

E niente, è discotecara come non siamo mai state e mai saremo. Vabbe’, un’estate sì dài, andavamo in discoteche estive con velleità cool indossando i nostri migliori vestiti di cotone (o l’immancabile mini di jeans) comprati al mercatino di quartiere -quando c’erano ragazze che sfoggiavano il vestito di gala del matrimonio della sorella, per dire; non si sa chi era più fuori luogo, insomma. Però la parentesi discotecara, o pseudodiscotecara, è stata divertente, come orbitare intorno a posti che sai che non ti appartengono ma te li vivi bene perché la compagnia è buona. Ok, nessuno capirà -né sarà indulgente con noi e con il nostro entusiasmo per questa opera d’arte moderna -, ma l’emozione di ascoltare questa canzone in un posto truce e buio (meglio, se si sbafa il trucco non si nota), guardarci e gridare “la nostra canzone!” è inspiegabile -e nulla a che vedere col gridare “Britney bitch” al momento giusto. E cioè, io non sono melomane, ma la mia amica (come le ho detto una volta, e come leggerà qui) è una di quelle che ha avuto il suo bel periodo in cui se non è musica di un gruppo indie (oddio non mi ricordo cosa ho detto) sconosciuto al mondo, che si esibisce in chiese diroccate nelle notti di luna piena degli anni bisestili, non faceva per lei… Tanta roba!
E se mi si chiedesse come questa canzone sia diventata nostra… Proprio non mi ricordo -sarà stato per il vodka red bull (avete mai provato vodka red bull? Ecco, non provate vodka red bull) o per il debito di sonno o per la semplice rimozione di qualche fatto imbarazzante.

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