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foto dalla rete

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•Spesso gli esperimenti -o le sperimentazioni (non c’ho voglia di googlare per vedere quale sia più appropriato) -sono più interessanti nella teoria che nella pratica (o risultato finale).
Allora, Boyhood… Parliamone. Tanto per dimostrare che non sono una cinefila (credo di non poter nemmeno ricordare 10 nomi di registi, figuriamoci i loro tratti distintivi), se dovessi condensare in poche parole quello che mi ha ispirato la visione di Boyhood (“Capolavoro!”, “Niente di simile al mondo!”, “Una pietra miliare del cinema!”), queste sarebbero: “du’ palle!”
Fighissima l’idea dei dodici anni di riprese, coraggiosissima sì; peculiare vedere gli attori crescere e invecchiare (per davvero) in due ore e mezza di film (sic, due e mezza), assistere alla crescita di un bambino dai 6 anni fino a diventare un giovane uomo e aprirsi al mondo, d’accordo! Il film che si confonde con la realtà e la realtà che entra nel film quasi dando alla finzione una concretezza in più, vaaa bene! È stato un lavoro colossale da concepire, realizzare e portare a termine (fosse morto qualche attore nel mentre, il film ci avrebbe guadagnato in spettatori morbosi, ma vabbe’), ok? Ok, ma è pur sempre un film.
Sospetto che un cinefilo potrebbe apprezzare Boyhood (oddio, non lo invidio -il cinefilo, dico) per gli aspetti tecnici, per la realizzazione di un progetto a partire da un’idea ambiziosa e innovativa, ma io non sono una cinefila. Di un film mi piace la storia; se un film non ha una storia, non c’è intenzione del regista, messaggio recondito, stile innovativo o sperimentazione che regga -e sono di bocca buona io eh?! Una storia può anche limitarsi a: lui ama lei e lei ama lui (laddove la seconda condizione non è nemmeno necessaria). Il racconto della vita di una persona dall’infanzia all’età della ragione non è, secondo il mio parere, avvincente, anche se quella che viene raccontata non è proprio una vita lineare. La sfida che si vuole affrontare per raccontare tutto questo, secondo il mio punto di vista, non rende più interessante quello che mette in scena.

•Il mio grado di sopportazione della fame è cambiato nel tempo -e questo mi preoccupa un po’.
Una volta le diete mi sembravano una barbarie ingiustificabile e impraticabile (non che abbia avuto importanti problemi di sovrappeso in passato, ma al primo morso della fame, cedevo senza provare a resistere, per non parlare della fame nervosa e di quella per noia).
Adesso, dopo aver avuto qualche problema di digestione, sento che sono diventata stoica di fronte alla fame (per la paura di stare male). Dopo un periodo in cui mangiare mi faceva stare male e avere fame non mi portava nessuna conseguenza, ho acquisito il controllo sul mio impulso a mangiare -ho ridotto le porzioni, semplificato i pasti e alla fine ho perso un po’ del gusto che mi dava mangiare. Ormai se mi viene fame prima di andare a letto, posso tranquillamente accostarmi a stomaco vuoto -e non lo dico con orgoglio: il processo di mangiare deve essere regolato dallo stomaco e non dalla mente.
Sto facendo il possibile per tornare a stare bene e spero anche di superare questo autocontrollo acquisito e di tornare alla spontaneità e alla spensieratezza dei pasti di prima.

•È alquanto sgradevole aspettare di attraversare una strada al semaforo, in una zona tranquilla, e vedere un guidatore accostare e abbassare il finestrino.
Ora, io sono così naïf da aver pensato che forse il tizio pensava di conoscermi e volesse darmi un passaggio a casa -troppi film Disney, sì -, ma non mi sono ovviamente avvicinata alla macchina per capire meglio quello che mi stesse dicendo (non sono COSì naïf, via!) -e, per certo, non ci conoscevamo e non mi stava chiedendo indicazioni stradali.
Nonostante l’evidente appartenenza del soggetto alla categoria dei pervertiti sfigati (la sottocategoria se l’è guadagnata cercando di adescare una -me! -in una arcinota strada di studenti, negozi cinesi e ristoranti -non passeggiatrici, insomma), quello che ci si chiede, dopo un incontro del genere è: cosa ho (che non va) per aver fatto accostare uno così? Il problema è che se io fossi stata curata, se avessi portato la gonna e mi fossi truccata e agghindata, avrei sicuramente dato la colpa a questo -e questo non va bene. La verità è che l’altra notte, non potevo che essere scambiata per una turista in campeggio -per i sandali con lo strappo, i jeans lunghi sdruciti (e manco aderenti, qualora bisognasse giustificarsi di qualcosa) e lo zainetto in spalla (capito? Manco lo dondolavo!), ma evidentemente esistono degli amatori del genere. E nonostante non potessi incolpare il mio aspetto per il mio successo imprevisto (còlgasi l’ironia), questo tipo di fatti lascia sempre dell’amarezza e una sensazione sgradevole, come se il corpo femminile fosse destinato a essere un richiamo per soggetti che vorremmo solo ignorassero la nostra esistenza.

•Devo trovare un equilibrio tra la mia intolleranza agli altri e l’avere il cuore spezzato quando se ne vanno.
O abbraccio il mio copione da asociale fino in fondo o accetto quello di inguaribile sentimentale. Il problema è che nessuno dei due mi rappresenta del tutto -forse quello di psicopatica però sì.

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