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Parto.
Per “poco”, ma parto.
E anche se sono una campionessa mondiale nel lamentarmi del posto nel quale abito, anche se l’aria in Italia è pesa (ma conto che in Spagna non sia migliore), anche se so che l’opportunità che mi è stata data è bella e non si ripresenta facilmente, mi vengono in mente mille motivi per non partire -i quali vanno dall’essere assente durante le elezioni (io, capito? Quella che sostiene che pure in punto di morte bisogna andare a votare) all’avere ancora tanti libri da leggere sul mio scaffale degli acquisti appena fatti (bando alla vergogna proprio!). Perché, per quanto possa adorare viaggiare, poi, al momento di partire, trovo estremamente convincente il diavoletto che mi sussurra all’orecchio “ma chi te lo fa fare?” -no ma manco deve argomentare il suo consiglio, sottoscrivo in pieno la sua tesi sulla fiducia.
E così non mi va di partire perché sono attratta dai paesi anglosassoni, io, e, per quanto sia una schiappa in geografia, la Spagna non rientra tra questi.
Non mi va di partire perché con la lingua, studiata pure al liceo, lo so che non arrivo lontano. Sì, la lingua simile (sì, vabbe’, avete un’idea dei verbi spagnoli? Ossignur!), sì, il clima clemente (a me piacciono il freddo e l’atmosfera crepuscolare, per dire), sì, l’esperienza di vita (tipo che faccio fatica a concepire un uso comune della cucina -quando sono in cucina manco un moscerino deve azzardarsi a mettere in discussione i miei spazi, pena la frittura dello stesso in olio profondo), sì, il mare (a me piace la montagna) sì, le nuove amicizie (le cose del mondo che più adoro sono gli angoli appartati, i posti singoli sul treno, le possibilità di rimanere in silenzio e quelle di non incontrare lo sguardo di qualcuno).
E non ho ancora capito se sono asociale o misantropa, se ci faccio o ci sono. Che poi no, anche se rimango poco comunicativa, alle persone mi affeziono e tendo ad essere protettiva, forse pure materna, e arrivo a sacrificare me stessa per gli altri (quando mi deciderò a raggiungere una maturità affettiva farò un favore a me stessa e agli altri, lo riconosco).
E anche se faccio la sostenuta, ogni fine mi spezza il cuore -e anche ogni inizio perché ha in sé la sua fine (però vi prometto di non filosofeggiare più). E sono paurosa e sentimentale e abitudinaria e scettica e malinconica e fregnona.
E parto. Domani.
E penso a quando il protagonista dell’ Appartamento spagnolo parte per l’Erasmus in Spagna e a come piange partendo da Parigi. Ecco,  Dio non voglia che mi prenda a piangere! Ché non sarò da sola, e non voglio farmi riconoscere da subito e, insomma, sono tre mesi, cavolo!

E comunque venti chili di valigia non sono niente, quale maschio misogino ha stabilito questo limite fuori dal mondo?

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