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The New Mothers, foto di Sally Mann

The New Mothers, foto di Sally Mann

Nonostante la vita solitaria che sto conducendo da qualche anno -sì, certo, nulla di originale, so che molte persone vivono momenti così e che quelli che si portano avanti amicizie dall’asilo, o anche dalla vita precedente (perché no?), appartengono a mondi di fantasia -, non riesco comunque a fare a meno di tornare con la mente alle mie prime migliori amiche. Dico “prime” per restringerle ai miei primi dieci anni di vita -ma pure otto, se è per quello. E sì, sono un’inaffidabile anaffettiva, ho avuto più di una migliore amica -ma ho anche cambiato scuole ;-)
Di quegli anni hanno fatto parte K., Louise e Laura.

K. era una bambina dolcissima, non a caso faceva “agnello” di cognome (capito perché non ho messo il nome?). Aveva i capelli neri tagliati con un caschetto e frangia squadrati (le nostre mamme hanno passato lo stesso agghiacciante periodo “caschetto”) e aveva gli occhi a mandorla.
Una volta K., al telefono, mi ha detto che avrebbe cercato di farmi arrivare delle caramelle attraverso la cornetta. Ricordo perfettamente il rumore della carta rumorosa della caramella contro il microfono dell’apparecchio, il mio stupore per la sua brillante idea -perché non c’avevo pensato prima io? -e la mia delusione per il mancato miracolo.
Mi ricordo anche che, un’altra volta, sempre al telefono -a sei/sette anni noi si stava al telefono come delle adolescenti, embè?! -lei stava parlando, ma io non sapevo come inserirmi per dire che dovevo uscire con mamma. Così ho avuto l’idea pratica e veloce di abbassare la cornetta e basta (della serie: come risalire alle radici della propria incapacità a comunicare, touché). K. mi ha richiamato subito:
-Come mai è caduta la linea? Hai messo giù il telefono?
-Veramente… Non sapevo come dirti che devo uscire -.-”
Già, tra i privilegi dell’infanzia c’è che un gesto affrettato non viene definito cafone, ma estroso -comunque, per la cronaca, il mio rapporto col telefono è rimasto più o meno allo stesso livello.
Ai tempi mi lasciava sempre un po’ stupita che una bambina dolce come lei volesse avere a che fare con una come me che non ho mai brillato per bontà o socievolezza o… Be’, direi qualsiasi cosa. Mi sembra di ricordare che K. avesse con me un atteggiamento molto affabile e affettuoso, un atteggiamento che, anche se penso fosse più piccola di me, la faceva apparire come la più grande di noi due.
K. è l’unica amica della quale ricordo nome e cognome. Nonostante io abbia avuto più di qualche amica da bambina, con K. c’era un affinità particolare. Lei mi faceva sentire speciale per il semplice fatto di avermi scelta come amica, ci capivamo al volo (sì, vabbe’, a parte l’aneddoto del telefono, ma quella è colpa mia) e mi faceva sentire al sicuro.

Nello stesso periodo c’era Louise. Inglese, ma inglese tanto, un’inglese con l’accento più inglese che potrà mai capitami di incontrare in tutta la mia vita. Louise era poco più piccola di me e, nonostante le origini notoriamente imperialiste, tra le due, lei bionda, occhi azzurri e accetto londinese (ve l’avevo detto: inglese) e io castana media italiana con l’accento inglese un po’ alla come càpita, tra le due, dicevo, la leader ero io -il colmo, lo so.  Louise mi seguiva così da vicino (e in modo così acritico) che, se camminando mi voltavo per tornare indietro, ci scontravamo. Non sto manco a dire quanto questa fedeltà abbia radicato il mio innato egocentrismo; a questo si aggiunga che, vivendo vicino, passavamo molto tempo insieme e il disastro è assicurato: un ego smisurato, il mio.
Tra le cose che ricordo di Louise c’è la sua coperta di Linus azzurra. Solo che la sua coperta non era proprio una coperta, ma un asciugamano che si portava spessissimo dietro -mi sono sempre chiesta cosa rappresentasse per lei quell’asciugamano, ma credo che non lo saprò mai dato che non mi sono mai così affezionata a qualcosa da bambina. Quel che so è che essere un asciugamano e rappresentare una tranquillità per una bambina deve essere un compito importante e non posso fare a meno di ricordare Louise senza ricordare il suo asciugamano speciale. È un po’ buffo ma, ora che ci penso, Louise mi ritorna alla memoria spesso associata al colore azzurro: occhi azzurri, asciugamano azzurro, ricordo anche un vestitino azzurro a grandi pois bianchi (che poi, vai a capire se me lo sono immaginato); tra l’altro Louise ha avuto anche un fratellino -e daje de fiocco azzurro.
Un’altra cosa che ricordo è che profumava di detersivo. Ora, io adoro il profumo di detersivo per la biancheria (che poi, forse, per onore di precisazione, trattasi di ammorbidente). Adoro quando le signore stendono nel cortile interno i panni appena lavati -e lo spazio tra i palazzi si satura di mughetto e rugiada svedese o lavanda e brina dei boschi finnici o frangipane e brezza sud-tirolese (o profumi artificiali e comuni petrolati). Forse mi piace perché mi ricorda la mia infanzia, o forse è solo perché mi dà un’idea di pulito -e no, guardate, sono l’ultima persona sulla faccia della terra che soffra di manie per il pulito, sono troppo pigra per soffrirne. Questo profumo di detersivo, che io nella vita non ho mai, MAI, emanato -la madre di Louise non ha evidentemente rivelato alla mia quale detersivo usasse, st’imperialista snob! -, oltre a stordirmi, mi faceva apparire Louise avvolta da un alone di eletta: Louise, la bambina che profuma di pulito -dài, perché lei sì e io no? Per dire che stare vicino a Louise era piacevole non solo perché mi assecondava quasi sempre o perché era la più grande complice di mascalzonate che io ricordi, ma anche per il profumo che l’accompagnava.
Un’altra cosa che ricordo di Louise è il suo carattere permaloso -o le sue reazioni a qualcosa di sbagliato che facevo, devo ancora capirlo. Da come ricordo io si giocava insieme, poi, a un certo punto, Louise di alzava impettita, metteva il muso e se ne andava via sbattendo la porta. Quando poi tornava più tardi (perché il più delle volte tornava) mi diceva tutto d’un fiato qualche frase piccata (il tono mi sembrava quello) della quale non capivo un’emerita virgola (capito perché dico che il tono mi sembrava quello?). E, come da copione, imboccava di nuovo la porta offesa. Io me ne restavo lì da sola, seduta in camera, la barbie in mano e l’orgoglio da leader ferito. Continuavo a giocherellare facendo finta di niente, ripassavo a mente quello che era appena successo e cercavo di risalire (attraverso qualche sillaba captata per caso) a quale colpa avessi commesso, di identificare di cosa dovessi chiedere scusa.
Giuro, ci fosse stata una volta che avessi capito cosa mi stesse dicendo Louise. Vedete cosa vuol dire la vita pre-google translator?

Nei miei primi anni di amicizie rientra anche Laura. Forse non ci faccio bella figura a non ricordarmi molto di lei, però ci provo (a non fare bella figura). Tra l’altro potrebbe essere non propriamente corretto definirla un’amica del cuore, dato che forse lei non se n’è mai accorta.
Laura è stata la mia vicina di banco alle elementari ed era bionda. Ora, detta così, può sembrare una cosa trascurabile, bionda: cosa vuoi che sia? E no! Altrimenti quando, se non a partire dall’infanzia, avrei iniziato a sviluppare quel senso di inferiorità che fa apparire ciò che non si è come più figo e più bello? No, dico: bionda! Io non  saprò mai (ah, la mia vena drammatica) cosa voglia dire guardarsi allo specchio e vedersi bionda, capite? Laura invece poteva già vantare un’esperienza più di me, un’esperienza fighissima tra l’altro -e lasciate perdere Louise, lei era inglese, era normale, anzi ovvio, che fosse bionda; ma Laura, italiana,  no.
Comunque, una delle cose migliori di Laura (furba ‘sta cosa di parlare al plurale quando sarebbe più giusto parlare al singolare) che custodisco nella mia memoria è che una volta – questa è forte -, una volta Laura, vedendo il padre fare manovra, ha avuto la brillante idea di fare lo sgambetto al camper. Giuro, ‘sta povera bambina (pure dispettosa tra l’altro: fare lo sgambetto a un mezzo sul quale c’è tuo padre -no, dico, roba da anni di analisi: psichiatri di tutto il mondo, sfregatevi le mani!) ha messo il piede sotto una ruota del camper. Tra K. con le caramelle al telefono e Laura con lo sgambetto al camper, sto a cavallo ad aneddoti naïf! Manco a dirlo la povera Laura s’è fatta un male cane e s’è dovuta presentare a scuola col gesso; per non dire del dover spiegare perché fosse ingessata.
Ahhh, m’è sembra garbata l’umanità un po’ originale a me.

Ripenso spesso a queste bambine ormai giovani donne, però i loro visi, nella mia mente, continuano ad avere tratti infantili e i loro sorrisi continuano a sfoggiare denti da latte -e finestrelle momentanee. Spero che la vita sia clemente con loro e che siano felici. Spero anche che, se proprio dovessero avere dei ricordi di me (oddio, Louise, aiuto! Cosa ho fatto?), be’, spero che siano positivi.

Mi si dice che Facebook serve a rimettersi in contatto con gli amici del passato. Ecco… Io non so. A parte che, sì, a Facebook non sono iscritta, ho comunque sempre trovato invadente questa possibilità di ricontattare chiunque in qualsiasi momento. Ché sì, lasciare un saluto e ritentare un avvicinamento non costa nulla (oltre al mio enorme imbarazzo, ma io m’imbarazzo di vivere, non faccio testo); tuttavia mi capita anche di pensare che, se l’altra persona non ha alcuna voglia di risentirmi (sempre che si ricordi di me), anche metterla nella condizione di ignorarmi o di dirmi addirittura no, vuol dire metterla (e mettersi) in imbarazzo. Come lo si chiama questo? Orgoglio? Incapacità di relazionarsi? Genio? No, mi sa che non è genio, però c’ho provato ;-)
E poi, come faccio a pensare di riapprocciare Louise, col mio inglese rimasto alla come càpita, ma soprattutto non avendo ancora chiarito quale mia gravissima colpa la facesse uscire sbattendo la porta? Posso sempre sperare che non se ne ricordi manco lei -i vantaggi delle amicizie dei primi anni di vita!

E, poi sì, la voglia di provare a far arrivare delle caramelle a K. attraverso facebook è forte, fortissima. Chissà.

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