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opera di Mark Rothko

-(…) credo sia difficile essere una giapponese.
-È difficile anche essere un giapponese.
-Certo. Raccontami.
Tacque. Respirò. Vidi i suoi lineamenti subire una metamorfosi.
-A cinque anni, come gli altri bambini, ho fatto i test per entrare in una delle scuole primarie migliori. Se li avessi superati, avrei potuto, un giorno, entrare in una delle università migliori. A cinque anni, già lo sapevo. Ma non ho superato i test.
Mi accorsi che tremava.
-I miei genitori non hanno detto nulla. Erano delusi. Mio padre, a cinque anni, li aveva superati. Ho aspettato la notte e ho pianto.
Scoppiò in singhiozzi. Presi tra le braccia il suo corpo contratto per la sofferenza. Avevo sentito parlare di queste orribili selezioni nipponiche, imposte mille volte troppo presto a bambini consapevoli dell’importanza della posta in gioco.
-A cinque anni ho saputo di non essere abbastanza intelligente.
-Non è vero. A cinque anni, hai saputo di non essere stato selezionato.
-Ho sentito che mio padre pensava: “Non è grave. È mio figlio, avrà il mio posto.” Lì è cominciata la mia vergogna e non è finita.
Lo strinsi a me, mormorando parole di conforto, rassicurandolo sulla sua intelligenza. Pianse a lungo, poi si addormentò.
Andai a contemplare la notte su una città in cui, ogni anno, la maggior parte dei bambini di cinque anni venivano a sapere di aver fallito nella vita. Mi sembrò di sentir risuonare un concerto di lacrime soffocate.
Rinri se la sarebbe cavata perché era figlio di suo padre: significava compensare un dolore con una vergogna. Ma gli altri, che fallivano ai test, sapevano fin dalla più tenera età che sarebbero diventati, nella migliore delle ipotesi, carne da azienda, come c’era stata carne da cannoni.

Né di Eva né di Adamo, Amélie Nothomb

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