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immagine dalla rete

Una volta ho ricevuto dei complimenti e degli incoraggiamenti da un maestro d’arte.
C’è chi dice che i complimenti non si fanno tanto per farli, che non tutti ci si sciacquano la bocca. E ok, ci sta -cioè, pur riconoscendo di essere una persona tendente al negativo (no, vabbe’: la negatività viene da me a prendere appunti, per dire), che mi diletto a fare lo sconto a quello che sento dire a chiunque e che mi piace sprecare il tempo a dimostrarmi quanto gli altri siano inconsapevoli di quello che dicono (tu chiamalo se vuoi ego), non posso negare che possa essere così. Bon.
Praticamente, però, dopo aver ricevuto degli incoraggiamenti che, sì (per quanto io possa fare la sostenuta e la dura), mi hanno fatto piacere, tempo 10/15 minuti, in macchina, di ritorno a casa, avevo già smantellato la positività e la sensazione di benessere che quelle parole mi avevano trasmesso. Massì, si fa per dire; le parole si lasciano dire; quando paghi, il mondo ti porta in palmo di mano; l’incoraggiamento fa parte del lavoro di ogni insegnante… Non sia mai inizi a crederci per davvero. Non sia mai qualcuno, che non sia io, dimostrasse poi di avere torto -perché mi farebbe troppo male (fiacca io, lo so).
Perché quando sono io ad avere torto allora vuol dire che va tutto bene. Perché io sono per la teoria del prevedi il peggio: se non dovesse succedere, ci si guadagna sicuramente, e se dovesse accadere, beh, chi può negare la sottile voluttà dell’avere ragione? Come sottovalutare il potere antidolorifico del “lo sapevo, l’avevo detto, io”?

Tuttavia, non solo avere ragione non mi basta, ma quando potrò godermi un complimento senza temere di crederci troppo? Quando potrò accettarlo senza dimostrarmi quanto sia irreale e ingiustificato?
…Quando non ne riceverò più, vero? Eh, lo sospettavo.

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