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foto dalla rete

Tutto cominciò con questo post, di per sé geniale, di Bianca Cavallini. Si parlava di pretesti per scrivere e di richieste di argomenti da trattare. Tra i commenti suggerii un tema (un’originalità imbarazzante, oh yes!), e l’autrice del blog mi ricambiò con un incipit. Questo succedeva qualche secolo fa, ma i miei tempi sono quelli che sono, così come i risultati delle mie lunghe elaborazioni. C’è qualcosa (molto) che avrei potuto tagliare; poi ho considerato che, se quello che ho scritto ha preso quesa forma, si vede che doveva essere così.

L’incipit era questo in neretto (il resto è colpa mia):

La città era silenziosa e grigia, il cielo era coperto di nuvole e i suoi passi riecheggiavano tra le mura degli edifici. Era tardi, avrebbe dovuto camminare più veloce,

faceva freddo e rischiava di prendersi la pioggia che il meteo non aveva preannunciato –e che quindi ci sarebbe sicuramente stata.

La vera verità, che io faccia finta di sapere quello che sto facendo o meno, è che i racconti non li so scrivere. Pur avendo un’immaginazione ipertrofica, devo ammettere di non saper ricreare un microcosmo in qualche paragrafo –e nemmeno in qualche cartella (e forse sopravvaluto la mia immaginazione: il fatto di saper costruire castelli in aria, non vuol dire che sappia creare qualcosa di nuovo, se non evadere da qualcosa che non mi piace). E poi la vera verità è che non so parlare di sentimenti. E a me questo incipit suggerisce flusso di coscienza, elaborazioni interiori e raggiungimento di una qualche consapevolezza.
Appena mi prefiggo di parlare di sentimenti, o di emozioni, mi mancano le parole –e per parlare temo che le parole siano necessarie. Certe volte penso di aver mancato qualche fondamentale fase di sviluppo emotivo. A volte temo di non riuscire a parlare di sentimenti perché, molto più semplicemente, non sono una persona di grandi sentimenti. Sostengo che ci sia un limite a tutto; forse però, i sentimenti, limiti non ne hanno e questo mi spiazza. Altre volte penso che, se non so parlare di sentimenti, è perché non li ho davvero vissuti, nemmeno per incapacità, ma per mancanza di opportunità –o di curiosità, o di grinta. Perché do peso ad aspetti che dovrebbero rimanere secondari, perché mi offendo facilmente e volto pagina senza troppa fatica o perché cerco una sintonia con gli altri che non è di questo mondo. Forse non ho avuto degli incontri davvero importanti e, insomma, per andare a fondo dei sentimenti, secondo me, ci vuole del sano confronto con un altro, un po’ di collaborazione, via! Altrimenti è Harmony –e Harmony non esiste. Forse perché il mio nido d’affetto familiare l’ho avuto e lo do per scontato, forse perché non riesco a togliermi l’impressione che siamo circondati da una certa mediocrità –e si sarà evinto che ho manie di grandezza: a me i sentimenti mediocri, cioè, no. I sentimenti mediocri esistono, fossilizzarcisi o indorarli, anche no. Bisogna essere onesti con se stessi e poi con gli altri.
C’è anche che, certe volte, sentir parlare di sentimenti mi imbarazza –e ,anche se penso che si ricorra spesso a parole usate e riusate per esprimere le proprie  emozioni (che secondo me essere creativi paga e permette di far conoscere meglio il proprio mondo), penso anche che potrei essere io ad avere qualche limite in proposito.
Altre volte ancora, quando l’umore è buono (roba da stappare la magnum di champagne, per dire), mi limito a pensare che il mio sia solo (e me lo chiami SOLO?) un problema a comunicare.
Tutte le volte, però, concludo ricordandomi che sono un essere umano, che pretendere la perfezione vuol dire amare la sconfitta –e, a me, vincere ogni tanto, o spesso, serve per andare avanti.
Ciao, io sono Ioboh e non so parlare di sentimenti –a questo punto voi, in coro, dovreste dire: -Ciao Ioboh.

***

Però, ecco, tornando alla città silenziosa e grigia, al cielo coperto e al rumore di passi –non voglio mancare di rispetto a un incipit regalato ;-) -, ecco, direi che, se sapessi scrivere racconti brevi, farei in modo che il protagonista fosse una giovane donna che rientra a casa dopo una cena da una coppia di amici sposati. Farei quindi in modo che fosse notte e che la mia protagonista indossasse dei tacchi alti, un paio di scarpe costose e scomodissime –per me tacco alto, costoso e scomodo vanno sempre insieme, trattasi di un imprinting che credo nessuno mi farà superare. E sì, protagonista mia, t’è andata male, sono una narratrice sadica. Cammini piano (per non far rumore –che poi non è vero, il rumore riecheggia, oh Vasco, cosa mi fai dire?) perché le scarpe non ti permettono di fare altrimenti. Le hai comprate un anno fa (e forse anche qualcosa di più) e questa sera le hai indossate per la prima volta. Anche se pensi che sia una cosa triste, cerchi di tenere a bada questa sensazione convincendoti che non potevano rimanere ancora nella scarpiera.
Che poi, protagonista, sarò sincera, ci sto provando e riprovando a inserire in questo… questa… cosa che sto scrivendo qualcosa che avevo messo insieme prima di pensarti, ma tu non ci vuoi stare. E vabbe’, non è momento.
Allora, dimmi: come ti senti? Stanca? Per il lavoro? La cena non è stata nemmeno ‘sto granché, vero? Anche perché, è innegabile, Lucia e Marco, più li frequenti da sposati, più ti rendi conto che stanno diventando una cosa a sé. Stanno sviluppando un’identità che non ti riguarda più. Sarà triste da dire ma non vi appartenete più, è così? E poi i resoconti della loro nuova vita iniziano pure un po’ a farti male dato che sono sempre loro a raccontare. Se solo ci fosse dello scambio, ti sentiresti meno esclusa, meno inutile nella cornice -volendo proprio parlare forbito: meno sfigata, ecco. Per non dire poi dei consigli non richiesti che la coppia sposata ha iniziato a dispensarti di tanto in tanto. Il sentirti trattare come una che deve prendere appunti è piuttosto avvilente, lo riconosco –soprattutto quando per tanto tempo sei stata tu a suggerire a Marco quale regalo fare a Lucia a ogni occasione. E la suggeritrice di regali meriterà pure un trattamento di favore a vita, o no?
A questi pensieri immagino che ti stringa di più nella giacca e che il tuo passo rallenti ancora di più. Constatare che una giornata sulla quale si riponevano delle speranze si sia rivelata così così, non ti fa venire voglia di rientrare a casa di corsa. Nemmeno con la minaccia della pioggia, nemmeno per toglierti quelle scarpe che… Ma cosa ti ha detto la testa il giorno che te le sei comprate?? Forse era una giornata come questa, solo che i negozi erano ancora aperti e hai scambiato quel paio di scarpe in vetrina per tutto quello che ti mancava per iniziare a vivere una vita più brillante e soddisfacente. Se avessi visto meno puntate di Sex and the City… Se avessi previsto la scomodità della vita su quei tacchi, nemmeno la prospettiva che potesse essere più interessante ti avrebbe convinta a comprarle.
Comunque nonostante tu non abbia voglia di tornare a casa e di concludere la giornata –anche se ormai tutti sembrano averlo già fatto -, non ti senti triste. È vero che non sei proprio dell’umore da cenone di capodanno-trenino-e-BrigitteBardotBardot, ma sai di non avere voglia di piangere. Sei stanca, sì, frustrata forse –è incredibile quanto poco tu abbia conosciuto la frustrazione fino a qualche anno fa –e anche demotivata, e riconosci che forse riponi le tue motivazioni a fare e a andare avanti in cose secondarie della vita (tipo cene da amici e scarpe da indossare). Credimi, non ti giudico superficiale; sei fin troppo simile a me perché possa giudicarti.
Certe volte pensi che tutta la tua infelicità sia causata dalla mancanza di un uomo che ti aspetti a casa in una sera come questa; altre volte pensi che l’amore, nella vita, sia del tutto secondario: si può vivere senza e non bisogna farsene una malattia. In poche parole te la racconti da sola, come se ci fossero desideri legittimi e desideri ridicoli, come se fare a meno di qualcosa (o qualcuno) che si vorrebbe (e fingere che non importi), ti desse maggiore dignità –anche se lo sai benissimo che la dignità non ti abbraccia mica, manco quando ne hai un bisogno estremo. Come ho già detto, però, tu di intraprendere quel filo di pensieri che ti porta immancabilmente a piangere, non ne hai voglia -e sì che sto cercando di farti conoscere a chi sta leggendo (a me stessa, ooooookay), ma decidi tu dove andare a parare, eh?
Allora, di cosa avresti veramente voglia? Eh già: di un bel cornetto caldo al cioccolato bianco. Ma quanto ti conosco? Fortunatamente quella sera sai che la cornetteria è aperta e andarci ti permetterà anche di deviare e allungare la strada per tornare a casa. Tempo fa, riguardo ai cornetti, avevi formulato una tua teoria sul ripieno: il cioccolato gianduia era per i momenti di emergenza risollevamento umore, cioccolato e mascarpone per combattere la solitudine o festeggiare un evento, l’integrale al miele per quando l’autostima era alle stelle e la crema pasticcera per avere conforto prima di affrontare qualcosa che preoccupa. La cioccolata bianca, invece, com’era? Per quando si ha bisogno di evasione, ma non si ha voglia di combattere col senso di colpa a posteriori –il cioccolato bianco, è innegabile, genera un senso di colpa nettamente inferiore ai suoi colleghi al latte o gianduia; forse è una reputazione ingiustificata la sua, ma tant’è: il mondo va avanti con le reputazioni infondate. E comunque la cena, oltre ad essersi rivelata una delusione dal punto di vista dei rapporti sociali, era stata deludente anche nella sostanza –‘na fame che se non avessi voglia di dolce, sarebbe da buttare la pasta appena torni a casa. Lucia, dopo il sushi, la cucina con le alghe e il tè verde, stava vivendo una fase ossessiva per il tofu –tutte cose che non sfamano manco in quantità industriali, non c’è che dire. Ora, come si possa pensare di avere ospiti e propinare loro il tofu è una mistero anche per me, guarda.

Una volta comprato il cornetto –dài, protagoni’, io ti suggerirei di prenderne anche un altro per la colazione del giorno dopo, che poi la mattina chi ha voglia di vestirsi e uscire di casa per comprarsi la colazione? Appunto, lo vedi che siamo sulla stessa lunghezza d’onda? –ti avvii a passo più spedito a casa. Secondo me hai deciso, non solo di mangiarlo a casa, il cornetto, ma che struccata e pigiamata, non ti metterai subito a letto quanto invece a guardare uno dei tuoi film preferiti. È da tanto che non lo vedi e hai bisogno di quella spensieratezza che ti lascia dopo averlo guardato. Secondo me, nel tragitto a casa, prendi anche delle altre piccole decisioni riguardo ai giorni a venire, però non saprei quali potrebbero essere. Quello che credo di sapere è che sono piccole, ma ti faranno stare meglio. Eh sì, da come cammini si vede che inizi a sentirti più leggera –oppure ti sei semplicemente assuefatta al dolore causato dalle scarpe. Comunque, tranquilla: non farò iniziare a piovere finché non sarai a casa.

Dall’alto della mia onnipotenza di narratrice vorrei farti trovare una sorpresa sullo scalino davanti al portone del condominio, ma non so come la prenderesti. Sarebbe piccolo, tremante e miagolante –e venuto dal nulla, sì: potere dell’immaginazione. Lo so che tra il vedere quel mucchietto di pelo bianco, il prenderlo in braccio e portartelo a casa sarà un attimo. La visione del film sarà rimandata -dato che passerai il tempo prima di andare a letto a rigirarti quell’esserino infreddolito tra le mani -, così come la notte di sonno sarà meno fluida del previsto con un gattino che si ostina a dormire raggomitolato sul tuo cuscino, ma cosa vuoi farci? Non sei forse tu a sostenere che non ci si può bastare per sempre? Che il bisogno di amore e di tenerezza è anche bisogno di dare amore e tenerezza?

E poi, protagonista, perdona la totale mancanza di modestia, ma la vorrei io una narratrice così, eh! E un micio da coccolare che mi aspetta in una sera così così.

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