Tag

, ,

illustrazione di Tadahiro Uesugi

La sera del giorno del mio compleanno non mi deciderei mai a mettere il pigiama.
Quando la giornata è ormai passata, io continuo a tacchettare per casa, il vestito sgualcito e il trucco sbiadito, gli orecchini stanchi e i ninnoli rassegnati di brillare e tintinnare. Tutto questo solo perché non riesco a superare l’impressione che se davvero mi sfilassi il vestito, se mi togliessi le scarpe, se mi struccassi, se riponessi i ninnoli nel portagioie (spero venga apprezzata l’impeccabilità dei congiuntivi, prego, è stato un piacere), allora la festa sarebbe irrimediabilmente finita. È la mia forma di resistenza contro il tempo che passa. O meglio, è una forma di resistenza sufficientemente fallimentare e frivola perché possa adottarla spontaneamente -oltre a essere una prova palese della mia immaturità inalterata nonostante un altro anno passato.
Il pigiama è una resa troppo cocente per chi aspetta una scusa convenzionale (tipo… il proprio compleanno?) per vivere qualcosa di eccezionale. O di divertente… o ok… o anche solo di vivere, sì.
Il pigiama di cotone e il latte struccante, poi, gridano “The End” senza edificante sottofondo musicale di chiusura.
È finita.
Kaputt.
Ed è finita anche se lui non mi ha invitata fuori a cena, né a pranzo; non un invito per un aperitivo, un caffé al volo, un gelato, una pizza a taglio, una colazione al bar all’angolo, un… Un brunch: ecco, nemmeno un brunch! Non una telefonata, un messaggio, un’e-mail, un biglietto tra la posta, un post-it sul frigorifero, un segnale di fumo, una scritta su qualsivoglia superficie appannata o impolverata: nulla!

C’è chi dice che è inutile sperare in romanticherie dal mio fidanzato se sono single.
Sto arrivando alla conclusione che forse ha ragione.
Detesto quanto riesca a essere necessario un mero dettaglio.

Annunci