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foto da jennyandteddy.com

I miei film preferiti sono quasi tutti commedie. I pochi film d’autore che ho visto, quelli sperimentali, quelli fatti di atmosfere e silenzi e scarsità di luci si può dire che li abbia visti per sbaglio e non mi hanno coinvolta quanto le commedie tutte sole, battute leggere e volemose bene. Praticamente ogni sera, zappingando tra le prime serate, spero ci sia una commedia a intrattenermi ché a me la leggerezza non basta mai -ma si può tranquillamente riassumere che, ogni sera, scorro i canali nella speranza di trovare un film di Leonardo Pieraccioni -c’è chi compra i dvd, c’è chi scarica da internet, a me piace rimettermi alla programmazione televisiva, mi dà quel brivido in più.

Il primo film che ho visto di Pieraccioni è stato Fuochi d’Artificio e ricordo perfettamente quando l’ho  visto. Ora, dire proprio che giorno fosse e cosa indossassi no eh, potrei anche essermi sbilanciata nell’entusiasmo dell’incipit, su! Ricordo però in modo nitido alcune scene del film -una cosa che a me non succede mai -e ricordo ancora meglio che mia madre ed io siamo entrate in sala, al cinema, a luci già spente -scegliendo ovviamente le due poltrone meno impegnative a tiro. Comunque, è inutile che ci giro intorno, quello che più mi ricordo del film non ha a che fare col film, anche se Pieraccioni mi piacque da subito e scommetto di essere uscita dal cinema fluttuando (come quando vedo un film che mi piace, come quando ci si sente felici, ma non si ricorda il motivo).
Quello che ricordo, e lo ricorderò per sempre, è che durante l’intervallo, a luci accese, mi sono girata sulla poltrona per vedere il resto della platea e ho visto seduto, dietro di me, il ragazzo, e compagno di classe, responsabile della mia stratosferica cotta di allora. Riesco ancora a risentire la stretta allo stomaco per la scoperta, per non dire l’agitazione e quella (sì, psichiatricamente interessante) sensazione di essere osservata, anche nel buio del secondo tempo. Oh,  beh, tanto per chiarire la portata della mia cotta, ai tempi credo di aver perso meno giorni di scuola del mio intero percorso di studi. Nessun altro, dopo Giorgio, è riuscito a farmi considerare un’assenza come un’occasione persa (perché, credimi Giorgio, la cosa che più ho adorato della mia carriera da studentessa  era ignorare la sveglia e rigirarmi sotto al piumone -e poi sciropparmi la programmazione televisiva della mattina, ovvio -dimmi tu se questo non era amore).
Inutile dire che, con la mia visione sentimentale degli eventi (dote che conservo inalterata prendendo cantonate galattiche) avevo interpretato quell’incontro come un segno innegabile della nostra inevitabile predestinazione, il cinema come scenario e Pieraccioni come complice, cosa vuoi di più? Sono quasi certa di essermi persa una buona parte del secondo tempo del film nell’immaginare la nostra vita insieme, il futuro roseo, gli elementi tutti che partecipano con benevolenza alla nostra unione -chissà se mi sarò fermata prima di decidere i nomi dei nostri figli…? Ma cosa vuoi che importi. Una va al cinema, si siede nel primo posto che vede e voltandosi trova la persona che riempie i suoi pensieri, è palese che si tratti di un segno, no? Di un segno positivo, no? È assodato che il cielo stia cercando di palesare la sua benedizione, no?

Beh, no.
Non so ora quale film unisca Giorgio e la sua fidanzata, non credo però che sia Fuochi d’Artificio.
È passato qualche anno (non stiamo a specificare quanti), Pieraccioni ha girato altri film, ma come cupido si è rivelato un gran sòla.
Vorrei poter dire che è in debito con me, ma non lo è: senza Fuochi d’Artificio la mia adolescenza sarebbe stata più triste.

E devo ancora vedere Il Ciclone (davvero, eh! Davvero davvero!). Pensate a cosa sarebbe stata la mia vita avendo visto Il Ciclone… Ci avete pensato? Si capisce perché rimando il momento?

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