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Una volta, in treno, non ho trattenuto le lacrime alla lettura di un romanzo del quale non dirò mai il titolo -esatto, mai.
Ovviamente non ero sola nello scompartimento. In effetti, a ripensarci, credo che a spingermi alle lacrime non fosse stato solo quello che avevo appena letto. Sono propensa a credere che l’esasperazione generata dai due fidanzatini pomicioni di fronte a me (tutti io li trovo… professione? Scopritrice di fidanzatini pomicioni) avesse contribuito al mio crollo nervoso. Però parliamone: qualcuno sa spiegarmi perché il rumore di un regionale in corsa copre tutto (la voce di chi ti parla, la musica degli auricolari, la suoneria del telefonino, il filo dei miei pensieri), tranne lo sbaciucchiamento di due fidanzati infaticabili?
Mi sono sorbiita due ore e mezza di viaggio così, piangere è stato il minimo; potrei pretendere di essere ricevuta dal Presidente della Repubblica per non aver buttato fuori i due dal finestrino -essì perché le coppie moleste non sono mica classificabili come oggetti, sbaglio?

foto dalla rete

Vabbe’, a questa domanda, ho risposto così così, ma chiede davvero troppo.  Non mi commuovono molti libri, quelli che riescono nell’impresa spesso hanno anche la complicità del neurone avvilito o dell’ormone frustrato. Comunque ridire cosa mi ha commosso di una lettura mi imbarazza sempre, non ci si può mica sbottonare così facilmente: ci vogliono il posto adatto, le persone giuste e il suo tempo.

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