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Se dovessi vantare di aver scritto un libro, vorrei che fosse di svago e disimpegnato. Il desiderio di divertirmi a scrivere e di far ridere è più forte dell’affrontare argomenti complessi -perché so che di sentimenti non so parlare (certe volte si fa fatica pure a viverli, figuriamoci) e il rischio mattone pretenzioso e triste che rifila ovvietà in salsa malinconica è dietro l’angolo. Non vorrei essere troppo poco romantica, ma Il diario di Bridget Jones è decisamente un libro che avrei voluto scrivere. Prima di tutto avrei potuto vedere da un punto di vista comico la mia inesistente vita sentimentale e smettere di prendere troppo sul serio quelle piccole cose che mi fanno male (o almeno fingere -certe volte fingere è già un traguardo). Avrei venduto una marea di copie -nella vita reale manco di concretezza, ma l’idea del successo facile alletta chiunque e Il diario di Bridget è carino e non risponde proprio alla mia idea di fatica sovrumana (ciò non toglie che io non ci sarei arrivata a scriverlo)-; e poi avrei visto Hugh Grant e Colin Firth interpretare i personaggi da me inventati. Hugh Grant e Colin Firth.

Meglio non averlo scritto, adesso starei con lo sguardo spiritato ad abbracciare cavalli per strada.
Accetto il mio umile ruolo di lettrice.

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