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Jane Eyre – Charlotte Brontë

Dopo aver letto Cime tempestose di Emily Brontë qualche tempo fa, mi sono data del tempo per riprendermi. Cime tempestose ancora lo considero uno dei libri più cupi e inquietanti che abbia letto -facevo fatica a prendere sonno la notte, il che rivela tutto il mio trasporto per l’attuale letteratura (AH!) vampiresca e horror\fantasy\a-chi-tocca-non-s’ingrugna attuale.
Adesso che ho ripreso a dormire ho deciso di affrontare Jane Eyre. Non mi ha ancora inquietata, ma credo che sia una storia più “inquadrata” rispetto a Cime tempestose -e non vorrei essere presuntuosa ma mi pare anche di ritrovare, qui e lì, quella remissività tutta femminile e un po’ paracula (la Brontë mi perdoni) dell’eroina (Cenerentola) che è più buona e più brava di chi la maltratta e sui quali, non c’è niente da fa’, avrà la sua rivalsa non violenta. Vabbe’, dài, mi si assecondi, mi si faccia fare la cazzara saputa. Il romanzo mi piace, tant’è.

Comunque leggere della sorte della famiglia Brontë, dei lutti, dell’isolamento, delle malattie e della vita in brughiera mi ha stretto il cuore. Non mi stupiscono più la cupezza e la dolenza (zitti tutti, l’ho trovato sul dizionario!) di Cime tempestose e Jane Eyre. Continuano però a sorprendermi la modernità dei due romanzi. È vero che le sorelle Brontë sono della prima metà dell’Ottocento (non proprio il medioevo della ragione) e hanno studiato all’estero, ma mi aspettavo autrici più frivole e convenzionali. Riconosco che si può trovare della convenzionalità anche nelle Brontë -ho impunemente diagnosticato la sindrome della Cenerentola a Jane Eyre, per dire-, ma non mi aspettavo che delineassero delle protagoniste con caratteri così definiti e individualità così marcate e consapevoli.

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