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Ci innamoriamo sperando di non trovare nell’altro ciò che sappiamo essere in noi stessi: tutta la codardia, la debolezza, la pigrizia, la disonestà, il compromesso e la stupidità bruta. Circondiamo il prescelto con un cordone d’amore, decidendo che tutto ciò che vi è racchiuso è esente dai nostri difetti e perciò amabile. Individuiamo in un altro una perfezione che in noi non troviamo, e attraverso l’unione con l’essere amato riusciamo a illuderci di mantenere (contro l’evidenza che tutta la conoscenza di sé comporta) una fede precaria nella specie.

foto dalla rete

Ricevere amore da qualcuno significa rendersi conto che a muoverlo sono gli stessi bisogni incondizionati che avevano spinto noi verso di lui. Non ameremmo se dentro di noi non ci fosse un vuoto ma, paradossalmente, proviamo risentimento per la stessa esigenza dell’altro. Ansiosi di incontrare una risposta, troviamo soltanto un duplicato del nostro problema. Ci rendiamo conto di quanto anche l’altro abbia bisogno di trovare un idolo, capiamo che la persona amata non è esente dalla nostra stessa insicurezza e ci vediamo costretti, quindi, a rinunciare a quella passività infantile di nasconderci dietro un’ammirazione idolatrica, una vera e propria venerazione, per assumere la duplice responsabilità di conquistare ed essere conquistati.

Esercizi d’amore, Alain De Botton

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